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Full text of "Storia delle valli trompia e Sabbia"

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STORIA 

DELLE 
VALLI TROMPIA E SABBIA 

DI 

G10: PIETRO COMP^RONI M.F. 

EDITA DA 

GIACOMO COMPARONI M. F. 

Membro dell' Accademia di Scienze , Lettere , Agri- 
coltura , ed Arti Meccaniche dei Dipartimento 
del Mclla , e dell* Unanime-Agraria di Salò t 



IN SALO' iSO). 

DALLA STAMPERIA RIGHETTI 



AL RISPETTABILISSIMO SIGNOR 

GIROLAMO NEGROBONI 



ri 

r 



l~se gesta luminose dell' illustre Casa Vos- 
tra che splendono in questa Storia e il Mi* 
Ut are vostro comando 5 sotto del quale oh" 
fedirono le fedelissime Valli Trompia & 
Sabbia 5 sono i forti ed animati motivi , 



3 P ef 



546433 



VI 

quali vi consacro quesi opera ^ che mio Pa- 
dre m affidò prima di morire. Mi gio- 
va sperare che siate per aggradire questa 
mia offerta 5 figlia di quelf attaccamento 
che da (*) tre secoli a questa parte inal- 
terabilmente alla casa vostra ha conservato 
la mia famiglia , e di ciò si accresce in me 
la speranza sapendo altresì essere sempre 
stato carattere vostro e dei vostri jinte- 
nati , di accogliere umanamente tutti quei 
tratti di stima ed amore che vi abbiamo 
dimostrati^ e che niente meno ora presente 
io vi contesto e raffermo 

Festone 5 30. Giugno , 1805. 



Affe7jonatiss< Osse qui osi ss. 
Giacomo Comparoni . 

PRE- 

(**) Nel famoso Consiglio di Castenedolo , Giacomo 
Greziotti dettoComparò , si uni a Giacomo Ne- 
groboni , come vedremo , 



VII 



PREFAZIONE. 



F, 



ra le utili cognizioni, sono le più ef- 
ficaci e dilettevoli quelle che ci sommi- 
nistra la storia , chiamata con ragione 
maestra della vita e testimonio dei tem- 
pi . Mettendo essa sotto gli occhi dell' ac- 
corto leggitore la serie dei vari avveni- 
menti accaduti ad ogni genere di persone 
con esito felice o sinistro, arricchisce 
la mente di que' principi, e le suggerisce 
quelle prudenti deduzioni, onde possa il 
regnante^ il suddito, ed ogni altra persona 
condurre virtuosamente la sua vita. Ora 
una storia che abbraccia più secoli, e de- 
scrive il nascimento la durazione de Re- 
gni , di Repubbliche, e d'imperi, può 

* 4 con 



Vili 

con la sua ampiezza e varietà sommini- 
strare un numero grande di fatti , e di 
persone che si segnalarono; ma la storia 
particolare delle terre e popolazioni , in 
cui si vive , se non presta una sì am- 
pia materia, è di lunga mano più effica- 
ce ad eccitare l'emulazione. Narrando es- 
sa le gesta di quelli che vissero neh' istes- 
so paese, e si ritrovarono in varie cir- 
costanze, nelle quali noi passiamo facil- 
mente ritrovarsi , accende fortemente in 
noi lo spirito dell' immitazione, e quella 
naturai inclinazione che abbiamo alla glo- 
ria, e ci presta nei tempo stesso un mo- 
dello per norma di nostro vivere. Le 
storie particolari furono perciò scritte , e 
vennero avidamente lette, massime nell' 
Italia, e quasi che le storie delle Città 
fussero ancora troppo generali e non po- 
tessero contenere le notizie desiderate di 
alcune popolazioni, non mancarono inge- 
gni 



IX 

gni che scrissero ancora le storie de luoghi 
particolari. In questo si distinsera molti 
del territorio Bresciano . Paolo Armanico 
e P. Gregorio Min. Oss. scrissero la sto- 
ria della Valle Camonica: Bongiani Gra- 
tarolo , quella della Riviera di Salò : An- 
tonio Risiardi, quella di Asola, e v'ebbe 
pure chi scrisse di una sola terra insigne , 
come Ottavio' Ascani, il quale scrisse la 
storia dlGhedi, e fu scritta ancora quel- 
la d'Iseo, degli Orzi novi, e di Quin- 
sano da alcuni altri valenti scrittori. Fi- 
no il gentile ed amabil sesso sentì il no- 
bile ardore di scrivere storie particolari 5 
come D. Angela Baitelii Monaca dell'Or- 
dine di S* Benedetto , la quale lasciò a' 
posteri gli annali dell'insigne Monistero. 
detto di S.; Giuglia di Brescia. E % vero 
però che parecchi di questi scrittori vis- 
sero ne 'tempi , nei quali era poco cono < 
scinta la critica- e la cronologia, e per- 
ciò 



X 

ciò scrivendo cose avvenute ne' secoli ri- 
moti andarono soggetti a popolari pregiu- 
dizi ed errori talvolta madornali; ma le 
opere loro conservarono a noi molte pre- 
ziose memorie, massime de secoli a noi 
più vicini, 'le quali sarebbero state sepol- 
te neir obblìo , e distrutte dal tempo con- 
umator d' ogni cosa . 

Le sole Valli Trompia , e Sabbia vis- 
sero prive di sì beila sorte, né ebbero 
mai alcuno che si prendesse il pensiero 
di scriverne la storia. Né certamente ciò 
avvenne, o perchè tra i Cittadini di que- 
ste non vi fossero ingegni capaci di farlo , 
o perchè mancasse una degna ed ampia 
materia da formare una storia ; perocché 
queste due Valli furono sempre feconde 
di svegliati e penetranti ingegni , i quali 
nella Repubblica letteraria si meritarono 
un nome grande in tutte le arti e scienze 
più sublimi ; come per tacere di tant' al- 
tri , 



XI 

tri, Nicolò Tartaglia nativo della Val 
Trompia ( benché ancor si disputi in qual 
terra avesse i suoi natali ) celebratissimo 
in Matematica , e primo in queste par- 
ti scrittore delle moderne fortificazioni: 
Antonio padre, e Fabio figlio discenti 
di Vestone celeberrimi filosofi , e medici 
de loro tempi: Martino Buccio, Buttu- 
rini Benadusi Geografo Naturalista, An- 
gelo Margarita , Carlo Piati , ed Andrea 
Ciolo Francescano, ed altri che lascio di 
rammentare . 

Né certamente mancava la materia 
per iscrivere una storia de fatti e delle 
persone, che si segnalarono , come vedras- 
si in apresso. Essendo però nuova alla 
luce la storia delle Valli Trompia e Sab- 
bia, era quasi dovere, per renderla più 
luminosa, che oltre i fatti di guerre ed 
altri avvenimenti, in se racchiudesse an- 
cora l'origine, l'invenzione, ed i progres- 
si 






xir 
si che fece la mineralogìa, e metallur- 
gìa in queste Valli; ma questo ramo di 
storia tanto onorevole ed interressante la 
mia Patria 5 non fu possibile di sviluppar- 
lo per mancanza di memorie e documen- 
ti , co' quali si potesse ragionevolmente e 
con filo continuato tesserne un istorico 
raccontamento . Questa scienza , o meglio 
dirò quest'arte, nelle Valli fu piuttosto 
figlia del caso di reiterate e lunghe spe- 
rienze, colle quali portassi ad uu som- 
mo grado di perfezione, di quello sia che 
avanzasse colla scorta di filosofiche chimi- 
che , naturali , e fondamentali teorie . Tutt' 
ora le più cornee gallerie di miniere, le 
più difficili fusioni di ferro, il più tra- 
vagliato lavorio, e le più fine manifattu- 
re vengono operate colla sola scorta dei 
Decimasti così detti Maestri , e tutti que- 
sti affatto ignari di filosofici principi ap- 
partenenti a questo ramo di storia natu- 
rale : 



XIII 

rale ; e ci resta perciò un vasto campo da 
scoprire ancora in mineralogia entro le 
viscere de nostri monti . Abbiamo le gia- 
centi miniere del Piombo in Val Sabbia, 
e di altri rari metalli in ValTrompia, e 
che Giovanni Àrduini eccitò il governo, 
e li Valleriani dì aprirne le gallerie. Ne 
avvenne quindi che contar non possiamo 
scrittore , che ci abbia lasciato uno scien- 
tifico documento di questa parte di storia. 
Quest' arte sappiamo nulla di meno 
che era posseduta dai Valleriani, avanti 
che i Romani conquistassero le Alpi, e 
fu sempre cognita e famosa al Mondo, 
imperciocché fino dall'Affrica, sotto il 
consolato di M. Truge, come vedremo, 
e di Lucio CafFurnino Pisene, vennero 
commissionati ad ospiziare co' Triumpli- 
ni per far acquisto d'armi e di akre ma- 
nifatture . Deve poi ognuno sapere che 

tutt'ora in queste Valli circola il più fio- 
ri 



XIV 



rido commercio di ferrarecce non solo per 
tutta Italia, ma per la qualità d'alcuni 
attrezzi più resistenti di ciaschedun altro, 
ne vengono trasportate in altre parti d' Eu- 
ropa, ed in alcune dell' Asia, e dell'Affrica. 

Quanto grandi furono i progressi nella 
mineralogìa e metallurgìa, altretanto fu 
Tinazione e la pigrezza nell'agricoltura. 
Il piano e il ricco monte non fu mai 
posto- sotto un esame rigoroso, onde ca- 
varne tutti que' possibili vantaggi, che ot- 
tener si potrebbero colf arte agraria. Sic- 
come però la metallurgìa occupa la mag- 
gior parte dei robusti Valleriani e loro 
presta il maggiore sostentamento , così ri- 
mane tutt'ora l'agricoltura non estesa fin 
dove potrebbesi condurla ed aumentarla . 

Ma qualunque fosse la cagione, onde 
ninno s'accinse all'impresa di scrivere la 
storia di queste Valli , o la difficoltà dell' 
opra, o la scarsezza dell'ozio convenien- 
te, 



XV 

te, ovvero le varie umane vicende , che 
interuppero di tempo in tempo il corso 
alla penna 3 niuna di queste cause ha po- 
tuto rattenere mio Padre dal raccogliere 
diligentemente , ordinare alla meglio, e 
darmi occasione di pubblicare la presente 
operetta, per soddisfare alla Patria, e gio- 
vare insieme a quelli che vorranno leg- 
gerla e considerarla con animo amico 
del bene , e giudice imparziale delle opere 
utili e virtuose. Andrà egli sempre die- 
tro le tracce del vero, guardandosi di 
confonderlo col verosimile, e quali sieno 
per essere gli avvenimenti di questa sto- 
ria lieti o funesti, domestici o forestie- 
ri , inviluppati o palesi , egli farà sì , che 
il suo leggitore apprenda, dalia verità del 
racconto, esempi or di fortezza or di 
tolleranza or di moderazione* Converrà 
talvolta uscire col racconto dalle cose del- 
le Valli, e parlare delle guerre e turbo- 
leu- 



XVI 

lenze di Brescia e di altre Città di Lom- 
bardia , ma queste digressioni saranno co- 
me gli episodi di un eroico Poema , e non 
levaranno alla storia il suo pregio dell' 
unità, ed alla presente Opera lo scopo, 
cui viene indirizzata. 



, 



STO- 



STORIA 

DELLE 

VALLI TROMPIA E SABBIA 

LIBRO L 

SOMMARIO; 

I. Situazione delle Valli Trompia e Sabbia . 

//. Estensione e possanza di queste due Valli 1 

III. Capo degli Euganei abitanti in queste Valli era un 

distinto luogo detto Stonos • 
TV. Governo delle Valli , e sua dedizione a % Romani . 
V- Iscrizioni Romane concernenti le Valli. 
VL Iscrizioni intorno alla Legione XXL in dijfesa de' 

passaggi . 
VII. Onori da Romani compartiti alle Valli*. 
Vili. Quando fossero queste separate nel loro governo. 

IX. Le Valli dal deminio de" Romani passarono ad esse- 
re soggette ai Goti , ai Longobardi , ed ai Franchi . 

X. Strage de' Trentini per V attentato sacche? fio della 
Chiesa dà S. Appolonio . 

XI. Strage de* Triumplini fatta da Sapone Governatore 

di Brescia . 
XIL Brescia procura di ergersi in Repubblica l 

XIII. Guerre Civili nate in quella . 

XIV. Soccorso delle Valli dato a Brescia contro i Yal~ 
ras ori , 

A XV. 



2 LIBRO 

XV. Altra guerra chile nata in Brescia in cui le Val- 
li soccorsero la Città . 

XVI. Manfredo Vescovo di Brescia difeso dalle Valli . 



i. s< 



'e scrivendo la Storia delle Valli Trompia e 
Sabbia volessi dar luogo alle congetture, e tra P os- 
curità degli antichi Secoli più rimoti andar ricercan- 
do notizie somiglianti alia verità , owero a quella 
non evidentemente opposte perchè probabili , potrei 
da Noè far discendere P origine di quelli che furono i 
primi ad abitarle . Cham figliuolo di quel Patriarca 
calò nell'Egitto, mentre altri Fratelli si sparsero in 
varie parti dell' Europa , e fu pensiero di alcuni sto- 
rici , che dall'Egitto in Grecia passando i discenden- 
ti suoi vi facessero imprese segnalate, ed indi per di- 
versi Regni , e nell' Italia si dividessero , distendendo 
r opre d 1 agricoltura , e liberando i popoli dai tiran- 
ni . Opinarono questi scrittori di antichità dietro il 
sentimento ài Catone, Sempronio, e Tito Livio, 
che i popoli abitatori dell' alpi avessero origine da 
progenitori Toscani , mentre Ercole diede origine al- 
le Valli in tempo che era sovrano della Toscana . Ma la- 
sciando ad altri la cura di sceverare in ciò la purità della 
storia dalla bizzaria della favola, io mi accingo tos« 
to a scrivere la posizione di queste due Valli per rile- 
varne l'antichità nella certezza de?Ile storie Romane. 
Giace adunque la Val Trompia nella parte Set- 
tea- 



PRIMO $ 

téritrìfònale di Brescia, e per lungo spazio s'insinua 
tra «lue' monti in mezzo a' quali scorre il fiume Mei- 
li. La sua larghezza e molto limitata non essendo più 
di quattro miglia, ma la lunghezza e di miglia 50.: 
All' intorno confina a Settentrione con Bagolino, ad 
oriente con la Va! Sabbia , ed a mezzo giorno ed oc- 
cidente con il Territorio Bresciano, e lago d'Iseo. 
• Li monti che la circondano sono coperti di boschi , e 
le alte sommità ài questi rendono pascoli ottimi , ma 
non in quella copia che vorrebbe il lor bisogno, per- 
chè gli abitanti sono obbligati nel verno a discende- 
re con le loro mandre nel piano, e nella state nelle 
montagne delle Valli vicina le riconducono . Abbonda 
di miniere di ferro che sono reputate le più feconde, 
e le più atte a fornire certi attrezzi che sono resis. 
tenti e durevoli più d* ogn' altra qualità di ferro . 

Nella medesima settentrional posizione si estende 
la Val Sabbia confinando a settentrione col Contado 
di Lodrone , a mattina coi monti della Riviera di Sa- 
lò, ad occidente con la Val Trompia , ed a mezzo 
giorno col Territorio Bresciano . Essa è larga in aìcu* 
ni luoghi fino a otto miglia, in alcuni altri più ris- 
tretta^ la sua lunghezza è all' incirca di miglia 50. : 
Li monti che formano il suo distretto non sono ne 
orridi , ne troppo eminenti , ed alle loro radici sor- 
gono colli deliziosi ; che danno grani , e pascoli salu- 
bri . Il terreno é fertile, ma non presta, sebben me- 

A 2 diocra- 



4 LIBRO 

diocramente coltivato , più di quattro mesi di vitto 
agli abitanti , ondi sono questi necessitati ad andare 
sui mercati a provedersi di grani, e lo stesso è dei 
bestiami , essendo costretti nelT inverno a calare nel- 
la Bresciana , e nella state salire riconducendoli al pas- 
colo nelle Valli, e monti vicini, e talvolta esteri . Vi 
sono in questa Valle forni , e fucine da fondere il fer- 
ro., maestrevolmente fabbricati sopra il fiume Clisi 
che la bagna , e sopra altri fiumi perenni che lateral- 
mente discendono per diverse valli niente orride, ed 
abbastanza aperte all'occhio de*risguardanti . Gli abi- 
tanti sono robusti , di temperamento coraggiosi, acu- 
ti d'ingegno, e tolleranti della fatica , e computati 
quelli della Val Trompia e Sabbia ascendono a tren- 
tamille persone. 

II. Che cfueste due Valli fossero riputate come 
Alpi, e tra quelle che si chiamavano Euganee, si 
raccoglie chiaramente da insigni scrittori. Il Sigonio 
trattando de jure Italia coli' autorità di Strabone fcri- 
ve in questi termini. „ Supra Ccmum ad Alpium 
„ crcpidinem sunt Rheti , et Veoiones , alii ex parte 
,, Lepontii, et Stonii , et alii multi parvi populi 
„ Italiani tenentcs,qui prioribus temporibus latroci- 
„ nia exercebant, et inopia laborabant . „ Plinio 
individua con più chiarezza le Alpi , e quelle , cha 
si chiamavano Euganee dicendo „ versus deinde Ita* 
„ liam pectore AJpium latini juris Euganei gente* 



PRIMO s 

„ ex iis Camunc , Triumpylini , venali* cum sui* 
;, agris populus: „ quindi li abitanti di queste Val- 
Ji furono da altri chiamati gentes Alpina, ovvero 
Re%j*, seconda, in largo senso per distinguerli dalla 
vera Re*ia , cioè da quelle genti Alpine che abitava- 
no la Valle Tellina, la Valle di Nonia e la V*llt 
Ji Rendena, e le Sarche dette con altro nome Sarac- 
co dal fiume Sarca, e Trento co' vicini 'paesi. Li po- 
poli Camuni, i Triumplini , i Benacesi , i Lepon- 
ti , furono detti Euganei al riferir del Lazar , del Si- 
gonio , e di molti altri presso il Gagliardi . 

Grande si arguisce che fosse la possanza degli Eu- 
ganei , se Plinio si ascolta. Parlando di questi asse- 
risce dietro l'autorità di Catone, che possedessero 
trentaquattro Castella , quorum Calo enumerai trigìnta 
quatuor Civitatcs . Neil' esprimere il nome di questi 
ti restringe a specificare il solo nome de' Triumplini 
prima de' Camuni, indizio troppo evidente, che i 
Triumplini tra le genti Alpine formassero la popo- 
lazione più stimata , più forte , e più estesa di quan- 
te abitassero tra l'Alpi. 

Codesta forza de 1 Triumplini si può agevolmente 
congetturare dall'estensione del loro Territorio, che 
eia assai ampio, ed esteso. Gli Euganei si estende- 
vano dal bg:> Lario, o sia lago di Corno , fino al la- 
go Benaco , ora detto lago di Gada ; lasciando da par- 
te altre Valli settentrionali pertinenti alla Rezia cioè- 

A 3 h Val 



6 LIBRO 

la Val Tellina, la Val Nonia , la Val Saracca ed il 
Tirolo . Dal lago Larxo verso oriente vi erano i Ca* 
muni , indi i Tritimplini, ultimamente i Benacensi ; 
cnde li Triumplini confinavano a sera coi Carmini , 
eeì a marina coi Benacensì , che è quanto a dire oc- 
cupavano tutto quel terreno , che giace tra la Val 
Camonica, e la Riviera di Salò. Verso settentrione 
poi si estendeva fino allaRezia rigorosamente t^etta, 
abbracciando parte di quelle terre che ora sono del 
Principato di Trento : Lo che io non scrivo senza ra- 
gione gravissima. 

In fatti è notissimo nella Storia Romana , ch« 
ogni Città, la quale fosse esaltata al grado di Colonia 
Romana veniva ascritta ad una delle 36. Tribù, nelle 
quali stava diviso il popolo Romano. Ora la Città 
di Trento era ascritta alla Tribù Papiria , Verona al- 
la Tribù Pubblicia , e Brescia alla Tribù Fabia . Che 
poi i Triumplini, i Sabini, e li Bcnacensi fossero 
ascritti alla Tribù Fabia , e conseguentemente che 
formassero parte dei Territorio di Brescia , i mar- 
mi che sono rimasti alla nostra memoria non se lo 
lasciano dubbitare. Quattro iscrizioni conservansi nel- 
la Pieve del Lomas terra del marchesato delle Giudi- 
carle; due altre ve ne sono nel castello di Arco, nel- 
le quali leggendosi chiaramente espressa la Tribù Fa- 
bia, tal qual leggesi nelle iscrizioni di Brescia , e del 
Bresciano Territorio, viene ad esser manifesto, che 

que' 



PRIMO 7 

quVdue luoghi erano contenuti in que' tempi entro i 
confini del Territorio di Brescia, ed in conseguenza 
ancor tutti quei paesi, che sono frapposti , e si disten- 
dono verso quelle parti , appartenevano alla Colonia 
Bresciana ; sicché le Pievi ora dette del Lomas , del 
Bleggio, di Tione , dì Buono, di Condino, il Borga 
di Storro, la Val di Ledro , la Valle di Vestino , e 
tutto il Contado di Lodrone erano pertinenze del 
distretto Bresciano . 

Si osservi inoltre in ordine all' estensione de'Trium- 
plini , che ne i Sabini , cioè Val Sabbia ,nè i Benacen- 
si , né le terre or nominate che formano parte del Prin- 
cipato di Trento , e non si sa con qual nome fosse- 
ro allor conosciute, osservisi dico, che non sono no- 
minati nelT iscrizione riferita da Plinio , e pure tut- 
ti questi erano Alpini, e saccheggiavano i paesi sot-' 
toposti al Romano Impero , finché furono intieramen- 
te soggiogati al tempo di Augusto. Laonde dall'auto- 
re dell' iscrizione furono tatti questi compresi sotto 
il nome ài Triumplini . Aggiungasi che dopo qu?sto 
tempo tanto de' Sabini , che de' Bcnaccnsi trovasi di- 
stinta memoria ne' marmi; onde se i Sabini, e liBe- 
nacesi avessero in quel tempo formato un corpo se- 
parato da' Triumplini non potevano dall'autore deli' 
inscrizione essere dimenticati , ovvero ommessi , mas- 
sime che vedesi fatta da lui una minuta numerazione 
di tanti popoli , e scolpitovi il loro nome , abbencbè fos- 
sero di conto minuto, A4 III. 



t tlBRO 

III. II passo di Plinio ci addita ancora qual fos- 
se di questa popolazione il luogo principale come la 
Capitale della Provincia . Imperocché dice così „ Gra- 
5 , iorutn Alpium incolas praestantesque genere Euga- 
„ neos , inde tracio nomine caput eorum Stonios „ e 
prima aveva scritto „ ex iis Triumpilini venalis cum 
,, agris suis populws , „ Era dunque Stonios il luogo 
che era come la Capitale. Non è però sì facile a pa- 
nna vista conoscere ove questo luogo principale fosse 
situato . Vi si applicarono molti ad indagarlo , ma 
furono di differente parere. Il celebre Ab. Tartarot- 
ti Roveretano nell'opuscolo, in cui ha lasciato me* 
morie per la sua Patria, e Valle Lagarina , supponen- 
do poco distante dalle sorgenti ;dcl Clisi il picciol 
forte di Stenico, non è lontano di crederlo l'antico 
Stonos . Baudrant al contrario è di parere che sia il 
•Borgo di Star situato poco lungi da Condino alla si- 
nistra del fiume Clisi. A questa opinione sembra u- 
riformarsi 1 ? Arduino sopra il testo di Plinio „ Caput 
„ coruniStonos, scrivendo, fuisse ii (Stonii) viden- 
„ tur in agro Tridentino propè fontes Clisii amnis. 
Ma appunto sopra l'autorità di un celebre scrittore 
che fu prima del Baudrant , Ottavio Rossi > cui si sot- 
toscrive il MafFei vuole , che l' antico Stonos sia Vesto, 
ne terra di Valsabbia , il di cui nome interpreta Ve- 
tus Stonum. Nella varietà di queste opinioni per al- 
tro apparisce qual opinione sì accosti al vero. 

Par- 



PRIMO 9 

Partendosi da Vestone lungo le rive del Clisi , e 
Seguendo la linea settentrionale si ascende in tempo 
brevissimo al lago d'Idro . Stendesi questo per serti 
miglia ài lunghezza, e rompe le sue onde alla parte 
ài settentrione sopra un piano , che ora appartiene 
alla terra di Bagolino, detto il piano d' Oneda , dalla 
quantità degli Onizzi , o sia Alni, che vi crescono. 
Avanzando un miglio ,. e passato il fiume Caifaro > che 
scorre dalla Valle di Bagolino, si entra nel contado 
tli Lodrone dopo il quale salendo con la stessa dire- 
zione di cammino si passano le tenute di Storro, il 
paese di C'ondino, Cimego , ed altri luoghi, indi si 
entra in Pieve di Bono . Qui il fiume Clisi muta la 
linea del suo veloce corso, poiché formando un ango- 
lo quasi retto esce dalla Val di Daone dopo esser cor- 
so per miglia 18. lungo la Valle di Fumo, avendo la 
Jua sorgente da un ampio stagno d r acque sul mon- 
te Aren air oriente della Valle Camonica . Ma poiché 
il Clisi raccoglie rei formar l'angolo del suo corso 
verso occidente, le acque del rio detto Danà, se vo- 
gliasi verso tramontana viaggiare a rincontro., del rio 
medesimo, dopo quattro miglia trovansi le Ville di 
Agrone , Lai darò, e poi di Roncone . Questo rivo ri- 
ceve le sue acque da una picciol valle , che sta a set- 
tentrione ; piegando poi il cammino alquanto verso 
oriente si discende a Bondo, Breguzzo , elione, in- 
ài al nume Sarca , che discende dalla Val di Rendc- 

na, 



io LIBRO 

na , vaJJicslo il quale dopo lo spazio di sette miglia 
siede il forte di Stenico sopra una collina , ove ora. 
tiene la sua residenza uà Luogotenente del Principe di 
Trento, e giudica nel criminale e civile tutto il Mar- 
chesato delle Giudicarle . Ora non veggo, come Sfe- 
rico possa essere l'antico Stonos. Esso e molto dis- 
costo dalle sorgenti del Clisi , esso sta in luogo op- 
posto alla scaturigine del rio Dana, esso s' attrova 
entro i confini della Rczia propriamente detta , né 
però poteva essere la capitale degli Eugansj Stonj . 
Questi Eu*anej Stonj partecipavano dei jus Latino* 
questi abitavano le prime alpi, che risguardano l' Ita- 
lia , ed erano soggetti al Municipio di Brescia , onde 
a ragione evidente i popoli Reti non potevano avere 
il luogo dì Stonos entro il loro distretto. J3audrant , 
e r Arduino parimente non hanno rimarcato che il 
borgo di Stoi* sta bensì a sinistra del Clisi , ma è mol- 
to distante cblla sua sorgente, essendo 30. miglia all' 
incirca lontano dallo stagno Aren . Vcstone all'op- 
posto e vicino di molto alla scaturigine del fiume 
Clisi , che esce dal lago d 1 Idro per giusto tramite 
aperto dalla natura, e che sboccando precipitosamen- 
te giù per balze, sembra allo spettatore eh' creano 
quel! 1 acque dalie viscere del monte Koiné , che prese 
il nome dal rovinar della montagna 3 e dell'onde che 
spesso si osserva nelle piene d'essa sorgente del Cli- 
si, spettacolo degno d'esser veduto, e pinto da usi 

cele- 



PRIMO ir 

celebre pene/Io. Credesi dunque con più somiglianza 
dei vero, che l'antico Stonos non fosse né Stenico , 
ne Storro , ma Vestone ; 

Così pure pensò il celebre March. MafFei che di- 
ce. „ Nell'alto della Val Sabbia si e Vestone terra 
grande. ,, Altre circostanze concorrono ancora a com- 
provare l'opinione dei due scrittori Bresciani , che sia 
questo l' antico Stonos . Vestone era guardato da tre 
Forti, quali turt'ora conservano il lor nome, e le 
rovine de' quali mostrano, negli avanzi di grosse mu- 
raglie, che erano il riparo, e l'ornamento d'un luo- 
go capitale di una Provincia ; Se poi la denominazione 
dell' antico Stono? , nel corso di tanti anni è passata 
alla presente di Vestone, ella è stata certamente la 
mutazione del linguaggio , e certa facilità di corrom- 
pere i nomi antichi . 

Dai Greci Stonos si scrive Ysteonos come in Al- 
fonso può apparire. Per essere in principio la lettera 
T deve essere aspirata. Ora Je lettere cosi cominciali- 
ti passarono facilmente ad essere talvolta col H lati- 
no, o con la lettera V scritte, e pronunciate, Vcrcs 
da latini è scritto Hiercs , Tdruntum , Hiduwium . Quan- 
to è facile che Ysteonos antico fosse scritto come ì'scq 
anche il Landino Histeonos'i e che 1' T in V cangiata , 
o parimenti V H mutata in V si dicesse Vestone , così 
Bendi in Veneti , H:sptr in Vesper dice il Labgicf. 
L'etimologia prova anch'essa il nostro assunto, e il 

mio 



ri LIBRO 

mio leggitore non ricerchi più di quello che hanno 
altri Istorici, parlando delia denominazione dei luo- 
ghi antichi . 

IV. In questo luogo adunque e facile immagi- 
narsi , che si radunassero que' popoli perle loro pub- 
bliche provvidenze , ma poi quale fosse il modo del 
loro governo, quali leggi particolari avessero, le sto- 
rie , i sparsi documenti non ci hanno tramandata alcu- 
na memoria . Sapiamo per altro che dilatando i Ro- 
mani il loro impero con rapide conquiste di Città , 
e Provincie , anche la Città dì Brescia Capitale dei 
Cenomani pensò alla sua conservazione . Imperciochi 
o fosse il timore di restar vinta dall' armi Romane , 
ed anche distrutta qualora avesse fatto resistenza, o 
fosse per farsi strada all'ottenimento di privilegi, es- 
sa secondando la fortuna de' Romani ad essi si sotto- 
mise . Questi raccolsero di buon grado e T inalzaro- 
no alla dignità di Colonia Romana , non già man- 
dandovi nuovi abitatori, ma privilegiandola dell* 
cittadinanza, nobiltà, e dignità de' Patrizi Romani 
ascrivendola alla Tribù Fabia . Seguì questo 200* anni 
incirca avanti la nascita di Cristo. I Triumplini però 
dalla situazione de' luoghi montuosi, e diiicilmente 
penetrabili, dalla ferocia del clima, dall'abbondanza 
del ferro, onde lavorare e munirsi d'armi, fatti or- 
mai animosi , non solo si mantennero nella liberti c- 
reditaria, ma portarono tant' oltre l'ardire the. passa- 
rono 



PRIMO 13 

reno a provocar l'armi Romane, depredando i vici- 
ni rcrritorj soggetti all'Impero di Roma. Forse an- 
co la dura necessità ài provedere all'indigenze delle 
Jor Valli, li mosse a far tali scorrerìe con danno, e 
spavento de' vicini. Né in ciò fare li Triumplini era- 
no soli , poiché quanti erano i popoli Alpini da un Ma- 
re all'altro saccheggiavano i territori delle Città con- 
finanti, lo che diede motivo ai Romani ài spedire 
eserciti per reprimere l'Alpina temerità. Circa l'an- 
no di Roma 636. segui la spedizione di Q. Mar- 
zio , nella quale i Romani arrivarono ad impadronir- 
si di Stonos capitale, come abbiamo detto , de' Tri- 
umplini, ma non fu loro possibile di soggiogare tut- 
ti i Triumplini. Parte di questi per natia ferocia, 
sebbene sembrassero raffrenati , ripigliarono le armi 
poco dopo , e seguendo l'esempio degli altri popoli 
Alpini rinovarono la loro rapacità facendo scorre- 
rìe e divastando le terre Romane . 

Era in quel tempo Cesare Augusto divenuto pa- 
cifico possessore di tutto l' Impero Romano : Potea 
allora, niente molestato dalle intestine guerre civili , 
ascoltare le istanze de 5 sudditi ricorrenti e massime 
delle Città situate appiedi dell'Alpi, che dimanda- 
vano di essere assicurate dalle violenze de' popoli Al- 
pini . Allora formò Augusto il disegno dì soggiogare 
tutte le genti Alpine dal Tirreno sino all'Adriatico, 
né desistere dall'impresa fino a tanto che venissero o 

total- 



14 LIBRO 

totalmente disfatte o intieramente sottomesse all'ob- 
bedienza. Questa impresa che era delle più grandi , 
dovendosi vincere tanti ostacoli preparati anche dalla 
natura , fu da Cesare affidata a due suoi figliastri Dru- 
so e Tiberio, i quali vennero verso l'Alpi con gran 
numero dì soldati tutti veterani ed animosi. Riuscì 
ai due Capitani l'intento, e nel corso di una sola 
campagna in tempo d'estate necessario al guerreggiar 
tra monti, occuparono tutti i paesi, s'impadroniro- 
no dei loro Castelli, ed assoggettarono tutte le genti 
abitatrici dei monti, e delle Valli situate tra l'Alpi. 
Fatte queste suddite dell' Impero dì Roma a forza d' 
armi, si viddero nella dura necessità di stare alla leg- 
ge del vincitore, il quale le privò del loro locale go- 
verno, e le assoggettò alle vicine Città , come Plinio 
ne fa testimonianza , e Strabone . 

V. Ora questi popoli vinti , e soggiogati dall' 
armi Romane cominciarono ad amare il nuovo governo , 
e convien dire , che fossero trattati da Druso con tan- 
ta umanità che l'onorarono per le sue degne virtù, 
non solo come vincitore, ma anche come intercessore 
appresso Augusto. Alzarono però in di lui onore va- 
ri marmi, uno dei quali benché mutilo viene riporta- 
to da Ottavio Rossi, e dal Grillerò, non che dal 
dottissimo Muratori ir\ questa forma 

„ .... NI Cianàio Druso 

i t . , . NÌ Triumplim 

che 



PRIMO iy 

che altro non può dire se non Neronì Claudio Drusa , 
Comuni Triumplini . £'• cosa molto credibile che cer- 
cassero quanti poteano intercessori in Roma sede 
dell' Imperadore Augusto , e che al patrocinio di Bra- 
so procurassero > come avvenne, di aggiungere quel di 
Germanico di lui figlio, e di Agrippina sua moglie, 
Principi tanto amati e forniti delle più rare doti , Sic- 
come poi i Triumplini avevano ogni venerazione a certo 
Idolo chiamato Tyllino >di cui veneravano il simulacro, 
così dimostrarono anche a Germanico il loro amore « 
venerazione , coli' alzargli una pubblica inscrizione, 
nella quale lo equiparavano a questa loro sognata di- 
vinità . Di questo ìdolo ne abbiamo, memorie suffi- 
cienti nelle lapidi rimaste, ed il Rossi sopralodato 
psnsa che la sua statua fosse in Inzìno, vedendosene 
oggi il piedestalo ne/ cortile dell' Arciprebenda di 
quella terra con il nome Tyllino. L' iscrizione ri- 
masta a noi è del tenore seguente 

Tyllino- 

et 

Germanie a 

Felici tatem 

Divini tatem 

ultra 

Triumplini 

Col favore ci questi è credibile che guadagnassero V 

animo di Julia Sabina figliuola di Tito Augusto, e 

che 



i6 LIBRO 

che ottenessero il perdono , onde alla medesima alza- 
rono la lapide, che ora trovasi ad Urago di Mella in 
casa de' Signori Bonalda . 

Julia 

Augusta 



Divi Titi 

Tri amplini 
et Benacenses 
VI. Sembra per altro che Cesare non solamente 
volesse soggiogati ed obbedienti li popoli Alpini , ma 
che avesse in mira di mantenere la sicurezza de' popo- 
li e de' viaggiatori . Essendogli pertanto fatte rimos- 
tranze sopra le violenze usate dai popoli vicini , che 
non sapevano dimenticarsi Parte di rubare , egli col- 
locò in diversi luoghi la Legione XXL nominata Ra- 
pace! , acciò guardasse i viaggiatori dalle insidie dei 
Ladroni. Di questa Legione sono a noi restate le 
memorie in diversi marmi, come in una lapide ora 
esistente in Lumezzane , e collocata nelle pareti dell» 
Pier e , riferita dal Rossi , e dal Muratori • 
. . . . Sugassis 
. . . • Ranni us 
.... DIAZ. STAI . F. 
Uxori et Sugassi et State 
Fitiis militi bus 

dejunclis. Leg< XXL 

Rapa* 



PRIMO 17 

Rapaci s ego Filiis Titulum 
Positi quod mei mihi Fili 
debuerunt . 
Altra ve n'ha in Calvazesio riferita dal Rossi alla pa- 
gina 279. che leggesi in queste parole 
Jamimo Ruf . . . . 
et Ter tulio sta . . ~. 1 
Cassi Basii, uxori 
milìtibus Leg* XXL 
Rapaci s Filiis defun . . T : 
Suavini . F. Filii . V. E. 
Altra simile sebbene tralasciata o ignorata dal Rossi 
▼edesi in Savalio . ed ora serve di pietra angolare al- 
la Torre, benché alquanto corrosa, che porta 

Huiacsd on 

'..... Gapito , • • • f 

fy sena Baiaci 

Uxori de 

M. Cornelio 
Secundo Emìlii 
Log. XXL Rapaci s 
de f un ciò 
il Rossi riferisce una lapide alla pagina 279. dell' o^ 
pra sua che dice così 

Firmus ingenui 

F: Princeps 

Sabinorum 

B tihì 



il LIBRO 

sili et Cornell 
a e Rustìcac con- 
iugi M. Cornell 
o Prisco F. annor. 
XIII. 
Dalla quale sembra potersi dedurre che Fermo Genera- 
le o principale de* soldati Sabini dedicasse questa la- 
pide a Cornelio Prisco con V occasione che forse di- 
morava a presiedere al Castello di Savallo, che fu di- 
strutto nel secolo decimo per fabbricarvi P antica Chie- 
sa non vi essendo rimasto altro che la torre . Forse era 
Capo de* Soldati che stavano in difesa delle vie ; ed in 
Vobarno ancora vedesi altra lapide riferita dal Rossi, 
in cui si fa menzione di un veterano soldato della 
Leggione XXI. che forse ivi stava per il fine suddet- 
to . Non dtvo essere molesto al mio leggitore col ri- 
ferire molte lapidi, quali potrà leggere sul line di 
quest'istoria, illustrate con alcune note tt per la loro 
intelligenza ed applicazione . 

VII. Solo mi accade di riflettere che le due Valli 
essendo sempre state dedite all'opre di fabbro per le 
miniere di ferro che in esse abbondano , si fecero fino 
dal tempo de Romani molto nominare e stimare . Fu- 
rono ritrovate nella Terra di Zenano in Val Trompia 
quattro lamine di bronzo dalia casa de 1 Nobili Rossa 
passate nel Museo Moscardi di Verona . L* inscrizione 
che in esse si legge porta che sotto il Consolato di M. 

Fruge 



PRIMO j 9 

Fruge, e di Lucio Cafurnino Pisone , Commissiona- 
ti della Città Temetria dell'Affrica, e Caio Silvio 
-A viola della Tribù Fabia prefetto de' fabbri contrasse- 
ro insieme vicende/ole ospizio : motivo di tale clien- 
tela a que' tempi usata per fine ài onore, credesi con 
fondamento che fosse l'abbondanza delle miniere, t 
delle officine di ferro che era nelle Valli, essendo Ze- 
nano, come dissi, terra di Val Trornpia, dove si Tro- 
varono le lamine suddette che vengono riferite sul fi- 
re della mia storie . 

Vili. Così adunque andarono le cose pubbliche 
delle due Valli dopo che furono sotto il dominio di 
Roma, ed è cosa somigliantissima al vero , che il lo- 
ro costume setto impero diverso, divenisse più coi.. 
to , e che cominciassero a spogliarsi deile loro bar- 
bare propenzioni . E cosa anche verosimile che chi 
reggeva la Provincia usasse ancora ogn' arte per ren- 
derle uniformi alle altre popolazioni che stavano sot- 
to il suo dominio; Ma T arte politica nel più alto 
grado posseduta , e praticata da* Romani non ci lascia 
dubbitare che non si tratassero tutte le vie più oppor- 
tune ed efficaci , onde mantenerli mansueti , ed obbe^ 
dienti. Avevano i Triumplini un ampia estenzione , 
come vedemmo di sopra , e con gli abitatori di Val 
Sabbia, anzi coi Benacesi formavano un corpo con- 
siderabile, e quasi un separato territorio civilmente 
kgato con leggi comuni . Ora sappiamo che principio 

B 2 fon- 



20 L t B R Ó 

fondamentale del governo politico Romano era d'in- 
debolire con la divisione i popoli assoggettati con T 
armi , onde vedendo noi che ne' secoli susseguenti di 
un solo formidabile corpo se n'erano fatti tre debo- 
li, dividendosi questo tratto di paese in Triumplini , 
in Sabini , ed in Benacensi , possiamo sospettare che 
in tal occasione Venissero separati. La lapide sopra 
riferita esistente in Savallo ci accenna Fermo principa- 
le de Sabini, Princeps Sabinorum ; si tace il nome dei 
Triumplini , si omette quello òqì Benacesi -, era adun- 
que la Val Sabbia un popolo da se , separato dagli 
altri. Di più non troviamo più memoria dell'antico 
luogo detto Stonos , argomento che fosse trasportato 
in altro luogo il titolo di residenza principale , e veg- 
gendosi denominati i popoli col titolo di Sabini , 
convien presumere che fosse il Castello di Sabbio innal- 
zar.* all'onor di luogo principale , e denominata tut- 
ta la Valle stessa di Sabbio fin da quando fu fatta da 
Romani questa civile separazione de' popoli. 

Se passiamo ancora a considerare i tempi , che 
successero al dominio Romano , vediamo che Sabbio 
venne per qualche tempo considerato qual luogo prin- 
cipale della Valle. Il governo Ecclesiastico tendente 
a stabilire la Religione, andò introducendosi in que* 
luoghi, dove il governo politico avea fissati li suoi 
stabilimenti . Li Vescovi Metropolitani presero a ri- 
siedere nelle Città Capitali, i Vescovi nelle menprin- 

cipa- 



PRIMO si 

capali, e così dir possiamo degli altri luoghi. A co- 
noscere pertanto i luoghi più qualificati delle Provin- 
cie , e dei paesi, giova anco attendere a quanto scris- 
sero gli storici del governo Ecclesiastico . Ora il dot- 
to Cardinal Norisio parlando della giurisdizione dei 
Vescovi soggetti al suo Metropolita dice „ ii antisti- 
„ tcs Metropolita? subiecìi erant , cuius amplissima 
3 , jurisdicìio erat . Nam aPannonia secunda usque ad 
,, Abduam in Insubria extendebatur .Continebat Ras- 
„ tiam secundam , cuius metropoli Sabbio . Era dun- 
que considerato il Castello di Sabbio quasi la Metro- 
poli della Valle in queir* epoca . 

IX. Non m' è qui permessa di continuare le no- 
tizie antiche delle Valli di anno in anno , ne di se- 
colo in secolo. Il tempo edace d'ogni cosa forse ci 
tolse la memoria dei fatti illustri , e forsi i popoli 
abitatori delle Valli stesse , non diedero agli storici 
materia di scrivere i loro avvenimenti . Vissero questi 
sotto il dominio di Roma fino che ai Romani succes- 
sero i Goti . Questi vennero negli anni seguenti ad 
essere cacciati dai Longobardi , né in tali cangiamen- 
ti di governo trovo le Valli nominate particolarmen- 
te in quelle guerre . Esse seguirono il destino delie 
altre Città, e dal giogo de' Longobardi passarono con 
pari infelicità ad essere soggette al dominio de 7 Fran- 
chi circa il secolo ottavo dell' epoca Cristiana . 

X, Nell'anno 800. nacquero alcuni fatti ? de' qua- 

B 5 li r.? 



22 LIBRO 

]j ne dobbiamo la memoria a Ridolfo Notaio, che 
lasciò una breve Storia , stampata in fronte al secon- 
do tomo della moderna istoria di Brescia. In questa 
nostra parte d'Italia, o fosse per la stravaganza del- 
le stagioni , o per qualche altra incognita causa , fu 
scarsissimo ogni raccolto, tal che regnò un' improvi-. 
sa e fatai carestia. La gente che abitava nelle spa* 
ziose campagne, e quella che godeva delle più ame- 
ne e fertili colline, si sentì oppressa da lunga e rab- 
biosa fame, e que' popoli che dimoravano fra le Val- 
li non sapevano come campare la vita. I popoli del 
Trentino abitatori di luoghi ancor più sterili , veden- 
dosi nelle angustie di una Jagrimevole penuria si die- 
dero a quel consiglio, che sa porgere la mal augurata 
povertà, e la fame consigliera infelice. Radunati in 
numero di diecimille( se pur la fama che cresce , non 
aggiunse a tal numero un qualche migliaio di perso- 
ne ) calarono in fretta lungo il Clisi risoluti di proc- 
cacciarsi da vivere comunque potessero . 

Era nella Val Trompia un celebratissimo Tem- 
pio dedicato a S. Appollonio Vescovo di Brescia , o 
eretto, od almeno arricchito dalla pietà del Duca Mar- 
,coaldo creduto discendente dal sangue de Longobardi , 
e forse Duca di Brescia. Qualche grazia particolare, 
che questo Principe avea ottenuta da Dio per i me- 
riti del S. Vescovo , o qualche tratto di generosa pie- 
tà , fu la bella cagione che questa Chiesa ^venisse ar- 
ricchì- 






PRIMO %i 

ricchita di arredi preziosi , e fatta erede delle miglio- 
«-'sostanze del Duca. Dietro la pietà di un pio So- 
vrano corsa era anche la suddita popolazione ad of- 
ferire al Santo, oro, ed argento, ed altre cose pre- 
ziose, tal che si nominava per il primo e più ricco 
santuario, che fosse in questa parte del Longobardi- 
co Regno. E quantunque ora manchino precise noti- 
zie del luogo individuale, ove fosse eretto questo Tem- 
pio , credesi per altro con fondamento , che ivi fos- 
se alzato, ove a nostri giorni sta eretta la Parrocchia- 
le del luogo nominato S. Appollonio . Ora la fama 
di tali ricchezze mosse i dieci milla Trentini a ri- 
rogliersi verso la Val Trompia per dare il sacco ai 
Tempio or nominato . Penetrato il sacrilego disegno 
dagli accorti Triumplini, risolsero d'impedire con 
ogni sforso lo spoglio , e di far un macello di quella 
misera famelica truppa. Occuparono i passi più stret- 
ti sopra il pendio di dirupate montagne , prepararono 
sassi, che rottolando precipitosi balzassero a ferire, 
ed offendere chiunque fosse stato nelle vie, s'appiatta- 
rono nei boschi posti lungo la strada ed aspettato il 
tempo, che fossero impegnati nel viaggio senza spe^ 
ranza di ritirata, tutti di conserva diedero adosso agli 
infelici, e con dardi, e con lancie, e con tutti i 
possibili modi fecero man bassa , uccidendo giovani , 
vecchi, donne, e fanciulli senza pietà. Quanto pio 
era il disegno d 1 impedire lo spoglio dell' insigne Tem- 

B 4 pio 



fttifcat. 



24 LIBRO 

pio di S. Appollonio altrettanto barbaro fu il mez- 
zo adoperato per conservarlo , poiché con minor stra- 
de e con più prudente difesa potea guardarsi un luo- 
^o tanto augusto , e celebrato . 

X!, Non fu però a' Triumplini possibile andar 
invendicati di tale eccesso , mentre nell'anno 811. an- 
ch'essi divennero vittima dell'altrui furore. Erano 
abbondanti forse più del presente le miniere di ferro , 
ed i lavori che si fanno di tale metallo . Pipino Re 
d'Italia fu quasi sempre impegnato nelle guerre or 
contro Grinoaldo Duca di Benevento, or contro li 
Veneziani, e perciò ebbe sempre mestieroche si tra- 
vagliassero armi per li suoi eserciti . Governava allo* 
ra la Città di Brescia certo Conte Sappone uomo sce- 
lerato , pien d'avarizia, e crudele. Era questi da Pi- 
pino deputato ad ordinare l'armi, ed a ricompensare 
le fatiche de fabbri con le condegne mercedi . Ma co- 
stui abusando della sua carica, o sospendeva o dimez- 
zava la mercede de' miseri , ed avendo artifìziosamen- 
te indotti moki schiavi ad andar al/e miniere di fer- 
ro con la lusinga della libertà , mai discendeva a 
concedergliela mostrandosi del pari senza ìede 3 e sen- 
za giustizia . Sdegnati i fabbri Triumplini ricusaro- 
no di lavorare nelle officine, e preparar armi secondo 
gli ordini di Sappone . A reprimere cjnesto tumulto 
ed a vincere l'ostinata resistenza de' Triumplini spe- 
dì egli un suo figlio, il quale era scortato da numero- 
sa trup- 




PRIMO 25 

sa truppa d'inumani soldati, acciò obbligasse i fab- 
bri al travaglio nelle fucine ed alla fattura dell' armi. 
Ma siccome questo avea poca sperienza e niente d' 
umanità, così a forza di sferzata costringere volle que* 
miseri al lavoro, e dietro P esempio del padre defrau- 
darli di una notabil parte delie loro mercedi . Non 
si può dire quanto fremessero quc' infelici sotto un 
giogo sì barbaro, a sostener il quale non reggendo più 
la stancata lor tolleranza si diedero alla disperata ri- 
soluzione di tagliare a pezzi il figlio del Conte Go- 
vernatore, e di sbaragliare tutta la sua truppa , e V 
eseguirono prontamente . 

Portata a Brescia le notizia d\ un fatto si crude- 
le , Sappone restò così soprafatto e dolente per la per- 
dita del figliuolo , che si senti talvolta svenire di do- 
lore , talvolta ardere di tal collera, che gli suggeriva 
di perdere , e rovinare i Triumplini anche innocenti 
per vendicarsi de' rei. Ma seppe il Conte Governato- 
re in questo dissimulare sì bene il dolere che sentiva 
aìP interno, che molti s'immaginarono, che il Padre 
si dolesse più della imprudente condotta dei figliuolo 
ucciso , che della crudeltà de' Triumplini uccisori . Fra-, 
tanto egli macchinava in cuore la più barbara ven- 
detta , che fosse ai posteri memorabile per sempre . 
Colle piacevoli maniere trattava i Triumplini , semai 
voleva il suo officio, che avesse ad ascoltarli, o trat- 
tarli, ed intanto sotto altro pretesto introducendo in 

Valle 



26 LIBRO 

Valle numerosa soldatesca, anch'esso comparve in Valle 
tlP improviso , ed occupati ì posti più importanti, 
e sicuri passò a fìl di spada i miseri Triumplini , i 
quali viddero presente la morte quando né seppero, 
né potevano fuggirla. Per altro in questa storia di 
Ridolfo Notaio sembra esservi qualche esagerazione, 
poiché non era così facile la sorpresa di tutta la Val- 
le, né la distruzione di un popolo sì numeroso, on- 
de credesi con ragione, che il fatale macello succedes- 
se nell'una, o neìP altra terra, dove erasi trucidato 
il fìsìio del Conte, di cui si parla. 

Sotto il governo dei Franchi altro di rimarcabile 
non avvenne che appartenga a questa istoria . La vi- 
cenda delT armi , e le umane rivoluzioni diedero luo- 
go al dominio di alcuni Principi, o vogliam dir Ti- 
ranni in Italia. Discesero i Germani, ed anch'essi 
occuparono le Città ora coli' arti della politica, ora 
colla forza dell' armi , e nel governo che tennero dei 
popoli sudditi non alterarono il sistema dei popoli 
Triumplini, e Sabini , i quali forse schermendosi del- 
la lor crudeltà non credettero di doversi opporre a 
quella fortuna, cui andavano soggette le piovincic 
più ricche e più popolose. Così passò un lungo corso 
di anni, che parve giacere nell'oscurità il nome de- 
gli abitatori delle Valli: ma sul fine del secolo un- 
decimo cominciarono a riacquistar fama i Triumplini e 
Sabini per aver avuto mano negli avvenimenti più ru- 
morosi di quel tempo . XII. 



PRIMO 27 

XII. Piegando dunque al suo fine il secolo linde- 
cimo, la Città di Brescia approfittando della lonta- 
nanza dei Principi regnanti e delle circostanze in cui 
trovavasi ; non che essendo allettata dalle novità del 
governo, ed animata dall'esempio di tant' altre Città 
di Lombardia , procurò di ergersi in Repubblica , fa- 
cendosi Città libera colla sola ricognizione dell'alto 
dominio di chi si faceva chiamare Re d'Italia . Nella 
mutazione però di governo non fu durevole la felici- 
tà di questa nuova Capitale di Repubblica , mentre 
si accesero le guerre civili fra Bresciani , che impegna- 
rono ancora i popoli delle Valli vicine. La prima 
guerra civile si accese per le private passioni di Ari- 
manno di Gavardo Vescovo di Brescia e Cardinale , e 
di Ardicelo degli Airnoni Bresciano. 

XIII. Risiedeva nella Sedia Vescovile di Brescia 
Arimanno Cardinale della S. Romana Chiesa, e Le- 
gato Apostolico, che molto si era adoperato nel li- 
berar la Città dal governo dei ministri Imperiali, e 
in procurare con successo felice , che essa divenisse 
padrona celle regalie e di altri diritti del Principe. 
Perlocchè Arimanno era riputato l'autore della Bre- 
sciana libertà, e fondatore della novella Repubblica. 
Ma la stima popolare, che infievolisce col solo tras- 
correre del tempo, cominciò a riconoscere dallailor- 
tuna 3 quello, che prima credea merito dd suo Pa- 
store, Nel tempo medesimo viveva in Città Àrdicelo 

degli 



28 LIBRO 

degli Aimoni personaggio fornito di amabili qualità , 
e pieno di accorta destrezza, onde farsi riputare uo- 
mo di alto senno , e valore . Siccome però questi su- 
perava quello nella politica , e nelle personali quali- 
tà , così arrivò ben presto a superarlo nei credito , 
e nell'autorità appresso il popolo Bresciano, on- 
de Ardiccio veniva rispettato , e tenuto quasi padro- 
ne della Città, laddove il Vescovo Arimanno era ri- 
putato poco più di un semplice Cittadino. Non es- 
sendo Arimanno di un tal carattere da portar in pa- 
ce un decadimento sì grande nella popolare riputazio- 
ne , in luogo di guardar con lieto animo la libertà 
della Città, e goderne il frutto, fattosi a riflettere 
soltanto all'apparenza degli onori prestati ad Ardic- 
cio, si diede a tentar per vie illegittime la rovina del 
suo rivale . 

Erano suoi stretti confidenti Ruperto da Serezzo 
potente Signore di Val Trompia , ed Adamo di Mon- 
tecebio altro potente Signore di Val Camonica. Con 
questi ebbe scerete conferenze delle cose di Brescia , e 
del potere che Ardiccio avea in Città, e con questi 
macchinò di disfarsene in una maniera tanto più se- 
creta quanto più seducente , e perversa . Sborsò loro 
rilevante somma di denaro , onde far leva di gente nel- 
la Val Camonica e Trompia , ed ebbero diligente os- 
servazione , che sott' altro pretesto si raccolgiessero li 
soldati, che ascendevano al numero di due miUa< 

Q^an- 



PRIMO i 9 

Oliando Questi si trovarono usiti , li due alleati di 
Arimanno manifestarono ai soldati raccolti parte dei 
loro pensieri , coperti sempre di zelo per la Città e 
per la Religione > li animarono all'impresa con larghe 
promesse, e fattisi alla testa di questi nuovi soldati, 
nel silenzio della notte alli 3£. di Maggio dell'anno 
1104. s' avvicinarono al Castello della Città, e scalate 
le mura senza incontrare opposizione alcuna se ne im- 
padronirono . Si empi di spavento la Città, non sa- 
pendo il fine di tale sorpresa , né la causa di questa sol- 
levazione : ma fecero questi ben presto palese il loro 
animo col far intendere ai Cittadini essere essi ve- 
nuti a tale risoluzione per salvar la Città dalla tiran- 
nìa di Àrdicelo, che meditava farsi padrone della lor 
Patria, né che erano per uscir fuori dalla fortezza, 
se Ardiccionon fosse stato il primo ad uscire da quel- 
le mura , dove regnar redeano la sua alteriggia senza 
confine. In tale sconvoglimento della Città Ardic- 
cio pensò di doversi partire da Brescia , della cui lon- 
tananza non contento Arimanno volle che si facesse 
processo sopra la. condotta d' Ardicelo , e se la storia 
non mentisce, con false deposizioni di corrotti testi- 
moni, e con le calunie ordinate dalla malignità, fece 
sì che Ardiccio fosse dichiarato nemico e traditore del- 
la Città. Dispiacque altamente ad Ardicelo l' impreca 
dei Valeriani , ma più gli dispiacquero le macchinazio- 
ni del Vescovo Arimanno, onae fece ricorso alla po- 
tenza 



30 LIBRO 

tenza dei Valvasori in Lombardia. Tanto seppe dire 
e tanto operare Ardicelo, che ottenne la protezione 
di questi , ed in di lui ajuto venne spedito Alghisio 
da Gambara capitan generale di Lombardia, e con 
gente armata venne alla volta di Brescia per vendicare 
l'onore di Ardicelo. 

XIV. Già erasi fatto palese il ricorso diArdiccio 
appresso a Signori tanto potenti come erano aque'tempi 
i Valvasori, e si sapea che Ardiccio nutriva verso di 
Brescia , e del suo Pastore un animo spirante le più 
crudeli vendette . Laonde si posero li Bresciani sull* 
armi ed ebbero le tre popolazioni delle Valli Camo- 
Rica , Trompia , e Sabbia dichiarate già alla più vali- 
da difesa della Città, non solo con la pronta spedi- 
zione di moka gente d'armi, ma ancora colla possi- 
bile contribuzione ii danaro per fare la guerra . For- 
marono quelli di Val Trompia e Sabbia un reggimento 
d'arcieri , i quali non solo si distinguevano nella bra- 
vura di scoccar dardi , e ferire , ma portavano ancor 
certe freccie lavorate maestrevolmente in Gardonc di 
Val Trompia, e però detti dardi Gardoni . Fu pre- 
muroso pensiero dell'esercito Bresciano di coprire le 
frontiere dei Territorio, onde impedir ìe scorrerìe del 
nemico, e però s'erano distesi fino verso le colline 
del lago di Garda per impedire ed osservare ari un ora 
i movimenti .dell'esercito nemico. S'appressarono a- 
dttnque le armate, ed il primo cimento seguì al li io. 

di Apri- 



PRIMO 3 x 

di Aprile noy. nel tener del Venzago . Avea il coman- 
thnte dell'armi Bresciane fatte romper le strade , ed at- 
traversarle con alberi, ed avea pure tirato un cordo- 
ne di soldati per impedire l'avanzamento alla milizia 
dei Valvasori . Pose nel luogo più esposto all'assalto 
nemico, e piti dificile a guardarsi, il reggimenti d'ar- 
cieri Triumplini e Sabini, ben persuaso che avrebbe- 
ro con distinto valore respinto il nemico e conser- 
vato quel posto « 

Ma Alghisio di Gambata intendente del mestiere 
dell'armi pensò di fare l'attacco in quasi tutti i luo- 
ghi , e negli stessi momenti per atterrir® i nemici, e 
tener separate le forze. Ne andò ingannato nel suo 
disegno, poiché con spargimento di poco sangue s'im- 
padronì dd posti nemici , e ruppe le linee dell'anna- 
ta Bresciana. Trovò peraltro la più valida resistenza 
nei soli Triumpiini e Sabini , i quali si mantennero 
fermi danneggiando sempre \i assalitori con una mi- 
cidiale tempesta dì dardi. Replicarono i Valvasori 1" 
assalto , e vennero novamente respinti. Il Conte Al- 
berto Martinengo, che comandava la truppa dei Val- 
vasori destinata ad espugnare quel posto, vedendo che 
a tutti era riuscito snidar l'esercito Bresciano da suoi 
posti, e che esso non aveva ancor potuto avanzarsi 
un palmo di terreno, vergognandosi d'esser egli il so- 
lo vinto^tra i suoi compagni vincitori, raddoppiò la 
forze neir attacco ., ma venne nuovamente respinto 

con 



$l t IBRO 

con perdita notabile della sua gente» Ne certamente 
sarebbe arrivato ad ottenere l'intento, se in suo aiu- 
to non fossero accorse l'altre schiere, all' avvanzarsi 
dMc quali, fecero iTriumplini e Sabini una ritirata 
sì bene intesa che uccisero molti, ed essi non perdet- 
tero alcuno de 5 suoi soldati ♦ 

Seguì nella stessa campagna un secondo fatto d' 
armi nelle tenute di Mescoline e Gavardo presso al 
fiume Clisi , dove le due armate erano accampate di 
fronte con avervi raccolte tutte le possibili forze . Il 
primo d' Ottobre uscirono dalle trincèe i soldati dell* 
una e dtW altra, ed attaccarono diverse scaramuccie , 
in una delle quali un soldato Triutuplino si portò 
con coraggio veramente marziale , che più volte res- 
pinse il nemico , e pareva che solo sostenesse il co- 
raggio nella mischia . Questi certamente avrebbe ope- 
rato da prode soldato, se forse fosse stato meno co- 
raggioso , onde adocchiato da Alghisio da Gambara fu 
ucciso. Nell'estremo pencolo avea pur questo solda- 
to osservati i movimenti del Capitano Alghisio, ed 
avea nel tempo stesso prontamente lanciato un dardo 
Gardonio in petto al cavallo del medesimo , il quale 
infuriando pel dolore portò fuori della mischia il Pa- 
drone, e si pricìpitò nel fiume dove Alghisio corse 
grande pericolo di andar sommerso . Diodato da Pesa- 
le capitanio dei Triumplini desiderò di vendicare la 
morte del valoroso soldato, e però tentò «n altro 

assai- 



PRIMO ss 

assalto coti h truppa dei Triumplini , è Sabini. Il 
nemico seppe mostrare una finta paura , e volger le 
spalle, ma con occulto stratagemma fuggì per un luo- 
go dove teneva rimboscata di alquanti soldati, nel- 
la quale con troppo calore internandosi li soldati del 
Pesaze , restarono parte uccisi , alcuni prigionieri di 
guerra , ed altri sbaragliati camparono la vita con la 
fuga, così finì la campagna dell'anno 1105. 

Ma venendo l'anno no5. si riasunse la guerra con 
maggior ardore di prima. Correndo il mese di Luglio 
si accamparono le due armate nell'ampia pianura di 
Montechiaro. Li Bresciani aspettando il rinforzo dei 
Milanesi stavano rinchiusi , e coperti dalle loro trin- 
cèe , e quantunque provocati, non amavano venire ad 
una campale battaglia . Per lo contrario sollecito 1' 
esercito dei Valvasori di approfittare dei favorevoli 
vantaggi, che gli venivano promessi dall' acceso desi- 
derio di venire alla zuffa, e dal maggior numero dei 
soldati, once lusingavasi delia vittoria , determinò di 
dare l'assalto universale alle trincèe Bresciane. At- 
taccarono quasi da tutti i lati il campo nemico con 
un ardor senza pari, ma furono con pari bravura res- 
pinti, né mai poterono superare le trincee, quantun- 
que sacrificassero la vira di tanti soldati . Cesi aves- 
se l'esercito Bresciano conservato l'onore della vitto- 
ria , che averebbe senza dubbio veduto miglior esito 
di quella campagna, e miglior frutto di quella gucr- 

C ra. 



54 LIB KO 

ra. Aveano come or ora dissi i soldati Bresciani res- 
pinto T universale assalto delle trincee , e danneggiato 
il nemico, onde per tale successo fatti troppo animo- 
si , in luogo di temporeggiare aspettando il soccorso, 
di assaliti vollero farsi assalitori del campo nemico. 
Ma Tarmata de' Valvasori forse meglio regolata , e più 
maturamente condotta , non restò punto sorpresa all' 
assalto. Accolse anzi il nemico con animo marziale, 
e tenne sì fermo, che bastò a deludere lo sforzo dei 
soldati Bresciani, e benché assaliti quelli da questi 
per due lati , e per fronte non vi fu urto che li rom- 
pesse . 

Sempre furono respinte le schiere Bresciane da quel- 
le de* Valvasori, i quali fecero strage de suoi nemici, 
e sebbene si spargesse molto sangue da una parte e 
dall'altra, sempre però il campo dei Valvasori riuscì 
impenetrabile . Sopravennero altri, e fra questi Gugli- 
elmo da Edolo Capitanio di quelli di Val Camonica, 
Diodato da Pesaze , che comandava la milizia Trium- 
plina e Sabina, ed urtarono sì fortemente, che rup- 
pero le linee nemiche . Accadde la morte di Diodato 
in quel cimento , in cui parve or dichiararsi la vitto- 
ria per i Valvasori , ora per li Bresciani . Al sopra- 
venire però di un soccorso più valido dovettero cede- 
re i nemici dei Bresciani , e ritirarsi con perdita . Se- 
guirono altri fatti d'armi, quali aspettano alla Bre- 
sciana storia, nella quale poi si vede terminarsi la 

guer« 



PRIMO £$ 

guerra con la vittoria dei Valvasori , che rimisero ft- 
r.almente Ardicelo in Città di Brescia, e gli vennero 
accordati i suoi feudi prima posseduti , e restituito 
il pristino onore non senza disdoro del Vescovo Ari- 
rnanno , che era stato promottore di sì grande discor- 
dia , e mali . 

XV. Non era ancora cessata ne* suoi miserabili ef- 
fetti quella guerra civile, che tre anni depose ne ac- 
cese un altra ancor più fatale . Eransi uniti moltissi- 
mi uomini ribaldi , parte forastieri , e la maggior parte 
rubelli della Città di Brescia , i quali sitibondi di san- 
gue umano , e della robba altrui andavano scorrendo 
per ogni dove , e desolavano i paesi intieri , e le campa- 
gne . Era un esercito formato di gente gregaria e cattiva , 
e sembrava aver raccolto ogni rifiuto d'umanità . Capi- 
tanio di questi era un uomo crudele, sleale, e vizio- 
f o , cioè Lantelmo nativo del paese di Eseno nella 
Valle Camonica , il quale seppe tanto ammaestrare 
quella gente al mestiere dell* armi, che sparse il ter- 
rore per la Città ài Brescia , e per tutto il Territo- 
rio , e nei vicini paesi. Per liberarsi da un nemico sì 
potente elesse la Città Capitani delle milizie allora 
raccolte di fresco , e poco esperte , e perciò i princi- 
pi della guerra furono si infelici, che la Città fu in 
evvidente pericolo di perire. Allora fu che venne af- 
fidato il supremo comando della truppa ad Ardicelo, 
ed Alghisio da Gambara , col senno dei quali si ri- 

C 2 cupe- 



3 6 LIBRO 

cuperò l'onore della Città, e si cominciò a sperare 
la pace. Furono chiamate le Valli in aiuto e dalla 
Valle Camonica discesero molti soldati comandati da 
Guglielmo da Edolo , e dalle Valli Trompia , e Sab- 
bia calarono molt' altri, che aveano per loro Capita- 
no Silvestro da Eione, eletto in luogo di quel Dio- 
dato da Pesaze, che avea lasciata per la Città di Bre- 
scia la sua vita nella battaglia di Montechiaro . 

Sul finire di Luglio adunque uscirono con li ris- 
pettivi reggimenti i due Capitani delle Valli per met- 
ter freno alla licenza, e coprir il paese dalle scorrerie 
desolatoci , che soleano fare i soldati di Lantelmo. 
Avendo perciò inteso, che una grossa colonna di ne- 
mici erasi internata nella Valle detta di Botecino , e 
che metteva a sacco quelle Ville , con una marcia sfor- 
zata si presentarono avanti il nemico per venire a bat- 
taglia y Ma s'avvidero ben presto, che dovean com- 
battere contro un numero molto maggiore , e che non 
avrebbero potuto in quella posizione, né riportare 
vantaggio, uè sperare alcuna vittoria. I due Capitani 
però suonarono tosto la ritirata , ed avendo osservato 
in vicinanza una picciola collina , colà si portarono 
nella possibile ordinanza, e V occuparono prestamen- 
te schierandosi in battaglia, disposti a difendersi fìi\ 
all' ultimo sangue. Comandava quella partita di solda- 
ti di Lantelrjn certo Capitano chiamato Giraldo, il 
quale avendo veduto i soldati delle Vaili ritirarsi, e 

qill- 



PRIMO 37 

quasi fuggire nel piano, giudicò che non sarebbe sta- 
to difficile discacciarli da quel posto , e mandarli dis- 
persi . Comandò adunque ad un corpo di soldati va- 
lorosi di salire, ed investirli d'appresso. Questi sali- 
rono per diverse parti la colina ; ma Silvestro e Gu- 
glielmo avendo opposta la più valente milizia stette- 
ro a pie fermo aspettando l'assalto. Non senza arte 
permisero al nemico che s'impegnasse nella salita, e 
se gii facesse vicino, indi si slanciarono sopra l'an- 
sante truppa nemica , fd aiutati dalla superiorità del 
luogo incalzarono sopra di essa tanti dardi , e si get- 
tarono con armi taglienti che ne uccisero un gran nu- 
mero , e non ebbero più coraggio di cimentarli . Il 
dì vegnente giunsero con il resto della truppa Ar- 
diccio ed Alghizio , i quali uniti coi Valleriani inse- 
guirono que' ribaldi finche andassero dispersi, e ve- 
nisse cosi la Città di Brescia col suo Territorio libe- 
rata da sì pestifera gente, che era esecrata da tutti ì 
Cittadini amanti del pubblico bene. 

XVI. Ma il popolo delle due Valli , che era ani- 
mato di spirito di veri Cittadini volle dare chiari 
esempi anche in materia di religione . Certo Vescovo 
di Brescia chiamato per nome Villano era stato de- 
posto dalla Sede Vescovile per esser desso uno degli 
aderenti all'antipapa Anacleto. Tale deposizione di- 
cesi fatta da Xnnocenzio II. Tanno n^. con l'occa- 
sione che si ritrovava in Brescia. Manfredo che per 

C 5 l'avari- 



& LIBRO 

l'aranti era coadiutore di Villano per molti anni, 
venne in tal guisa ad essere considerato ii solo Pasto- 
re, cui appartenesse lo spirituale governo dell' ampia 
Bresciana Chiesa. Ma in que' secoli infelici era V Ec- 
clesiastica disciplina in miserabile decadenza , cosi che 
dominava la simonìa , né si apprezzava il celibato . 
Manfredo assunto alla Sede Vescovile stimò uno de* 
suoi maggiori doveri di poner V argine possibile alla 
dissolutezza dei costumi , e perciò posti in non cale 
tutti gli umani riguardi, e superati i timori con pro- 
vide leggi primamente , indi con rigorose pene prvo- 
movcva la riforma de" costumi . Avea le persone dab- 
bene 5 ma in picciol numero, che si mostravano favo- 
revoli alle sue sante intenzioni , e fra queste pel zelo 
della gloria di Dio, e per il buon frutto della rifor- 
ma si distinguevano Ambrosio Parroco di Gardone di 
.Valtrompia, Tastando Parroco di Vcstone nella Valle 
di Sabbio. Quello però che più mosse il Vescovo ad 
imprendere una sì difficile opra fu che il magistrato 
della Città, ed i Consoli offersero allo zelante Prela- 
to tutta l'assistenza che potesse prestargli l'autorità 
secolare. Avendo pertanto nel 1134 nel mese d'Ago- 
sto radunati a Sinodo gli Ecclesiastici diocesani coli' 
assenso comune, formò e pubblicò molti decreti, tra 
quali volle comandare alle persone legate con voto so- 
lenne, ed assenti alli sacri ordini che osservassero esem- 
plarmente il celibato , né avessero ardire di ritenere, 

o me- 



PRIMO 3$ 

o menar moglie sotto qualsivoglia pretesto. Ma 1* in- 
continenza avea anche nelle persone consacrate a Dio 
gettate le radici troppo profonde . Nel seguente anno 
115 ?. essendosi dovuto dar esempi di castigo sopra 
molti delinquenti, si eccitò una grande sollevazione nel 
popolo , il quale condotto , e sedotto da alcuni empi fa- 
zionarì minacciava ferro , e fuoco alle persone ed alle case 
più rispettabili della Città . Tale incendio nacque bensì 
dall'ora esposte cagioni, ma si dilatò maggiormente 
dalli partigiani del Vescovo Villano che sofharono,onde 
più divampasse l 1 accesa fiamma . Disseminarono , che 
Manfredo, ed i Consoli in apparenza zelanti , ma in 
sostanza Eretici volevano farsi tiranni delia Città , e 
che perciò se la intendevano strettamente co 1 nemici 
della Chiesa. Il Vescovo si ritirò in Gardonc in casa 
di quel Parroco, e dopo due mesi passò a Vestane, do- 
ve dimorò molto tempo . 

Una violenza sì palese e sì ingiusta praticata ali 1 
autorità di un Vescovo sì amato dai buoni , fece bol- 
lire di sdegno tutto il popolo dd Triumplini , e dei 
Sabini , i quali per sostenere la santità della riforma , e 
l'innocenza d;l loro Pastore più volte si presentarono 
in truppa a dimandare al Vescovo Manfredo la licen- 
za di andar con P armi a vendicare V oppressione dei 
nemici , e l'istituirlo con la forza alia sua Sede . Ma 
ti Vescovo prudentissimo , e d' animo pacifico sempre 
li volle calmati, dicendo, che Iddio io avrebbe chia- 

C 4 mate 



4 o LIBRO 

mato alla sua Sede dove ciò fosse della sua gloria , e 
soggiungendo che sperava che ciò dovesse essere in 
breve, mentre venivangl* fatte onorevoli proposizioni 
per un accomodamento . Infatti Papa Innocenzio in- 
formato di questo disordine aveva spedito a Brescia 
Oberto Cardinale di S. Maria in via lata, uomo de- 
stro, prudente, e tenuto per il più capace a termina- 
re con scambievole soddisfazione un intrigo. Seppe 
questi trattare l'affare con tale, e tanta prudenza, 
che i Bresciani spedirono a Vestone un'onorevole ara- 
bascieria a richiamare il Vescovo alla sua Sede, fa- 
cendo in tal ambasciata le parti prime Goizone da 
Martinengo riputato uomo di autorità e senno . Ri- 
tornò così il Vescovo a Brescia , e vi esercitò V oiH- 
zio di Pastore, essendosi anche i Bresciani indotti a 
seguire li consigli del sopradetto Cardinale Oberto 
perchè temevano che le Valli aderenti al Vescovo pas- 
sassero a recar danni alla Città, dove non avesse più 
a lungo il Vescovo potuto rattenerli , come avea fatt* 
lino allora . 



Il fnc del primo Libre 



W- 



SECONDO 4 r 

LIBRO II. 

SOMMARIO. 

7. Brescia cerne si è detto eretta in Repubblica ebbe al- 
cuni delle Valli per Consoli . 
li' Origine e successione di varie guerre nel Bresciano : 

III. Discordia fra Nobili, e Popolari. 

IV. Guerra dei Bresciani , e Bergamaschi per la terra 
di Volpino . • 

V. More il Vescovo Gio: di Fiumiceilo , ed è eletto l\ 
Arcidiacono Palaci . 

VI. Discordia fatta maggiore l 

VII. Le Valli sostengono il partito dei Popolari , e fau- 
no prigionieri 60. Nobili . 

Vili. Guido di Mandeh Milanese elette Podestà di 
Brescia . 

IX. Accomodamento da lui fatto per sedar le discordie 
e per restituire Volpino . 

X. Li Nobili sono rilasciati dalla Rocca di Sabbio, e 
No^za . 

XI. Nuove discordie vengono succitate . 

XII. Guerra intimata dai Bergamaschi ai Bresciani l 

XIII. Li Nobili sacche? ?i ano il Bergamasco . 

XIV. Il Conte Narisio , e Longino cercano , ma indar- 
no , di reprimere il partito dei Nobili . 

XV. Li Nobili intimano Guerra anche allì Cremonesi , 

ed 



4i LIBRO 

ed assediano Sonano. 

XVI. Lega dei Popolari contri i Nobili . 

XVII. I Nobili assediano Brescia . 

XVHL Questi fuggono aW avvicinarsi della gente sol- 
levata che calava dalle Valli . 

XIX. Il partito dei Popolari divien Padrone della Città » 

XX. Li Cremonesi si collegio coi Nobili . 

XXL Battaglia di Calcinato e soccórso dato da' Valle- 
ri ani al Conte Narisio < 

XXII. Lambert ini Bolognese , stabilita la pace tr& No- 
bili , e Popolari, tiene in apparente tranquillità i 
Cittadini . 

XXIII. Ver^io Tempesta eletto Podestà. 

XXIV. Nuove turbolente nate in Brescia , e venuta de 1 
soldati delle Valli . 



..U: 



sciti i Bresciani dalla soggezione, coree si è det- 
to, dei Principi forasti èri ed ottenuto in privilegio le 
Regalie e la podestà di elegger Giudici nelle cose Ci- 
vili , e Criminali, unironsi alla Città le Valli situa- 
te tra monti ed il partimento de' vari paesi detto le 
Quadre del Territorio Bresciano , e si governavano 
a norma di Repubblica Democratica. Era il più 
forte vincolo di tal unione la facoltà accordata a tut- 
ti i Paesi di intervenire alle pubbliche assemblèe e 
darvi il lor voto, e l'abilità ad essere nominati ad 
ogni dignità , come richiedeva il merito personale di 

ciascu- 



SECONDO 43 

ciascuno. Quelli che occupavano le prime dignità fil- 
arono detti Consoli, dalle quali non furoEo esclu- 
di alcuni delle Valli, ma anzi eletti con onore, co- 
me quelli che potevano assai bene provvedere all' uti- 
lità della lor Patria. Tali furono due Trfcmplini 
oriundi della Terra di Villa , cioè Emanuele nell* 
anno ino., e Pietro nell'anno iipj. ; Ma più di tut- 
ti si distinse Diodato da Pesaze. La maggior dignità 
era in allora quella dei Rettori delia società, ossìa le- 
gì Lombarda che ebbe origine quando le più cospicue 
Città di Lombardia si governarono da se stesse . A tal 
dignità non si inanlzavanose non uomini chiari in senno 
e prudenza, forniti di fortezza d' animose capaci di con- 
durre a lieto fine gl'affari più interessanti e difficili • 
L' inspezione principale di tale dignità era di mante- 
ner ferma , e stabile la lega fra le Città confederate, di 
frapporsi alle dissenzioni , che insorgessero , e di procu- 
rare che altre Città si unissero alla leg^ . Ora uno di 
tali Rettori fu Diodato fopranominato, come ricavasi da 
un documento dell' anno 1233. e fu Rettore in tempi dif- 
ficili cioè in quelli di Federico IL Imperatore, il qua- 
le erede dell' ambizione del suo avo Federico !.. avea 
divisato di sottomettere all'immediato suo dominio 
tutte le Città d' Italia . Seppe questi adoperarsi in 
modo , che mantenne i diritti della sua Città, e non 
irritò quell'ambizioso Monarca. 

II. Qjicsta armonia di governo naturale e lodevo- 
le non 



44 LI B R O 

le non durò fango tempo nel suo primiero sistemai, 
come accade nella Democrazia. Le persone Nobili , 
quasi che esse sole per educazione , per facoltà , e pe r 
cognizione politica, fossero atte al governo, affetta- 
vano ogni dignità, ed i Popolari mal soffrendo il pò-' 
co conto che di essi si faceva, voleano averne parte f *. 
e chi per ambizione, e chi per timore di venirne ti- 
rannicamente trattato si opponeva al partito dei No- 
bili. Laonde il popolo quanto era alieno dal governo» 
dei Nobili , tanto più era portato a far unione , on- 
de di loro si formasse un partito di opposizione . Que- 
sta gara delJi due partiti si sarebbe fatta più calda , 
ed interessante, ma in questo tempo fu forza, che 1* 
uno, e l 1 altro partito concepisse altri pensieri. 

Si intese per certa fama , che Federico Imperato- 
re detto Earbarossa fosse per discendere in Italia per 
per rimettere le Città di Lombardia nell'antica sog- 
gezione; Laonde il partito dei Nobili, e quello dei 
Popolari che quasi due arrabbiati cani stavano per la- 
cerarsi , ai comparire dei lupo dimenticaronsi dei lo- 
ro privati odi , e si unirono a difendersi dal comune 
nemico. Ma non ebbero tanta forza di scacciarlo, e 
vincerlo, poiché nell'anno 1162. Brescia ed altre Cirri 
dovettero cedere all' armi di Federico , e portare il 
giogo dei dominio Tedesco . No'n durò per altro que- 
sta servitù se non un lustro , poteh è nell'anno 1167. 
tornarono leCitrù di .Lombardia a scuotere il giogo 



e Kb- 



SECONDO 4? 

e sebbene v' intervenissero vari accidenti, e battaglie 
sanguinose , pure dopo la g.loriosa vittoria di Legna- 
no cessò il pencolo, e nell'anno M*$. seguì la pace 
<Ii Costanza, nella quale riconferivruossi alle Città Lom- 
barde il possesso della libertà, ed i diritti di Regalia; 

III. Allora fu che il fuoco della discordia in qual- 
che favilla vivente ancora sotto il cenem , si riaccese 
e si vidde poi a spandersi in un incendio rovinoso. 
Non parlo di quel incendio, che mandò in cenere 
^ran parte della Città di Brescia alli 15. Luglio dell' 
anno 1:84. > ma dico di quell' incendio , che diede prin- 
cipio alle guerre civili, che Brescia miseramente de- 
solarono . 

IV. Già fin dall'anno Xi$6. erano venute all'ar- 
mi le due vicine Nazioni Bresciana > e Bergamasca per 
la pretesa delia terra di Volpino in Val Camonica, e 
fattasi nelle vicinanze di Palosco una battaglia erano 
rimasti vittoriosi i Bresciani tenendo dominio sopra 
quel paese . Ma nel 1161, gli accorti Bergamaschi scor- 
gendo impegnati i Bresciani a difendersi da Federico s 
approfittarono dell'occasione, e ripresero con Tarmi 
il loro dominio sopra Volpino . Assicurati però i Bre- 
sciani dalla pace di Costanza , che non averebbero più 
a temere dell'armi straniere, passarono a ricuperare il 
perduto dominio, quasi vergognandosi di più a lungo 
tollerare usa- violenza tenuta obbrobriosa al nome 
Bresciano . Risolsero pertanto di volerne il primo pos- 
sesso, 



4$ LIBRO 

sesso, o per via eli una subita e volontaria cessione; 1 
o a fòrza d' anni . A ciò fare stimolava ancorala politi- 
ca di molti Bresciani avvedati e conoscenti dell'indo* 
Jc di un popolo feroce e inquieto , il quale avvezzato 
all'armi facilmente poteva turbare la pace nc!l ; inter- 
no , dove la guerra non avesse chiamati al di fuori i 
sediziosi. Perlocchè dopo qualche tempo in cui v'in- 
tervennero trattati di accomodamento resi inutili dal- 
la politica raggiratrice , ed inimica della pace, i Ber- 
gamaschi confidati molto nell'alleanza con li Cremo- 
nesi uscirono in campagna, e li Bresciani vi compar- 
vero del pari con tutte le loro forze . Dopo varie sca- 
ramuccia e scorrerìe, nelle quali la fortuna varia, 
tenne in speranza di vincere le due armate, alli 1% 
Luglio npi. seguì la battaglia nelle tenute di Ponto- 
glio , nella quale V esercito Bergamasco , e Cremonese 
jimase sconfìtto e disperso . 

Una tale vittoria nel decorso del tempo venne ad 
apportare conseguenze più funeste ai vincitori che ai 
vinti, perocché gonfi, e superbi, i Popolari , e No- 
bili per un successo così felice , meditarono nuove 
vittorie. La fazione popolare attribuiva a se la vit- 
toria, e quella dei nobili a se dava tutto il merito di 
quella, desideravano questi di stare sempre sali* armi 
contro que' popoli che non erano creduti o dipenden- 
ti od amici, volevano quelli che si mantenesse la pa- 
ce con tutti , ne mai passare all'armi se non erano 

costret- 



SECONDO 47 

costretti da una manifesta necessità. Pretendevano i 
nobili d'occupare tutte le cariche , e Civili, e Mili- 
tari , non tolleravano i popolari la pretesa ÌW premi- 
nenza, e la riputavano giustamente aperta scperchieria . 

V. In tempi così luttuosi ad una Città, e indir 
costaaze sì calamitose finì di vivere Monsig.Gio: di Fiù- 
micelio Vescovo di Brescia , e la sua morte accade in 
Palazzuolo alli lo, di Novembre 1195. Questo degno 
Prelato allo zelo della Religione avea unita Ja più lo- 
devole prudenza , con la quale avea talmente fatto 
uso dclls shc parole , e misurate le sue azioni , che 
avea autorità appresso tutte e due le fazioni , e con 
tanta destrezza si era maneggiato che tutte e due 
parimenti avea rattenute dal venire alle mani . Sette 
giorni dopo la sua morte fatti etto in suo luogo l'Ar- 
chidiacono Giovanni di Palazzo Uomo per altro infe- 
riore al bisogno di que* tempi ed insufìciente a riem- 
pire il voto che avea lasciato il suo antecessore. 

VI. Informati i Bergamaschi delle dissensioni che 
dividevano i Bresciani , e della causa, onde i loro ani- 
mi erano rivolti in due fazioni, tentarono di trarne 
profitto. Fecero pertanto istanza, che Ior si rendesse 
giustizia sopra 1' afFar di Volpino ponendo la cosa in 
amichevole accomodamento, sicché due vicineCittànon 
più venissero a contesa con Tarmi. Udita da' nobili 
la dimanda si pensò che senza risposta si passasse all' 
invasione del loro territorio, laddove i popolari, o 

per 



48 L I B R O 

per senso di éfeggtor equità, o per vaghezza di con- 
traddire al sentimento de' nobili si dichiararono in fa- 
vore dei Bergamaschi dicendo essere giuste le rimos- 
tranze fatte da una popolazione rispettabile per la sua 
premura per la pace, e per la vicinanza dei luoghi , 
anzi doversi con essa procedere con tuttala dolcezza, 
rilasciando anche qualche proprietà di tenue dominio 
per assicurarsi il tesoro dell* pace. Erano capi del 
partito dei nobili due degli stessi Consoli cioè Rai- 
mondo degli Ugoni , e Galzerio di Calcarla , capi dei 
popolari erano il Conte Narisio possessore di ricchi 
feudi in Azola , e Ilemadelio , e Mario di Palazzo 
fratello del Vescovo novellamente eletto in luogo di 
Giovanni da Fiumkello . La discrepanza dei pareri , 
le private passioni, e re mire d'ambizione ed inte- 
resse aveano riscaldati i due partiti vicini ormai a 
rompere ogni vincolo di sangue, di Patria , e di ami- 
cizia , e per ultima spinta vi concorse ancora la di- 
chiarazione del Vescovo in favore dd popolo , il qua- 
le con lo spezioso pretesto di doversi preferire la pa- 
ce voluta dal popolo, alla guerra meditata da' nobili 
lodava tanto il parere dei popolari come biasimava 
quello dei nobili. Altro però in sostanza non medi- 
tava che di esaltare il fratello Mario, e farlo capo 
della fazione popolare per annientare quella dei no- 
bili , e cosi col benefìcio dd tempo abbassare ezian- 
dìo quella dei popolari per ergere poi su le rovine di 

tutti 



SECONDO 4<? 

tutti due l'esaltazione della sua famiglia . Il Conte Na- 
risio e Mario adunque coli' approvazione del Vescovo 
determinarono di adoperare la forza per obbligare i 
nobili ad ammetterei trattati, e l'accomodamento 
coi Bergamaschi. 

VII. A questo fine pertossi Mario nelle Valli, e 
-visitò li suoi generi Longino di Bovegno ed Oberto 
di Savallo , il primo dei quali nella Vai Trompia , e 
l'altro nella Val Sabbia godevano tanta autorità , cre- 
dito , e forza, che venivano riveriti, obbediti quasi 
fossero sovrani. Loro espose Mario lo stato delle co- 
se , il pensiero del Conte , e le tendenze del Vescovo , 
e con energico parlare molto valido anche perchè un 
suocero parlava a 1 suoi generi , li impegnò nel suo par- 
tito . Non fu né a Longino né ad Oberto difficile di 
armare molti Valleriani , e di raccolgerli senza strepito 
al numero di due mil la , spargendo voce che armava- 
no questa gente per rimettere la concordia fra' Citta- 
dini quando il caso Io richiedesse . S' inviarono questi 
alla volta della Città , ed in figura di comuni amici 
entrarono in quella. In fìtti per alquanti giorni par- 
vero animati da zelo lodabile posciacchè le loro con- 
ferenze , e le pratiche tenute con li più accreditati e 
con il Vescovo della Città , furono in prendere esame , 
se tornasse in vantaggio di Brescia la pace co' Berga- 
maschi , e se si dovesse rilasciar parte del dominio so- 
pra la terra di Volpino . Opponendosi però sempre il 

D parti- 



5 o LIBRO 

partito dei nobili a quanto si proponeva sii tale arti- 
colo dai popolari ; il suocero ed i due generi di sopra 
nominati risolsero di ottenere l'intento con la forza . 
berlocche taciti , e fedeli nell' ordita trama , una notte 
posero suli' armi tutta la loro gente , ed arrestarono nelle 
loro case i due Consoli Raimondo eGalzerio, e fecero 
prigionieri più di sessanta nobili dei più autorevoli, e 
più impegnati nel contrario partito , e sotto una guardia 
forte, e numerosa li spedirono fuori di Città, e li 
racchiusero nella Rocca di Sabbio , ed in quella di 
Nozza facendoli guardare come nemici, ma trattare 
come voleva la loro condizione . 

Un fatto così improvviso , ed un' esecuzione cosi 
strepitosa e severa fece sbigottire il partito dei nobi_ 
li , e lo pose in tale svantaggio, che non potè a più 
superare quello dei popolari . Il Vescovo allora pensò 
ad effettuare i suoi vani desideri, e credette che fos- 
se venuto il tempo d'innalzare il proprio fratello 
Mario al posto più sublime che potesse essere nella 
confusione di una Città divisa da partiti e piena di 
discordie. Radunatosi il consiglio della Città sopra 
il presente affare coi Bergamaschi, esso con studiato 
discorso in apparenza diretto al bene universale , rap- 
presentò essere necessario eleggere un cittadino di fe- 
deltà ed amore alla Patria, che vestito dell'autorità 
e del carattere di Podestà superiore a tutti li Consoli 
avesse a trattare coi Bergamaschi , ed avesse del pari 

una 



4P 

SECONDO ft 

una plenaria facoltà di proponcre , e conchiuderc ca- 
pitoli di pace coi medesimi . Disse essere questo il so- 
lo ed unico mezzo di rendere la pace ai due popoli 
vicini , di mettere la Città in calma , e di provvede- 
re ad ulteriori discordie. Passò a nominare il proprio 
fratello perchè fosse eletto , e di tale proposizione si 
fecero su le prime approva tori e sostenitori Longino , 
ed Oberto -, ma il Conte Narisio uomo saggio e pru- 
dente , approvò bensì la necessità di eleggere un Po- 
destà con l'ampiezza delle facoltà esposte , ma dimos- 
trò che tale elezione non dovea cadere sopra Mario , 
poiché avendo sempre costumato i Bresciani di eleg- 
gere in Podestà un forastiere che non avesse parenti 
ed amici , come facevano anche le Città collegate , non 
era da abolire un costume sì importante al manteni- 
mento della pubblica libertà . Disse insomma e provò 
con discorso sì energico e toccante, che Longino ed 
Oberto vennero nelPistesso sentimento del Conte. 

Vili. Risonava la fama di Guido di Mandflo in 
que' tempi , e non solo in Milano sua Patria ma per 
Ja Lombardia tutta si lodava il senno , la giustizia , la 
cognizione delle leggi, la politica di lui in governare 
i popoli, e particolarmente una singolare destrezza di 
componer litigi, e render la pace ai dissidenti. Ap- 
pena fìi udito proporsi questo gran uomo per occa- 
pare h carica di Podestà in Brescia, concordi tutti 
lo elessero, e cessando qae' pretesti e motivi appa- 

D 2 lenti 



p LIBRO 

tenti che tal uno forse potea produrre contro elezione 
sì piena, e prudente, in esso non altro si rimarcò 9 
che il nobil carattere di un savio capace di reggere 
un popolo sì tumultuante e discorde . Longino di Bo- 
vegno fu spedito a Milano a render nota al Mandelo 
l'elezione di lui in Podestà di Brescia , ed a pregarlo 
in pubblico nome di accettare questa carica per il be- 
ne della popolazione . Esso dopo maturo esame e ri-» 
tìesso 1* accettò , e poco dopo venuto il giorno di pi- 
gliare le redini del governo ùcq il suo ingresso in 
Città ricevuto con dimostrazioni onorifiche, e massi- 
me dai Triumplini e Sabini , 

IX. Corrispose egli all'aspettazione dei Cittadi- 
ni, i voti dti quali non solo appago, ma eziandio li 
superò. La sua dolce affabilità , il suo parlare in tem- 
po, e tacere prudente, gl'insinuanti desideri di con- 
cordia , che esso inspirava , le gravi , e sensate propo- 
sizioni che proponeva superarono le difficoltà credu- 
te insuperabili in circostanze tanto difficili. La dite- 
Pinza tra Bresciani e Bergamaschi per la terra di Vol- 
pino era forse Targane maggiore da sormontarsi per 
appianarlo. Li capi di queste due Città fatte per dis- 
grazia nemiche si ammansarono e concordi entrambi 
diedero al novello Podestà la facoltà di estendere le 
capitolazioni , onde si formasse il desiderato pacifico 
sistema. Esso vi si applicò Con tutto l'animo , e pre- 
$e in esame ogni articolo, bilanciandone eoa accorta 

pru- 



SECONDO 5S 

prudenza e giustizia l'importanza e la forza d'ogni 
documento. Due anni successivi egli v'impiegò non 
già a vederne l'ultimato del giudizio, perchè amava 
levar prima gii ostacoli alla pace, preparar gli ani- 
mi alla concordia, e lentamente eseguir* i primi ordi- 
namenti, perchè venissero gl'altri poi a praticarsi 
con sicurezza maggiore. Fu in ciò aiutato ancora dal- 
la prudenza e consigli di Narisio e di Longino , ma 
prima di passare ad altra Podesteria dove era chiama- 
to non potè egli dar l'ultima mano alla pacificazio- 
ne attuale dei Bresciani, e Bergamaschi , ma solo dis- 
ponereJLn modo sicuro le cose , sicché vi rimanessero le 
sole solennità della conclusione . In fatti poco tempo 
dopo la sua partenza da Brescia si ftcz un congresso 
dalli Consoli delle due Città di Brescia e Bergamo , 
ed alii ii. Agosto 119S in luogo fra Palazzuolo , Tcl- 
gato, e Grumello , cioè in un praro di S. Pietro in 
Val lieo , sotto una pianti di noce si sottoscrisse- 
ro i capitoli della pace solenne fra le due vicine Cit- 
tà , e giurandone je parti un intiera e fedele osservan- 
za , ne fu fatto pubblico Istrumento- 

X. Erano due anni e più che 60. Nobili con i duz 
Consoli Raimondo , e Galzerio stavano rinchiusi e 
guardati nelle Rocche di Sabbio , e dei la Nozza co- 
me abbiamo detto più sopra . Il Podestà Guido di 
Mandelo prima di partire aveva stabilito che segnati 
li Capitoli di concordia da 1 Bergamaschi e da'Brc- 

P 3 scia- 



54 LIBRO 

sciani, venissero questi Nobili lasciati in libertà, 
purché fossero preparati a dar giurata fede di stare 
in pace, ed eseguire quanto si era stabilito perla ri- 
conciliazione tra le due Città, e per il buono, e pa- 
cifico stato dei Bresciani . Venuto il tempo adunque 
cella pace già pubblicata e stabilita , insorse dispare- 
re sopra la liberazione di questi Nobili . Il Vescovo 
fratello di Mario , e massimamente Oberto istavano 
doversi questi rimettere in libertà per non mancar di 
fede agli ordini lasciati dal Podestà nominato . Nari- 
sio e Longino prevedendo funeste conseguenze dalla 
loro liberazione vi si opposero con forza . Dissero non 
doversi concedere libertà a codesti Nobili, perchè es- 
sendo di mente torbida, e d'indole inquieta, e pieni 
d'audacia , come fossero usciti da! sequestro sverebbe- 
ro per astio e per antico livore messo tutto a disor- 
dine, portando ovunque potessero la strage e la dis- 
cordia . Aggiunsero non essere riparo sufficienti allì 
futuri mali la santità del giuramento , non mancando 
pretesti a chi medita vendette, onde coprire il man- 
camento di parola. Mentre tumultuava la disparità 
dei pareri, Oberto, che era destinato alla custodia 
di quelli , senza temporeggiare, od aspettare altre con- 
sultazioni, si attaccò alle vie dd fatto, e col vano 
pensiero forse di farsi amico questo Nobile drapello di 
Gentiluomini, lasciolli tutti sortire dalle due Roc- 
che ed andarsi dove erano chiamati dal loro desiderio. 

XI. 



SECONDO k 

XI. Ma ben presto si conobbe quanto prudenti 
fossero i timori delli due ottimi Cittadini Narisio e 
Longino . Appena questi Nobili gustarono 1' aria di 
libertà diedero a conoscere quanto si nascondesse nel 
loro cuore , poiché facendo sediziosi discorsi ripro- 
varono tantosto gli articoli della pace stabilita, e 
sprezzarono i pacifici ordinamenti lasciati dal Man- 
delo . Era stato formato per articolo primo e fonda- 
mentale , che la Terra di Volpino per la metta ap- 
partenesse ai Bergamaschi , e per 1' altra ai Bresciani 
si cedesse con Io sborso di 400. lire Imperiali , e fat- 
ta fosse anco la demolizione di tutte le fortezze alza- 
te intorno a quella terra, e nelle sue pertinenze a spe- 
se comuni. Questo fu rimarcato da' Nobili, come un 
punto di disordine, e come una nota vergognosa al no- 
me Bresciano . Sparsero appartenere a Brescia tutta 
quella terra per buoni diritti , che o non si erano pro- 
dotti , od erano stati maliziosamente ignorati ; soggiun- 
sero avere Iddio con duplicata vittoria autenticato il 
loro dominio , e però non doversi giammai comporta- 
re che quella terra venisse divisa , e molto meno si 
pagassero le dette lire Imperiali , tanto più che non era 
sperabile la pace, ove i nemici avessero avuto tanto vi- 
cina l'abitazione; essere essi stati sempre infedeli nei 
trattati, e che il Conte Narisio, e Longino aveano 
vilmente venduto l'onore, e l'utile dei popolo Bre- 
sciano con riportarne scerete ricompense. Con tali 

L> 4 dis- 



56 LIBRO 

discorsi disseminati riscaldavano gli animi deboli , t 
facevano vacillare i forti , e così procuravano alienare 
tutti dall'accettazione dell' accomodamento proposto 
dal Mandelo, di modo che i Nobili erano disposti 
piutosto a rinnovar la guerra che ricevere le proposi- 
zioni già stabilite. 

XII. Si aperse un* via più facile alla commozione , 
dal vedersi pure rivolti in fiera discordia i capi dei 
Territoriani Popolari , cioè il Conte Narisio , Longi- 
no , il Vescovo , Mario ed Oberto. Credettero per- 
#iò i Nobili non doversi più temere di un partito sen- 
za capi , e poter essi acquistar la condizione di par- 
tito dominante. Li Bergamaschi perciò osservando che 
andavano deluse le speranze della pace, tutte fondate 
nel sacro della fede pubblica, e coglier volendo anche 
il tempo in cui il suo nemico era indebolito da una 
intestina discordia , spedirono ad intimar la guerra ai 
Bresciani quando non adempivano quanto aveano giu- 
rato di fare con solenne istrumento . 

XIII. Appena ricevuta una tale intimazione die- 
dero all' armi tutti i Nobili con quanti aveano ade- 
renti , e quantunque il Conte Narisio , e Longino eoa 
i migliori Cittadini in prudenza e concerto si adope- 
rassero in tutti i possibili modi , sicché non passasse- 
ro all'esecuzione, se prima non si deliberasse l'affare 
in Consiglio generale, niente dimeno chiudendo essi 
l'orecchio ad ogni ragione, uscendo dalla Città senza 

un pa- 



SECONDO ?7 

un palese e necessario apparecchio di guerra , nel me- 
se Ji Giugno dell'anno npp. fecero un improvisa ir- 
ruzione sopra il territorio Bergamasco, commettendo 
ogni sorte d'ostilità, e distrussero i Castelli diTaiu- 
no , e di Ghisalba . 

Li Bergamaschi ritenuti dall' amor della pace cransi 
rimasti in quiete, ma si mossero ben presto a radu- 
nar gente, ed armarla, ed agguerrirla , ciò che peral- 
tro doveano aver fatto al momento dell'intimazione 
della guerra ai Bresciani • Erano adunque per uscii' 
in campagna , quando comparvero a Bergamo il Conte 
Narisio e Longino a far le più serie rimostranze so- 
pra le violenze praticate dalli nobili Bresciani sopra 
il territorio Bergamasco. Dissero che se li Cittadini 
di Bergamo erano irritati per I' invasione ingiusta 
ad nobili di Brescia, molto più lo erano i migliori 
^Cittadini di Brescia, e tutti li territoriani, x quali 
aveano sentito con orrore i loro danni , e con sorpresa- 
le insorgenze dì una dissenzione. Soggiunsero doversi 
riguardare l'ardire dei nobili come una privata ingiu- 
ria , e clic essi erano pronti a far causa comune per 
abbassare quel partito nemico della concordia, ed a 
*ar sì , che fossero loro pagati i danni , data soddis- 
fazione alia Città di Bergamo , ed adempiti i capitoli 
dell' accomodamento fatto perla terra di Volpino. 
Tanto dissero qtìc'due valorosi nomini, e tanto sep- 
pero adoprarsi , che i Bergamaschi V indussero a depo- 
ri er 



5 S LIBRO 

ner Tarmi per veder pure se potean senza sangue ot- 
tener la pace. Ritornando perciò a Brescia, esposero 
con grand'energia Je doglianze del popolo Bergamasco , 
il lor buon animo per la continuazione della pace , e 
la deposizione dell'armi da essi ottenuta in contem- 
plazione della fede prestata al popolo Bresciano che 
fosse per operare fedelmente per reprimere il partito 
dei nobili vago sempre di guerra. Chiamati però a 
consulta i primi savi Cittadini per trovar pronto ri- 
medio ad un male che diveniva sempre peggiore , pen- 
sarono di radunar il consiglio generale , e di stabilire 
l'uso d'un prudente rimedio che avevano trovato sa- 
lutare altre volte, e molto opportuno in tempi così 
pericolosi. Pensarono adunque di chiamare dalle Città 
neutrali , e vicine un Podestà a cui si conferisse una 
facoltà illimitata come aveano fatto con Guido di Man- 
delo . Questi fu Ugo Camersino creduto Milanese di 
patria , uomo di non volgari talenti , e di retto animo 
e forte. Piacque il partito, e piacque la persona no- 
minata alla carica, né sì tardò punto ad eseguire la 
proposizione . Venne a Brescia il nuovo Podestà , e con- 
sumò buona p.irte di tempo in consulte infruttuose . 
O fosse Ugon Camersino di abilità minore al Mandclo , 
o fosse piutosto vizio infelice di que' tempi, nei qua- 
li non vi era alcun rispetto alle umane, e Divine Leg- 
gi , e contavansi per nulla i giudici ed i magistrati , 
passò tutto quel tempo della Podestaria senza alcun 

buon 



SECONDO $4 

buon effetto, ne fu possibile al Conte Ksrisio e Lon- 
gino di vedere calmato, o deposto il partito dei ro- 
bili , né data soddisfazione dei danni alli Bergamaschi f 
né da potersi sperare la restituzione di Volpino . 

XV. Anzi il partito dei nobili prese quindi mo- 
tivo di vilipendere il partito contrario. Mantenendo 
essi viva quanto mai la discosdia presero a vilipendere 
i capi Popolari come nati più presto per ubbidire che 
per governare, e sopra tutto schernivano il Conte Ka- 
risio e Longino come quelli che scioccamente avessero 
contratti impegni con la Città di Bergamo, quali do- 
veano riconoscere per impossibili . Crescendo così V ar- 
dire dei Nobili, più non curando l'opposto partito 
dei Territoriani , sotto uno di quei pretesti che tra 
confinanti non mancano mai, mossero guerra anche 
alli Cremonesi. Con questa nuova guerra speravano 
di avviluppare buona parte d2Ì Territoriani nel loro 
partito , e così composte le differenze coi Cremonesi 
assicurare a se soli il dominio della Città . Laonde nel 
mese di Giugno dell'anno 1200. passato il Fiume Olio 
posero l'assedio alla forte terra di Soncino. 

XVI. Questa seconda audace intrapresa ei Nobili 
nel portare la guerra sul Jerritorio Cremonese, trop- 
po convinse i capi dei Territoriani della sfrenatezza 
di quel partito , e diede luogo a temere che ben pres- 
to passerebbe a commettere nuovi disordini anche nelT 
interno del Bresciano dominio. Quindi i capi del par- 
tito 



$? LIBRO 

tiro Popolare per opporsi alla forza, ed impedire i 
mali che erano pur troppo imminenti, pensarono non 
esservi altro rimedio , che togliere ia discordia che era 
tra se stessi, e collegarsi insieme operando di concer- 
to e con intrepidezza . Il Conte Narisio e Longino 
più di qualunque altro travagliati ed oltraggiati, si 
sentivano spinti ad abbassare l'orgogliosa tracotanza 
òti Nobili, i quali senza autorità del Consiglio, e 
senza partecipare allo stesso i motivi , aveano intra- 
presa la guerra anche contro i Cremonesi, esponendo 
tutto il Territorio e la Città all'invasione ed al sac- 
co dei nemici. Il Conte Narisio adunque per rimette- 
re la pristina unione nel partito dei Territoriani Po- 
polari, usò della più studiata eloquenza e delle ragio- 
ni più valide , e convincenti . Disse doversi seppellire in 
eterno oblìo le passate discordie, e per quanta ragione 
vi fosse per farne rissentimento , non convenire che 
ciò si facesse allora , mentre le offese praticate alla Pa- 
tria , doveano soltanto chiamare ì Cittadini a/1* armi 
ed alla vendetta. Parlò energicamente dell' alterigia 
dei Nobili, delle crudeltà usate nell' invasioni dei pae, 
si di Bergamo , e delle meditate contro i Cremonesi . 
Guadagnò fra gli altri il Vescovo col fargli sperare che 
discacciata dalia Città la fazione dei Nobili sarebbe 
stato poi fattibile di ottenere coi maneggi l'elezione 
in Consiglio per Mario suo fratello in Podestà di Bre- 
scia, con quella ampiezza di facoltà che era stata con- 
ferita 



SECONDO ói 

ferita a Guido di Mandelo , e che in tal guisa V Ec- 
clesiastica , e la civile Podestà venirebbe ad unirsi nella 
sua famiglia . Così pacificati i cinque capi dei Popo- 
lari , e rientrati in unione cominciarono ad operare 
con li loro rispettivi aderenti , e convocati quanto più 
potevano seeretamente nell'Episcopio formarono una 
lega , in cui giurarono di non abbandonarsi fino alla 
morte , e di fare ogni sforzo per liberai !a Patria dalla 
tirannia dei Nobili, e per renderla poi rispettabile al 
popolo minuto , e coprirla con tutte le sembianze di 
Religione, la. chiamarono la società di SS. Faustino, e 
Giovita . Stabilito il piano della lega, e disposti li 
animi a soccorrere la Patria, Longino ei Oberto si 
portarono nelle Valli a far leva ài soldr.ti , e discen- 
dere al soccorso della Città. 

XVII. Le risoluzioni della nuova società, sebbe- 
ne fatta con tutto il prudente silenzio , non restaro- 
no occulte come era necessario, ma furono in qual- 
che parte penetrate dal partito de' Nobili . Erano que- 
sti all'assedio di Sondrio quando intesa tal nuova, 
risolsero di abbandonare l'assedio 3 e di ritornar veloce- 
mente a Brtscia per assicurarsi della Città , prima 
che discendessero i soldati Sabini, e Triumpiini . Ciò 
fecero tosto con una marcia secreta , e con rapido moto 
alla volta liBrescia. Quanto fu lo sdegno dei Nobili , 
quando essendo all'assedio di Soncino intesero la nuova 
lega fatta dai Popolari in Brescia , altrettanto timore 

sor- 



6z LIBRO 

sorprese il Vescovo, e Mario quando seppero die i 
Nobili venivano spiranti vendetta alla volta della 
Città . Sebbene aveano disposte le cose onde presto 
eseguire il disegno della lega , conoscevano però di non 
avere in que' momenti forze bastevoli da far resisten- 
za , e però usando 1' accortezza pensarono di spedire 
incontro all' esercito dei Nobili il Preposito di S. Aga- 
ta, e quello di S. Salvador?, acciò pregassero i capi 
di quel partito a soffermarsi due miglia lontani dalla 
Città, per venire a trattati di concordia. Proposero 
questi due Ambasciatori di pace, che tosto si fareb- 
be radunato il Consiglio generale per dar fine alle ci- 
vili discordie , ritrovando quei mezzi onde restasse sod- 
disfatto l'uno e l'altro partito, ed andassero questi 
de futuro fra ài loro concordi. Ma li Nobili che s' 
avviddero , che altro non cercavano i Capi della Le- 
ga , che di tenerli a bada, fìnsero d'arrendersi al dis- 
corso dei Deputati per meglio ingannar^ e fecero al- 
to, ordinando gli alloggiamenti. Ma appena partiro- 
no li Deputati con il contento di credere d' aver ot- 
tenuto quanto aveano dimandato al partito trionfan- 
te , tutti que' Nobili si posero in marcia, e compar- 
vero alle porte della Città pochi momenti d:>po che 
entrati erano li due Deputati . Con la spada alla ma- 
no s'innoltrarono in Città in figura di esercito nemico. 
Accorsero con gente armata i Capi dei Popolari per 
impedirne 1* awanzamento , ma troppo ineguali di for- 
ze 



SECONDO 6§ 

-it dovettero ritirarsi . Altri perciò si ricovrarono al 
Palazzo del Vescovo , altri con Mario nel Palazzo di 
Comune, ed altri col Conte Narisio nel Castello, con 
la speranza che discendessero i soldati delle Valli a 
soccorrerli. Diedero i Nobili un fiero assalto tosto al 
Palazzo del Comune, ma vi incontrarono una resisten- 
za sì ostinata e forte, che i più coraggiosi vi lascia- 
rono la vita, molti altri riportarono ferite gravi, ed 
il resto della truppa smarrì talmente di coraggio , che 
essendosi proposto di dar 1' assalto al Palazzo del Ves- 
covo ed al Castello niuno v'ebbe che volesse il pri- 
mo tentarne l'assalto. 

XVIII. La costernazione della Città, e d' un avveni- 
mento così improvviso fece correre la fama per ogni 
luogo, e la nuova passò in poche ore nelle Valli al- 
terata da menzogne, che ingrandiscono d'ordinario la 
verità de' fatti . Accesi pertanto di sdegno i Valleria- 
ni presero 1' armi , ed unendo ai suoi quelli della Ri- 
viera di Salò, d'Iseo e di pedemonte, nello spazio 
di tre soli giorni fu detto che Longino, ed Oberto 
formassero un corpo di sei milla e più Soldati. Tale 
e tanto rumore menò questa sollevazione di gente ar- 
mata , che il partito dti Nobili superbo, e dominan- 
te, totalmente si avvilì, e disperso uscì dalla Città, 
e cercò di salvarsi rifuggiandosi nelle campagne verso 
Mantova, e Cremona. 

XIX. Divenuti perciò i Popolari soli padroni del- 

la Cit- 





64 LIBRO 

la Città, non tardarono a manifestarlo con gli effet- 
ti . Regimarono un Consiglio generale per stabil- 
mente provvedere alla domestica quiete , e v* inter- 
vennero moltissimi all'oggetto anche di vedere quali 
provvedimenti si pensassero af riparo di tali discor- 
die. Il Conte Narisio parlò con molta forza in queir 
assemblea deplorando ì lagrimevoli effetti delle civi- 
li guerre , dimostrò non essere sperabile la quiete nel- 
la Città, se non si purgava da q uè* umori infetti che 
erano la sorgente di tutti i mali: essere questi un' 
aggregazione di Nobili che non conoscevano altra leg- 
ge che il loro ambizioso volere , e perciò nel corpo 
civile apparire que' sintomi mortali che minacciavano 
^a Città, come aveano già veduto in effetto: soggiun- 
se non vi essere altro rimedio per sanare quel pes- 
tifero morbo, Se non amputare le membra putride, e 
reciderle dal rimanente corpo o sano, o capace di sa- 
lute, e cònchiuse finalmente checfoveasi formar pro- 
cesso sopra i Nobili dell' opposto partito , per con- 
dannarli a norma dei loro reati . 

Piacque al Consiglio Generale la proposta e fu 
addogata e tantosto eseguita. Il processo si incomin- 
ciò con calore, si proseguì rapidamente, e senza lungo 
ritardo si consumò, poiché essendo il partito dei Po- 
polari dominante in Città, il Giudice, e l'accusato" 
'e erano presenti, ed inoltre i rei erano tutti lonta- 
ni. Furono i Nobili dichiarati nemici della Patria, 

con- 



SECONDO 6s 

condannati ad un bando perpetuo, ed al cafo che que- 
sti cadessero nelle forze della giustizia, venissero rin- 
chiusi in una prigione, in cui terminassero la loro 
vita . 

Ma sebbene vi fossero nella Città i Giudici , ed 
i Magistrati, mancava però la persona che coprisse 
la carica di Podestà, onde il Vescovo che era entrato 
nella Lega con la lusinga di vedere tal dignità cade- 
re sul proprio fratello, pensò di proporre l'elezione 
come necessaria al mantenimento della civile discor- 
dia . Propose dunque la necessità dell'elezione d'un 
Podestà , ma siccome suole avvenire in tali casi , non 
convennero nel nominare il soggetto che dovea pro- 
porsi . Mario fratello del Vescovo fu nominato da al- 
cuni, e fu detto in allora, che il Conte Narisio ap- 
poggiasse tale elezione almeno all' estrinseco , forse per- 
chè ne avesse data qualche speranza al Vescovo nell' atto 
di formare la Lega : Ma non godeva Mario tutto il buon 
concetto per restare eletto a tal dignità . Era egli ge- 
neralmente riputato inabile al governo di un popolo, 
ed insufficiente affatto a condurre un esercito al caso di 
dover venire all'armi, come si temeva. Per lo con- 
trario il Conte Narisio era uomo di credito e d'au- 
torità , e grato ad ogni ordine di persone , affabile , 
prudente, politico, ed atto ad essere Capitano di gen- 
te armata, e perciò nominato venne da molti alla Po- 
destarla di quella Città. Ne fu fatta per questo l'elea 

* zione 



6$ LIBRO 

zione con pluralità di voti, ed egli benché molto 
istasse per esserne dispensato, finalmente Faccettò. 

Tale preferenza dispiacque a Longino ed Oberto, 
i quali espressero in termini chiari , e precisi , di non 
poter lodare V animo dei Cittadini Bresciani , come 
quelli che avean mostrato con tal elezione cT aver 
contato per nulla le loro premure usate per la libe- 
razioae della Città , e che perciò pensassero in avve- 
nire a ben guardarsi , perché avrebbero dovuto difen- 
dersi da se , senza sperare soccorso dal popolo Sabino 
e Triumplino. Uscirono tantosto con le loro truppe 
dalla Città, e ritornarono in Valle. Da tale irrita- 
mento non si scosse il Narisio, ma incoraggi il par- 
tito, e potè anche vederlo aumentato da quelli, che 
in avanti eransi mantenuti neutrali, anzi sparse in 
quel tempo la fama, che i Cremonesi si fossero fatti 
amici dei Nobili banditi, ed impegnati anche a soste- 
nerli; il timore però di vedere un'altra volta la Cit- 
tà esposta al furore dei Nobili fece, che tutti quelli 
che erano capaci si armassero alla difesa . 

XX. Sembrava veramente , che i Cremonesi non 
dovessero collegarsi con quelli che avevano con tant' 
ardire portata la guerra senza urgente motivo nel loro 
Territorio , tanto più che il ritirarsi dall'assedio di 
Sonda© era stato piutosto opera de' Popolari , che de' 
Nobili ; ad ogni modo fu verissimo che questi si uni- 
rono al depresso partito de' banditi , forse con il fine 

d'in- 



SECONDO 61 

d'indebolire colla guerra intestina una Citta, che da- 
va loro non poca soggezione per la sua opulenza, e 
per la gente d' armi che conteneva a sua difesa . An- 
zi tardarono poco a seguire il loro esempio anche i 
Mantovani , i quali si dichiarararono in loro favore J 
Non incontrarono però nell'animo dei Bergamaschi 
la sorte istcssa , perchè il popolo Bergamasco avea 
sperimentata la fede , e la ferocia di quel partito , quan- 
do passò ad invadere le sue terre -, vi furono però de* 
Nobili che si unirono al partito Nobile Bresciano a 
ciò indotti dagli uffizi de' Cremonesi . 

Non erano ignoti } né occulti a Narisio , e ai Po- 
polari i maneggi de' Nobili, e perciò si studiò anch' 
essodi operare appresso gli alleati dd popolo Brescia- 
no, per averne l'opportuno soccorso. Ricorse ai Mi- 
lanesi ed ai Piacentini , da' quali non riportò che pa- 
role di neutralità . Fece maneggio co' Veronesi , ma 
sebbene da principio il negoziato promettesse qual- 
che esito , nondimeno svanì . Sicché Narisio si risolse 
ài agire con le sole sue forze, che gli parvero gareg- 
giare con quelle dei nemici anche senza i soldati Tri- 
umplini e Sabini . 

XXL Sui finire adunque di Luglio correndo Fanno 
1201. uscirono in campagna i Cremonesi , i Mantovani , 
li Nobili Bergamaschi , e il partito Nobile Bresciano , 
e s' avvallarono entro i confini del distretta di Brescia • 
L T scì parimenti con le sue Truppe Popolari il Conte 

E 2 Nari- 



68 LIBRO 

Narisio, e si portò coraggiosamente a far loro fronte. 
Si trincierarono Ji due eserciti nelle tenute ài Calci- 
nato , dove nel dì nove d'Agosto vennero a battaglia , 
che fu ostinatissima e sanginosa dall'una parte e dall'altra, 
ma alla fine prevalse il partito de' Nobili , e Narisio 
che s'accorse spargersi il timore ne* suoi , battè Ja ritirata 
abbandonando bensì il campo al nemico , ma con fare una 
ritirata molto giudiziosa e da perito Capitano . Es- 
sendo il numero de' morti quasi eguale , e sapendo Na- 
risio che l'esito àdlo Battaglie è incerto , pensava di 
tentare la sorte con un'altra battaglia, econfermollo 
nella sua deliberazione l' improvvisa venuta al campo 
di due messaggeri di Lonigno ed Oberto . Questi, inte- 
sa la rotta dell'esercito di Narisio, dimenticandosi 
ogni passata ingiuria, e rammentando che un amico 
faceva con giustizia una guerra per difendere la Pa- 
tria , promisero di volarsene tantosto in di lui soc- 
corso eolle loro genti , ed infatti due giorni dopo 
comparve Longino alla testa di <5oo. Triumplini , ed 
Oberto seguito da Soo. Sabini . 

Sarebbe egli certamente venuto a cimento di bel 
nuovo coli 7 esercito nemico, e parve che lo invitasse 
la non sperata fortuna di vedere seguaci delle sue ban- 
diere truppe molto agguerrite , e vogliose di combat- 
tere, quali erano iValeriani calati in suo soccorso ', lo 
che aggiunse anche coraggio alle genti del partito po- 
polare , che erasi alquanto avvilito dal sangue sparso 

nella 



SECONDO fp 

nella precedente battaglia ; Ma la cosa andò diversa- 
mente . Venne al campo il Vescovo, e con linguaggio 
assai differente da quello di prima, parlò di tregua, 
di concordia, di pace. S'abboccò coi Capitani, con 
gli Officiali , e non sdegnò di parlare con gì 1 infimi 
soldati , e disse loro non più reggergli il cuore a ve- 
der spargersi tanto sangue de' figli suoi, che potevano 
vivere una longa vita e lieta, e vantaggiosa alla Pa^ 
tria . Soggiunse che Iddìo arbitro delle vittorie avea 
fatto abbastanza conoscere nella passata battaglia , che 
volea che fossero tolte le gare , le vendette, le discor- 
die desolataci , ed essere tempo ormai di venire a fi- 
ne , col permettere che quei Nobili esuli dalla patria 
vi ritornassero con onore , tanto più che essi erano 
pronti a far la pace, ed a dar loro le dovute cauzio- 
ni per la pubblica sicurezza . Non tacque che ciò 
tornava bene all'onore del partito popolare , ed a/ suo 
vantaggio ; polche sembrava che il partito dei Nobili 
avesse più forti alleanze, e che dòveano pel numero 
e per la forza essere temuti . Narisio pertanto veden- 
do che sempre più cresceva il numero di quelli che 
bramavano la pace , e non volevano più guerra , egli 
stesso si fece autore della pacificazione , e per coglie- 
re qualche merito in un affare che era tutto degli al- 
tri , spedì Longino al Compo 'nemico a far proposi- 
zioni d'accomodamento-, ma per fare un trattato si 
importante, vi voleva la mediazione di persone neu- 

E 5 tra li 



70 LIBRO 

trali e non sospette. Narisio era malcontento de' Mi- 
lanesi , né potèa aver confidenza in essi . Si propose 
adunque ài chiamar da Bologna sei soggetti di consi- 
derazione, a cui si desse la facoltà di comporre le co- 
se tutte con l'obbligo di non recedere dal loro arbi- 
trarcene. Tale proposizione fu accettata , e però Lon- 
gino fu inviato a Bologna a farne la domanda a quel- 
la insigne Città. Fu molto aggradita dal pubblico di 
Bologna una tale domanda, e per pubblico volere fu- 
rono elette sei persone delle più intendenti, e sagge , 
fra le quali vi fu Guido dei Lambertini , e mandate 
a Brescia per tranquillare gii animi, e restituirvi, do- 
po tanta discerdie , la pace . Quando questi sei perso- 
naggi di Bologna vennero a Brescia, Narisio esorta- 
to da Longino , dimise la carica di Podestà , e fece 
che fosse eletto Guido de' Lambertini, acciocché alla 
sua virtù nuovo fregio donasse una carica che lo mu- 
niva di grande autorità per trattare P accomodamen- 
to, e per eseguirlo quando condotto fosse al fine. In 
poco tempo si conchiuse la pace , furono annullati e 
scancellati i bandi dati ai Nobili dal partito popola- 
re , giurarono i Nobili di mettere in dimenticanza 
ogni torto , e così aili 26 di Novembre di quell' an- 
no , i Nobili con il Podestà alla testa fecero pubbli- 
co ingresso in Città; essendo incontrati dal Vescovo, 
da Narisio, Longino, Oberto , e Mario, e da altre 
persone le più qualificate del partito dei Popolari, e 

dall' 



SECONDO 7 * 

dall'aria parte, e dall'altra si diedero i più ampli 
contrasegni di amicizia*, e di riconcigliazione . 

XXri. Tutto il tempo che il Lambertini coprì il 
luogo di Podestà stette Brescia in wn apparente tran- 
quillità. Sotto il cenere però vivea ancor il fuo- 
co della discordia, benché non se ne accendessero le 
fiamme. Alcuni sediziosi del popolo, che trovavano 
nelle sole torbolenze il loro vile profitto , comincia- 
rono a sparlare del conte Narisio non solo in priva- 
to , ma anche in pubblico. Al medesimo attribuiva- 
no la rotta avuta nella battaglia di Calcinato ; che non 
si dovea ascoltar il Vescovo, ma usare dei soccorsi 
prestati da Oberto e Longino, e dare una seconda 
battaglia ai Nobili; s'avvanzarono ad insolentire fi- 
no contro la persona del Vescovo, e lo stesso face- 
Vano di Longino, Oberto , e Mario , millantandosi di 
Toler quanto prima cacciar i Nobili in bando come 
avean fatto poco innanzi . Dissimulava la Nobiltà le 
voci di costoro , ma internamente portava impressa la 
piaga delle violenze de* popolari . Non fidandosi li No- 
bili del Ji Plebei , attendevano secretamente ad armar- 
si, benché per rispetto del Lambertini non ardivano 
di venire ai fatti. 

Partito che fu Guido dalla Podestarìa di Brescia; 
P«ve tolto il freno all'ira di alcuni Nobili , che pas- 
sarono a dimandar, in voce risentita, ad alcuni Po- 
polari il risarcimento delle ingiurie fatte loro, ede'dan- 

E 4 ni 



72 LIBRO 

ni recatigli. Si scossero i Popolari , e cominciarono a 
tumultuare e collegarsi a pigliar le armi. Nonavea^ 
no Capi almen di considerazione , e la loro lega che per 1' 
avanti si dimandava ói S. Faustino, fu chiamata Brucella, 
forse dal nome di chi faceva la figura di Capo", o dal 
luogo in cui fu primamente stabilita. Tornò la Cit- 
tà a dividersi in due partiti, quello de' Popolari era 
il più numeroso, quello de' Nobili sembrava il più 
forte , perchè avea i suoi capi ed una militare subor- 
dinazione. Previdde Narisio delle tragiche conseguen- 
ze, onde si ritirò nelle sue terre, e Longino del pa- 
ri prudente e saggio ritornò a casa sua in Bovcgno di 
Val Trompia . 

XXIII. In luogo del Lambertini fu eletto Podestà 
Yerzio Tempesta. Vedendo questo che il partito 
dei Nobili senza rispetto alla data fede , e senza ri- 
guardi alla carica, si preparava a far nuovamente un 
aspra guerra ai Popolari, si dichiarò in favor di que- 
sti, sperando di così raffrenare l'ardire del partito 
dei Nobili . Vedendo però che il partito dei Popola- 
ri avea bisogno di un Capo che sapesse ilmestier dell' 
armi , e fosse in credito presso i collegati , si portò 
tosto da Narisio sccretamente per indurre quel Con- 
te ad essere Capo della fazione. Adoperò ogni arte , 
usò di ogni ragione , ed aggiunse ancora le preghiere 
per indurre Narisio ad assumere tal impegno j ma tro- 
vò in lui tanta fermezza il" animo e tanta risoluzione 

nel 



SECONDO 13 

1ncl mantenere la parola data ai Nobili prima di ri- 
tirarsi in Asola di non voler entrar in alcun partito » 
che fìì costretto a partire senza effetto e senza spe- 
ranza . Si rivolse a Longino per indurlo ad assumere 
tal officio, ma questi del pari seppe svilupparsi con 
molta accortezza . 

XXrV. Così avessero imitata la prudenza di que- 
sti, alcuni altri, con il Vescovo, Mario di lui fra- 
tello, ed Oberto , de' quali i primi si dichiararono 
per il partito de' Nobili, ed il terzo per quello de' 
Territoriani . Questo servì ad accendere quella fiam- 
ma che ancora non ardea , ma solo spargea denso fu- 
mo . Cominciarono i soldati dei due partiti a pigliar 
differenti posti della Città , e viveano in quella ge- 
losia, e diffidenza, che sempre è foriera delle guerre 
civili. Così passarono due mesi senza spargimento di 
sangue. In capoa questi ecco discendere dalla Val Sab- 
bia 400. uomini armati, entrare nella Città dicendo 
essere venuti per guardare il Palazzo di Comune , ed 
assicurare il Podestà da que' pericoli che intendevano 
essergli sovrastanti. Si sparse nel seguente giorno una. 
nuova, che due milla Sabini e Triumplini erano in 
marcia alla volta di Brescia, e che favorendo il par- 
tito dei Popolari meditavano di struggere i Nobili ; 
questi intanto niente tardando diedero all' armi, e da- 
to l'assalto al Palazzo, dopo breve combattimento se 

ne resero padroni facendo prigioniero il Podestà , O- 

ber- 



74 LIBRO 

berto, e tutta la guardia de' soldati popolari. Accor- 
sa al rumore molta gente, e massime quello del par- 
tito plebeo , si rivoltarono contro questi , e combat, 
tendo con ordinanza e con ardire ruppero , e ro- 
vesciarono quanti Territoriani si opposero , e fu tan- 
to il sangue che sparsero che restò distrutta afTatt< 
la società Brucella , ed essi furono padroni assoluti del- 
la Città . Cavarono di poi dalla carcere il Podestà , e 
lo cacciarono fuori delle porte della Città carico di 
villanie e disonori. Diedero ad Oberto la libertà, e 
lasciarono con precauzione partire i soldati Sabini ri- 
masti prigionieri , forse per non irritare maggiormen- 
te le Valli , e Longino , le di cui minaccie erano or- 
mai giunte all'orecchio dei Nobili : tutti gl'altri ven- 
nero o condannati alle carceri } o proclamati con ban- 
do perpetuo* 



// fine del secondo libro . 



LL 



TERZO 7) - 

libro iii. 
sommario; 

/. Discòrdia tra Nobili divisi in due fazioni . 

IL II Cente Nari s io e Longino dichiaransi fautori di 

ima di quelle . 
HI. Fuggito dalla Città il Conte Alberto viene donata 

U libertà ai carcerati , ed ai banditi . 

IV. Nuova fazione accresciuta dalli due fratelli Bocca^r 
*i, ed animosità grande dell' Abbate di Leno contro, 
il Vescovi di Brescia . 

V. Il Conte Narisio e Longino procurano con la media- 
zione de' Cremonesi di sedare le torbolen^e . 

VI. Li Milanesi mettono in diffidenza ? compositori 
della pace , e massime Guidone Lupo eletto Podestà . 

VII. Si eccita contro il Podestà Lupo un grande tumulto . 
Vili. Discesa dei Valle riani a Brescia , e poi a L<eno , 

IX. ObixXP viene eletto Podestà di Brescia . 

X. V Abbate di Leno unito alli Cremoneri prende Pon~ 
t e vico . 

XI. Ricuperano i Bresciani Pontevico : 

XII. Ottone Imperatore aspettato per la pace . 

XIII. Oberto tenta assalire /' Abbate di Leno , e resta 
disfatto . 

XIV. Ottone Imperatore venuto a Brescia stabilisce h 

P*cc i 

XV. 



7* 



XV Ottone Imperatore dichiarato scomunicato da Papa 
Innocenzo , e nuove fazioni in Brescia . 

XVI I Val Uri ani impegnati nel Partito favorevole ài 

Papa . 

XVII. Il Conte Alberto capo del partito usa e commet- 
te violente nella Città. 

XVIII. Il Conte Alberto per reprimere i mali tanto 
funesti forma un ter^o partito . 

XIX. Oberto guasta il pacifico disegno del Conte . 

XX. Si eleggono tré Podestà, e sono cacciati da Ga- 
vardo i malviventi . 

XXI. Medita il Papa la deposizione del Vescovo di 
Brescia, ed intanto il Vescovo muore . 

XXII. Viene eletto un nuovo Podestà, ed un nuovo 
Vescovo . 

XXIII. Viene dal Vescovo dato fine alla guerra civile 
perdurata anni quattordici. 

I; 1 J ì sfatto intieramente il partito Popolare resta- 
rono i Nobili in potere di se stessi , ed occuparono 
tutte le cariche non solo nella Città , ma eziandìo nel 
Territorio serPza che alcuno ardisse opporsi alle loro 
cisposizioni . Per due anni intieri comandarono come 
se fossero stati in una perfetta aristocrazìa , e sarebbero 
stati pacificamente forse i soli padroni anche nel!' avveni- 
re , se si fossero mantenuti in concordia fra loro . Ma 
era impossibile che regnasse il buon ordine fra persone 

non 



TERZO 77 

non- animate da zelo del ben pubblico , e dalla gloria , 
ma dall' ambizione, dalla superbia figlia dell'ignoran- 
za, e dall'ingordigia di guadagno. Lo che fece che 
anche nell'ordine di quelli che sono, o per la gran- 
dezza dei natali , o per quella delle richezze , supe- 
riori all'ordine comune, e volgare, si formassero no- 
vellamente partiti, e seco involgessero persone d'ogni 
sesso e d'ogni condizione. 

Il Vescovo della Città che avea veduto diversi 
altri nel partito, cui era capo il Conte Alberto di 
Casalalto , ed altri in quello che seguiva Giacomo Gan- 
faloniero, volle anch' esso seguire il costume dei fazio- 
nari, quando doveva per carattere e per prudenza astenere 
si dall' uno , e dall' altro . Entrò esso con Mario suo fra- 
tello nella fazione di questo secondo, e per coprire 
lo spirito amante dei tumulti e vago d'immaginazio- 
ni , mostrò di farlo per dovere di Padre comune . Disse 
che non poteva più a lungo vedere la tirannìa di alcuni, 
che proseguivano a tener chiusi nell'orror delle carceri 
tanti meschini, che erano rimasti in vita nella disfatta 
della fazione Brucella,che non aveva più forze d^L resiste- 
re alle lagrime di tante mogli , che dimandavano i lo- 
ro mariti o carcerati, o banditi, e che tanti figli 
mendici dimandavano la vita de' genitori , da cui ve- 
nisse mitigata la lor fame. E però l'unione del Gan- 
faloniero parve a lui necessaria tanto più chesembra- 
yagli onorifica al suo cktaxtctè . 

Era 



78 LIBRO 

Era il Conte Alberto uomo di valore, ma domi- 
nato dall'ambizione, grand' artefice di scerete, e pa- 
lesi vendette ,;di discordie per esaltar se stesso 5 godea 
perciò della turbolenza , e tendea a procurarsi que' 
mezzi onde potesse farsi padrone di Brescia. Nella 
passata guerra civile avea osservata neutralità, trop- 
po conoscendo che nelT una fazione e neli' altra non 
avrebbe potuto soddisfare alle voglie, che Jo possede- 
vano; ma nelle presenti discordie sperando miglior 
sorte, egli si fu uno di quelli, che si opposero alla 
liberazione dei Popolari prigionieri , e banditi . Im- 
mobile e fermo nel concepito pensiero, non accon- 
senti mai alla. liberazione di quelli, dicendo non do- 
versi ricevere nel grembo di quella Patria che avean 
sì crudelmente lacerata, né questi meritare giammai 
di veder la luce, né di gustare quella libertà che vo- 
leano togliere agli altri , e che una razza di persone 
sì infeste , e perniciose non dovea essere lasciata in ba- 
lìa a se medesima, perchè altro non si potea temere 
che danni, e delitti. Così parlando coprila il fine 
che Io avea mosso ad esser capo della fazione , e mol- 
tissimi avea guadagnati al suo partito , sicché di gran 
lunga superava il partito contrario . Era in quel tem- 
po, cioè nel 1206. , Podestà di Brescia Alberto Mus- 
sio Bolognese, uomo di penetrante ingegno, ma in- 
fingardo e nemico della fatica, il quale amava bensì 
il buon ordine, e la pace nella Città , ma più amava, 

colla 



TERZO 79 

colia comune dei grandi , la voluttà , i comodi della Vita , 
e Io splendore della carica. Vedendo esso i Cittadini 
tra loro divisi , e scorgendo già prossima un altra guer- 
ra civile , non volle darsi alcuna fatica per inserir negl* 
animi la pace, ne volle dir parola sul timore che avea 
d'esser disprezzato il suo consiglio. Pensò di celare 
il suo animo per aspettare tempo più propizio , ed al- 
lora dichiararsi per quella fazione che fosse stara su- 
periore alla contraria . In fatti quando vidde cresciuto 
fuor di modo il partito del Conte Alberto e che par- 
ve insuperabile uella sua forza , egli si dichiarò per 
quello, e diede al Conte Alberto dello spinte repli- 
cate, e forti, perchè senza ritardo distrugesse il par- 
tito del Ganfalcniero intanto ch'era debole, e infer- 
mo. Volea forse il fVIussio assicurarsi con ciò la con- 
tinuazione della carica di Podestà . 

Giacomo Ganfaloniero era anch'esso valoroso e 
intrepido, e godea qualche fama e riputazione nella 
Città . Voleva questi che fossero aperte le prigioni ai 
miseri Popolari , sembrandogli che fossero stati abbas- 
tanza puniti per un delitto , che allora era comune , 
e che quelli che erano andati in bando fossero anch' 
essi accolti nella Città , non dovendo essere il lor ban- 
do perpetuo, come non lo era stato quello dei No* 
bili . Diceva che la clemenza verso i Popolari era con- 
sigliata anche dalla sana politica , poiché quando ques- 
ti avessero disperato di ottenerla > non gli mancavano 

mezzi 



So L I B R O 

mezzi d' implorare l'aiuto dì qualche vicina Città , e 
così metter in guerra la Provincia e Ja Citta ancora. 
Ma tanto il Ganfaloniero , quanto il Vescovo, troppo 
tardi s'avviddero che il suo partito era di gran lunga 
inferiore a quello del Conte Alberto, e che oltre ali* 
inferiorità del numero, aveano anche la disgrazia di 
non aver un capo che avesse cognizion pratica di guer- 
ra ed autorità militare sopra i soldati . Viddcro che 
il solo Conte Narisio poteva far fronte al partito, 
e che il suo nome solo poteva metterlo In confusione . 
Andarono dunque in Asola , dove al governo de 1 suoi 
feudi dimorava quel Conte, e per vincere la sua cos- 
tanza determinata a non entrar più in fazioni usarono 
tutte le ragioni che seppero , ed alla fine ottennero che 
sarebbe venuto a Brescia per tentare la liberazione 
dei miseri prigionieri e banditi -, ma ciò ridotto a ter- 
mine si espresse che voiea ritornare ai suoi feudi qua- 
lunque fosse stato Tessere dells cose. 

II. Appena comparve in Brescia il Conte Narisio , 
le cose cangiarono aspetto . Molti non solo Popolari , 
ma anche parecchi Nobili si staccarono dal partito 
dei Conte z^lberto, e si unirono a quello del Ganfa- 
loniero . Anche Oberto e Longino che eransi ritirati 
nelle Valli, abbandonando ogni riguardo si scossero 
alla notizia , che Narisio fosse divenuto il capo del 
partito, e fatta da amendue una leva di soldati nelle ris- 
pettive Valli vennero a Brescia con un grosso corpo 

di 



TERZO lì 

di truppe e s' unirono al Conte Narisio in mano del 
quale stava l'opprimere il partito nemico. 

Era il Ganfaloniero con li suoi seguaci fieramente* 
adirato con il Podestà , come quello che avea attizzato 
tante volte il Conte Alberto a fare man bassa di lui', 
e de* suoi partiggiani , e però instava che fosse fatto 
processo contro del Podestà per obbligarlo alle pene 
di fellonìa , e di violatore del giuramento fatto di man- 
tenere la pace nella Città : ma il Conte Narisio che 
pensava da più prudente uomo gagliardamente si op- 
poneva , dicendo che l'unica cosa che doveasi allora 
procurare , era di restituire alla patria i Popolari o 
banditi o prigionieri, e che ciò fatto si sarebberpoi 
presi in esame altri affari , senza che una cosa servis-» 
se ad inviluppare V altra. L'autorità di un tanto uo- 
mo dovea raffrenare ogni ardito , ma Oberto avea an- 
cor fitta nell'animo l'ingiuria sofferta quando fu fat- 
to prigioniero, e non sapea perciò frenare l'impeto 
dello spirito, ne resistere alla violenza della. passione 
indomita , che lo agitava. Un giorno senza far motto a 
Narisio, né a Longino, con alquanti soldati Sabini , e 
Triumplini diede improvviso assalto al Palazzo , dove 
era il Podestà , e carico di catene con violenza trascinar 
io fece avanti il Conte Narisio . Detestò il Conte, e Lon- 
gino la violenza di Oberto , e vollero che il Podestà fosse 
posto in libertà , e che raccolto il suo equipaggio par- 
tisse per sua sicurezza dalla sua carica, e lasciasse in 

F quie- 



82 LIBRO 

quiete la Città , ed acciò non gli fosse fatto oltraggio 
lo fecero scortare da una banda di soldati a cavallo 
fino ai confini del Bresciano. Il Conte Alberto te- 
mendo qualche sinistro caso uscì anch' egli incognita- 
mente di Città accompagnato da Guifredo Ganfalonic- 
ro, da Giacomo Pontecarale, e da altri partiggiani 
suoi , i quali andavano ad unirsi , e fortificarsi nel 
Castello di Leno. 

Restò Narisio allora per «osi dire padrone della 
Città, ne eravi chi potesse validamente opporsi al suo 
volere . Chiamati però i Cittadini a consiglio genera- 
le, ottenne che fosse fatto il decreto di liberazione per 
tutti que' Cittadini, i quali erano o rinserrati nelle 
prigioni, o puniti col bando, e perciò furono incon- 
tanente rilasciati quelli, e richiamati questi alla Pa- 
tria. Ma la prudenza del Conte Narisio non era con- 
tenta di un profitto sì tenue, bramava di vedere la 
Città in tranquillo sistema : radunò perciò un altro 
Consiglio generale , e parlò a tutti in questa guisa . 
„ Voi ben vedete , o Cittadini , quali e quante disgra- 
„ zie produsse in questa Città la discordia , e vedete 
„ orora come germogliano da ostinati puntigli le stra- 
„ gi, e le guerre civili. Io benedirò sempre il Dio 
„ grande per avermi dato il contento di vedere termi- 
„ nato senza spargimento di sangue un affare che mi- 
nacciava grandi rovine. Respirano adesso que 1 mise- 
„ ri, che giaceano nello squallore delle carceri, l'aria 

» libe- 



TERZO fy 

„ liberale rivedono il patrio tetto que' molti che esuli 
5 , e raminghi viveano in estraneo paese . Tempo or 
,, mai è di scordarsi delle passate offese , e di ricon- 
3, cigliarsi a vicenda, guardandosi per sempre dalla 
„ divisione , e dai partiti . La vendetta non rende V 
3 , uomo rispettabile, ma la sola virtù, e P usar del- 
3, le ricchezze nei puntigli e nelle persecuzioni , altro 
3 , non procura che dispiaceri ed infamia -, però io vi 
3, esorto ad unirvi anche col Conte Alberto e con al- 
3, tri fuggiti dalla Città, a rispettare la santità delle 
3, Leggi, P autorità dei Magistrati, procurando di far 
3, nome a quella Città, che vi fu madre . Io ho delibe- 
3, rato di far ritorno a miei feudi per terminarvi i 
3, miei giorni col possibile onore , ne altro mi trasse 
3, in questa Nobile assemblea che il desiderio di ve- 
3, dervi in pace, T onor della Patria, e la buona fa- 
„ ma dei Concittadini ,, . Da tale discorso restarono 
commossi i Cittadini , e quando Narisio si partì fu ac- 
compagnato d:il popolo tino alle porte della Città, e 
quelli che erano stati liberati lo seguirono per lungo 
tratto di viaggio. Longino co' suoi Triumplini tornò 
in Valle , ma Oberto amante di tumulti rimase in Cit- 
tà . Questi fatti accaddero in Settembre , e Novem- 
bre del i2o5. 

IH. A. questa forza di parlare doveano cedere le 
dissensioni e troncarsi i partiti, ma la cosa fu affatto 
diversa. I partigiani delia fazione ad Ganfalonier© 

F 2 al 



$4 LIBPvO 

al partire del Conte Narisio , svegliarono nell' animo 
loro vendicativo gli odi, e lo spirito di partito, e 
procurarono Hi risvegliare V inimicizia , e lo sdegno 
contro la persona del Conte Alberto, e contro i suoi 
seguaci, il qual partito molto s'era ingrandito dall' 
unione , che con esso strinsero li due fratelli Bocaz- 
zi , l'uno chiamato Pace, e l'altro Giovanni. Erano 
questi due riputati uomini nati òi ripettabile lignag- 
gio, e che appresso il popolo aveano concetto d'ot- 
timi Cittadini amanti della Patria, e della giustizia. 
Nelle passate rivoluzioni aveano procurato di toglie- 
re le discordie fra Cittadini > e non avendo potuto ot- 
tenere l'intento, erano stati piutosto spettatori del- 
le tragiche vicende, che approvatori delle violenze 
praticate dai vincitori. Mutando questi all'improv- 
viso sistema di pensare e di operare , si unirono al 
Ganfaloniero , e questa improvvisa mutazione di due 
persone qualificate, che avevano così costantemente 
osservata la neutralità, indusse molti a dichiararsi chi 
per un partito e chi per P altro . Fu attribuita la 
mutazione de'fratelli Bocazzi ad un cattivo tratto che 
il Conte Alberto praticò contro la persona del Pace -' 
Si aggiungeva ancora che il Vescovo, e Mario suo 
fratello mantenevano animata la plebe contro il 
Conte Alberto per l'alleanza che esso avea stretta con 
1' Abbate di Leno . 

u . Era in que* tempi il Monastero .di Leno in ric- 
chezze 



TER.ZO 8j 

chezze uno dei primi di Lombardia esercitando sopra 
molte terre giurisdizione spirituale, e temporale, ed 
era allora governato da un Abbate per nome Ones- 
to , il quale niente amando la monastica solitudine- 
si immischiava con orgoglio negli affari secolareschi I 
Con questo erasi stretto in amicizia ed in alleanza il 
Conte Alberto , promettendogli che quando avesse 
avuto forze bastanti da vincere il partito del Ganfa- 
loniero egli cacciando dalla Sede Vescovile il Vescovo 
Giovanni, laverebbe collocato sopra di quella. V 
ambizione era Ja passione predominante dell' Abbate 
Onesto , e pertiò il Conte Alberto usando di un lac- 
cio facile a cadervi anche 1' domo svegliato, ottenne 
che quel Abbate s'impegnasse nel partito, lo rinfor- 
zasse e con tutti i modi possibili soccorresse il Con- 
te Alberto. Scordandosi come tant' altri dei solenni 
voti , con cui si era consacrato a Dio in Religione , e 
dimenticandosi il proprio carattere, si diede a far gen- 
te , ad armarla ed inst'ruirla nell'armi, e non arrossi 
di farsi uno dei capi ddh fazione, 

IV. 11 Vescovo di Brescia quand'ebbe penetrato 
il disegno dell'Abbate si mise in timore, e poiché 
tanto era pauroso quanta incostante, e fazionario, 
tutto si diede a persuadere i Capi del partito, ac- 
ciò venissero alla risoluzione d'uscire in campagna , e 
marciare alla volta di Leno per opprimere quell'Ab- 
bate . Ma li due frateli Boccazzi , ed il Ganfaloniero 

F i nien- 



5(5 LIBRO 

niente contando gli sforzi d' un Monaco , si ridevano 
delia paura del Vescovo. In questo scompiglio Ober- 
to trovavasi in Brescia , e siccome amava le torbo- 
ìenie e la guerra , e vi trovava onde impiegare h fe- 
rocia del suo marziale talento , egli lodava i timori 
del Vescovo, come prudenti. Vedendo intanto la len- 
tezza del partito in deliberare, esso si dichiarò clic 
con il seguito de' suoi soldati Sabini sarebbesi da fé 
solo cimentato all'assalto de' nemici in Leno , con la 
lusinga di vincerli. Chiamò a tal fine un corpo di sol- 
dati dalla Vai Sabbia , molti ne assoldò dalla Val 
Trompia, ed altri ne ricevette come venturieri dal 
territorio Bresciano . In tempo adunque di notte rac- 
colta tutta la truppa marciò alla volta di Leno per 
fare una sorpresa a quella Terra, quale pensava in un 
col Monistero di pigliar per assalto , ma restò deluso 
il suo disegno, avendo anzi trovati i nemici disposti 
a riceverlo e fare la più valida difesa . S'avvide Ober- 
to , che il colpo meditato , non era improvviso ai ne- 
mici , ed incolpò la sua innavertenza in aver lasciato 
traspirare il suo disegno. Si ritirò da Leno mostran- 
do d'aver abbandonata l'impresa, e si pose in mar- 
cia verso Brescia . Quando soffermatosi all' improvviso 
ritornò di bel nuovo a Leno per tentare la seconda 
sorpresa, ma anche questo tentativo riuscì vano. 

V. 1/ Conte Narisio , e Longino che spettatori 
ili questo tragico avvenimento , non pensavano a farsi 

neme 



TERZO S 7 

nome colla guerra, ma a rendersi gloriosi con la pa- 
ce, avendo inteso che il Conte Alberto, e l'Abbate 
di Leno aveano dimandato soccorso ai Cremonesi pen- 
sarono a trovar le vie più sicure, onde terminar senza 
stragi le insorte discordie. Eransi determinati li Cre- 
monesi di spedir un esercito in soccorso dei loro al- 
leati , e già erano sulle mosse per venire all' esecuzio- 
ne . Giudicarono Narisio e Longino di ricorrere alli 
Cremonesi stessi , acciocché come amici comuni consi- 
gliassero la pace tra li Bresciani, ed il partito dell' 
Abbate di Leno, e perciò andando a Cremona espo- 
sero il loro desiderio, ;che nodrivano per la pace e 
per la concordia tra Cittadini, e siccome erano en- 
trambi in grande considerazione, ottennero quanto 
dimandarono . La Città di Cremona che conobbe 1* 
animo di Narisio , e di Longino , come avea ammira- 
to il loro valore in molti fatti di guerra , volle dar 
mano a questa riconcigliazione con tutto l'ardore, ma 
ancora col far il possibile onore alla Città di Bres- 
cia . Furono perciò dal corpo dei Cittadini Cremone- 
si elette sei qualificate persone e spedite con Narisio e 
Longino a Brescia, tra le qunli vi era Guidone Lupo 
uomo pratico delle Leggi, ed assai destro per termi- 
nare un affare spinoso. Giunsero questi in Brescia, 
quando tutt'altro pensavano que' Cittadini , e quando 
si sparse la voce che erano venuti con Narisio ^Lon- 
gino per comporre la discordia che impegnati li te- 

F 4 neva- 



88 LIBRO 

nevano nell'armi, vi furono il Ganfaloniero , il Ves- 
covo ed altri che prendendone dispetto non diedero 
ascolto a proposizioni , ma volevano venire a batta- 
glia. Li Boccazzi più prudenti non ricusarono] di 
sentire chiunque loro parlasse di pace . Finalmente 
sarebbe andato a voto ogni opera , e niun frutto 
si sarebb e raccolto da questo prudente pensiero 
dei due zelanti Cittadini , ma spiegando la sua men~ 
te Narisio , e Longino, che se avessero ricusato di 
pacificarsi, essi avrebbero dovuto unirsi al Conte Al- 
berto ed alli Cremonesi per obbligarli con la forza 
alla pacificazione, si acquietarono i capi, ed il par- 
tito del Ganfaloniero , e dei Bocazzi , e per dar qual- 
che prova dell 1 animo loro elessero in Podestà di Bres- 
cia il sopranominato Guidone Lupo, ed acconsenti- 
rono che ritornasse il Conte Alberto con tutti li suoi 
seguaci a condizione che dimenticato ogni passato 
dissapore, venissero in vicendevole armonia. 

VI. Di tale riconcigliazione sembra che tutti do- 
vessero andare contenti , pure grande gelosìa ne sen- 
tirono li Milanesi . Da questi erano riguadati i Bres- 
ciaai come li suoi più fedeli amici , e sicuri alleati ', 
laddove i Cremonesi erano da 'essi tenuti per li più 
fieri ed irreconcigliabili nemici , e perciò non poten- 
do comportare, che questi con quelli venissero astrin- 
gersi in unione, usarono i più detestabili mezzi per 
metterli in diffidenza, e disunirli. Misero perciò in 

prati- 



TERZO S£ 

pratica un occulto stratagemma che [era in sostanza 
tanto più iniquo quanto in apparenza mostravasi più 
giusto e salutare. Spedirono a Brescia Obizzo della 
Posteria che tentasse di mettere in fazione i Brescia- 
ni che eransi appena rappacificati. Col pretesto di 
un matrimonio venne questi in Città , e ritrovò gli 
animi ancora riscaldati dalle rivalità . Morto era il 
Ganfaloniero, ma gli altri capi, e massime li Boc- 
cazzi erano vogliosi di essere i soli che dominassero 
in Città. Il Conte Alberto unito al Podestà Guido- 
ne Lupo era disposto a non cederla ai Boccazzi « Il 
Vescovo era agitato òài suoi timori contra V Abbate 
di Leno pensando che segretamente tramasse con Al- 
berto di privarlo della Sede Vescovile . Longino in fine 
ed Oberto si erano impegnati a favorire il partito de' 
Boccazzi : laonde fu facile adObizzo d' introdurvi Io 
scisma, eia discordia, massime col spargere voci che 
erano insidiose, e seducenti. O fosse Obizzo 1' auto- 
re, ovvero qualche altra torbida mente, si divolgò un 
rumore che il Conte Alberto macchinasse colli Cre- 
monesi di farsi padrone, e tiranno di Brescia, la 
quale calunnia si mostrò tantosto in un altro aspet- 
to , cioè che li Cremonesi con l'aiuto del Conte Al- 
berto ed altri fazionari pensassero di assoggettare la 
Città ed il Territorio di Brescia al loro dominio. 
Queste voci sparse trovarono persone disposte a cre- 
derle per vere, e Longino tutto che schivo di tumul- 
ti 



oo LIBRO 

ti per amor della Patria si fece del partito dei BoO 
cazzi. Oblzfeo intanto andava autenticando simili di- 
cerie , ed empi tantosto Ja Cina ài spavento, e dt 
furore contra il Conte Alberto ed il Podestà Lupo , 
quasi fossero due traditori della Patria. 

VII. Tanto fu il rumore che menarono i Brescia- 
ni per il concepito sospetto, che la Città di Cremo- 
na pensò di spedire F isecsso suo Podestà Assagito ài 
Nazaro uomo di tutta integrità , e òi coraggio , ac- 
ciò smentisse la edunia data al popolo Cremonese , e 
ricomponesse £li animi sedando il tumulto e 1' odio 
concepito contro Guidone, e rendesse giustizia ali* 
innocenza dei Conte Alberto : Ma le azioni più vir- 
tuose ed innocenti osservate da chi e entrato in sos- 
petto vengono quasi sempre prese in mala parte , 
quando non si dia retta alla ragione . I fratelli Boc- 
cazzi, il Vescovo, Longino, ed Oberto dalla venuta 
di questo gran Uomo , presero stoltamente motivo di 
dar nuova spinta alla guerra civile. Il torbido fab- 
bricator di calunie Obizzo intanto soffiava maestre- 
volmente nell* accesa fiamma , e si andò spargendo e 
dall'astuto Milanese, e dai stolti credenti, che il Po- 
destà di Cremona era stato spedito a Brescia sotto il 
pretesto di comporre gli animi in concordia, ma in 
sostanza era venuto per dar mano ad Alberto ed al Po- 
destà Guidone nel macchinare la rovina della Città, e 
che se tardavasi alquanto a venire all' armi, si sareb- 
bero 



TERZO pi 

bero veduti i Cittadini di Brescia cadere miseramene 
te in potere dei tiranni . Laonde tenutasi per vera 
una congiura puramente fantastica , tutta la Città si 
mise in osservazione, e Longino cdOberto partirono 
per le Valli , e colla celerità possibile formarono un 
grosso corpo di soldati , e li animarono di veni- 
re in soccorso della Città, che stava per cadere in 
mano dei nemici . Discendeano i soldati Sabini , e 
Triump.lini in gran numero, e con strepito, sicché 
prima che comparissero erane sparsa la nuova in tut- 
ta la Città. Assagito Podestà di Cremona, e Guido- 
ne Lupo Podestà di Brescia fratanto, vedendo in pe- 
ricolo la vita loro, uscirono segretamente dalla Ciu 
tà, e loro tennero dietro il Co: Alberto coni due capi 
Guifredo Ganfaloniero , e Jacopo Pontecarale , e si ri- 
fuggiarono in Cremona. 

Vili. Il vegnente giorno con grossa truppa di Val- 
leriani comparve Longino in Città , ed ebbe a dispet- 
to il non ritrovare quelli eh' eransi fuggiti, perchè 
avea stabilito di farne un scempio, e così intimorire 
tutto il contrario partito. Il Vescovo colse V occasio- 
ne del caldo furore che Io agitava , e V esortò ad av- 
vanzarsi tosto colle sue truppe a sorprendere Leno per 
abbattere quell'Abbate che era il peggior nemico dei 
rifuggiti a Cremona . Uscì in fatti Longino tenendo 
una via che sembrava che Io guidasse ad invadere qual- 
che terra del Cremonese , quando piegando ali 1 impro- 

YÌS3 



9* LIBRO 

viso per altra strada corse alla volta di Leno per dar 
P assalto alla terra ed al monistero.Vi giunse in fat- 
ti e da varie parti diede Passalto , ma V Abbate Onesto 
che avea presentito avvicinarsi Longino con le sue trup- 
pe alla terra di Leno, fuggì ben presto a Cremona 
perlocchè Longino impadronitosi della Terra , e del Cas- 
tello vi pose una forte guarnigione , e lasciandovi per 
governatore Filippino daCorvione fece ritorno a Brescia , 
IX. Era la Città di Brescia per la fuga di Gui- 
done priva del suo Podestà , onde conveniva far nuova 
elezione di persona idonea a coprire quelli carica . Il 
.Vescovo non sapeva dimenticarsi lo scopo dei passati 
suoi desideri, e perciò svegliandosi le speranze d'in- 
nalzar il proprio fratello alla carica di;Podestà, mos- 
se ogni pietra perchè venisse eletto . La facilità di cre- 
dere ciò che si desidera indusse il Vescovo ad aver 
quasi per certa l'elezione di Podestà nella persona di 
Mario suo fratello, ma al fatto pochissimi furono li 
suoi fautori . Longino passò a stupire e rimbrottare 
perfino il Vescovo, perchè ancor tentasse P elezione del 
proprio Fratello, la qual per ogni motivo non pote- 
va sussistere quantunque ciechi fossero stati li eleggenti . 
Fu nominato infine Obi zzo della Posteria, e sic- 
come si credeva ciecamente da tutti che questi avesse 
scoperta la macchinazione dei Cremonesi e del Conte 
Alberto contro i Bresciani , cosi sembrava degno di 
ricompensa, A questo si aggiungeva che pensavano di 

poter 



TERZO pi 

poter con tal elezione piacer maggiormente ai Mila- 
nesi, coi quali sembravano stringersi più strettamente 
per il timore clic sentivano di una prossima guerra 
coi Cremonesi . Fu eletto adunque con applauso di 
tutta la Città , ma perchè comprendevano esservi bi- 
sogno dì una persona di potere e credito , e più in-J 
formata nelle calamitose circostanze, chiamarono a 
Brescia il Conte Narisio, acciò fosse pur egli unita- 
mente ad Obizzo , Podestà , e che tutti e due gover- 
nassero la Città in situazione tanto critica . Ma Na- 
risio rifiutò modestamente tal dignità , la quale venne 
sostenuta dal solo Obizzo con quel successo che ve- 
dremo in appresso. Seguirono questi fatti in Maggio 
dell'anno 120S. 

X. Ma tornava bene a 1 Cremonesi mantenere la 
discordia tra 1 Bresciani , giacche volevano essere suoi 
nemici , e col aver fatto disonore al Podestà Ass?gito 
«li Nazaro , ed a Guidone Lupo suoi Cittadini , e coli' 
aver messa in mala opinione l'offerta mediazione, e 
col tenersi uniti , e collegati coi Milanesi . Volevano 
perciò venire all'armi, ma diversi riguardi facevano 
differire le ultime risoluzioni ; erano però inclinati a 
sostenere il partito del Conte Alberto non ranto per- 
ckè sembrava oppresso a torto, quanto perchè eravi 
più il loro politico interesse per indebolire una Cit- 
tà, che affettava grandeggiare fra le altre di Lombar- 
dia . L* Abbate di Leno troppo inquieto trovò onde 

far 



94 LIBRO 

far loro troncare le dilazioni nel rissolvere. Questi 
che studiava ogni arte ili far danno, senza strepito, 
teneva alcune secrete pratiche con la guarniggione di 
Pontevico, e con regali, e con promesse corruppe al- 
cune guardie, acciò lui dessero in mano quell'impor- 
tante Castello. Con un corpo di truppe egli in com- 
pagnia di Guidone Lupo troppo offeso da' Bresciani , 
si portò a Pontevico , ed essendogli aperte le porte 
dalle guardie infedeli e corrotte si fece padrone di 
quella Fortezza. 

XL La presa di Pontevico accese di sdegno i Bre- 
sciani , e li commosse in tal modo, che presero Tar- 
mi come se il nemico fosse stato sotto le mura della 
Città. Allo sdegno successe il timore d'essere traditi 
da quelli ch'erano parziali del Conte Alberto , e che 
dimoravano tutf ora in Città . Forza fu adunque che 
questi sottrandosi al furor popolare fuggissero dalla 
Città e cercassero ove rifuggiarsi . Così fecero e si 
radunarono questi a poco a poco a Pontevico portan- 
do notabile rinforzo a quella guarniggione . Intanto Lon- 
gino fu spedito da Bresciani a Milano per chiedere un 
pronto e valido soccorso . Non mancarono li Milanesi di 
accordarlo , che anzi elessero Longino comandante delle 
truppe Milanesi ausiliarie de' Bresciani . Anche Qbiz- 
20 si era data tutta la cura di assoldar gente a favor 
de' Bresciani e per render memorabile il suo governo 
usci con le sue truppe raccolte alla volta di Pontevico. 

Ten- 



TERZO P y 

Tentarono in damo li Cremonesi d'impedire l'unio- 
ne ài Longino , che veniva con le genti di Milano , e 
di Obizzo, ed Oberto che si avvanzavano colla Mi- 
lizia Bresciana e Triumplina e Sabina , poiché venuti 
il di 27. Settembre 1208. a cimento, Ji Cremonesi res- 
tarono sconfìtti , rimanendone moltissimi uccisi sul 
campo, 400. fatti prigionieri, e tutti gli altri disper- 
si , e fugati . Gli assediati di Pontevico capitolarono 
la resa della Fortezza . La Città di Brescia per ricom- 
pensare il valore dei due Capitani Valleriani Longino 
ed Oberto, che avevano diretta la milizia con tanto 
sapere e intrepidezza , diede loro in dono que' fondi 
che la Città teneva nelle tenute di Pontevico e vo- 
lendo però distinguere il merito di Longino gli fece 
ancora dono di una grandiosa casa situata nelle vici- 
nanze del Castello. Ciò fece la Città in perpetuo mo- 
numento del valore insieme , e della gratitudine in ver- 
so sì dell'uno che dell'altro. La ricupera di Ponte- 
vico quanto servi ad inspirare l'antico coraggio alli 
Bresciani, tanto infreddò i Cremonesi , molto più per- 
che in Cremona erano insorte delle fiere discordie , 
che avean messa la Città in notabilissimo sconcerto. 
Non si trovò per questa cagione più in stato di con- 
tinuare la guerra coi Bresciani , anzi dovette abbando- 
nare la diffesa di quelli eh 1 erano ricconi a lei per 
aver aiuto. Sicché questi rimasero abbandonati , senza 
alleati, senza tene, e senza ordinata milizia. L'Ab- 
bate 



$6 LIBRO 

bate Onesto non si perdette pero di coraggio , poiché 
se non poteva vincere con la forza, tentava dì vincere 
con l'inganno. Era come dicemmo governatore di Le- 
no Filippino da Corvione , quando con questo procurò 
aver scerete intelligenze , perchè cedesse la Terra , e 
finalmente con regali , e con promesse lo indusse al 
tradimento . Non lasciò penetrare la cosa , che a po- 
chi, e nel giorno ultimo di Febbrajo 1209. presentos- 
si l'Abbate sotto Leno, e vi potè entrare senza con- 
trasto. La Terra di Leno diventò il centro della guer- 
ra , e quel moniste ro divenne quartiere de' soldati . 
Gii ambiziosi disegni di quell'Abbate posero in to- 
tale desolazione la terra di Leno , e tutta la sua pro- 
vincia, e sbandirono da! Convento la disciplina mo- 
nastica* Di tutto ciò per altro s' incolpava certo iMo- 
naco per nome Epifanio, il quale possedendo il cuore 
dell'Abbate usato avea di quanto si pratica da catti- 
vi corteggiarti, e consiglieri, che adulando, o sedu- 
cendo le passioni , e la debolezza , con sommo diso- 
nore di chi rappresenta la maggioranza , indotto avea 
quell'Abbate ad intraprendere degli impegni superiori 
alle sue forze, nei quali pricipitò se stesso, e tutto 
il ricco podere di quel monastero . 

Tra tanto cresceva la discordia in Cremona , ed 
in Brescia , e sempre più spirava ogni partito ed ogni 
Provincia furore, e vendetta. Il Conte Narisio solo 
era amante della pace , ami sembrava il comune pen- 
si ere . 



TERZO 91 

siere. lì Vescovo di Cremona lo chiamò a se per se- 
dare i tumulti del suo popolo . Egli volentieri vi an- 
dò , ma per quanto parlasse ed operasse non fu pos- 
sibile troncare le fazioni de* Cremonesi , ma solo in- 
durre i due partiti che vi regnavano ad eleggersi il 
suo Podestà come fecero in fatti. Ritornando alle sue 
terre venne a Leno , dove indarno parlamentò col Con- 
te Alberto, e con l'Abbate per indurli a qualche ac- 
comodamento polche erano troppo animati contro i 
Bresciani, e certamente speravano d' aver in breve un 
valido soccorso dai Cremonesi . Di là venne a Brescia 
per tentare se potesse opporsi a que' mali che nasco- 
no dalla guerra, e trovò del pari tutti i Bresciani a- 
lieni dalla pace toltone i Bocazzi , il Vescovo , e suo 
fratello Mario . 

XII. In quel tempo movea dalla Germania Otto- 
ne eletto Re de' Romani, e veniva in Italia a riceve- 
re dalle mani del Romano Pontefice la corona Impe- 
riale. Lo precedeva Volchero Patriarca d' Aquilea per 
disponere le Città Imperiali al ricevimento del Mo- 
narca , e per riconoscere li diritti della Corona. Es- 
sendo questo giunto a Brescia in tempo che Narisiò 
procurava rappacificare il popolo , ed avendo ritrova- 
ta la Città avvolta in tante discordie , ed impegnata 
in guerre più che civili, da buon politico esortò i 
Bresciani a non volere altro mediatore che Ottone , il 
quale nel ritorno da Roma avea determinato di visi- 

G tare 



98 LIBRO 

rare le Città di Lombardia, e rimettervi la pacete P 
ordine j e se non fosse stata ad un tanto fine sufiicien • 
te la sua autorità poteva suplire con la forza a repri- 
mere i contumaci. Tutto quello, che potè ottenere 
col maneggio di Narisio fu , che si facesse una trie- 
gua fino al ritorno del novello Imperatore da Roma . 
Ma questa tregua benché convalidata da giura- 
mento solenne , non potè essere che di corta durata . 
Eravi tanto nell'uno, quanto nell'altro partito certa 
gente scelerata, la quale computava per nulla la viola, 
zione della data kde , e della sicurezza pubblica, e 
prendeva occasione di passare a commettere i più ab- 
bomincvoli misfatti: Sicché prendendo l'uno con V 
altro il delitto di un particolare come peccato univer- 
sale , e forsi ad arte , ricominciarono le ostilità . La fa- 
zione di Brescia più forte e numerosa credeva essere 
quelli i preziosi momenti , onde disfare il partito dell* 
Abbate di Leno. Voleva perciò uscire in campagna, 
e col pretesto che fossero stati violati gli articoli del- 
la pace dal canto dei nemici , meditava di fare una 
sorpresa , e disfarlo . Ma li fratelli Boccazzi persuasi 
non doversi mancare alla promessa fatta ad un priva- 
to, e molto meno ad un Sovrano, come pureLcn* 
gino nutrendo simili sentimenti , non vollero mai ac- 
consentire di violare li trattati della tregua , anzi bia- 
simando molti de 1 suoi per essere risolti di uscire alla 
presa di Leno, essi espressamente significarono il ta- 



ra 



TERZO 99 

ro dissenso e spedirono solo alquante truppe con preci- 
so comando d'impedir solo le scorrerie de' nemici , se 
fossero state praticate entro il paese soggetto alla 
Citta. 

XIII. Fu imputato I 1 Abbate Onesto in quel tem- 
po d' aver spediti in Vai Sabbia sicari per uccidere 
Oberto. L'Abbate Onesto se ne querelò altamente, 
e instò perchè venisse fatto rigoroso processo , onde 
rilevare la verità de' fatti, protestando che esso non 
avea mai pensato ad un'azione sì rea, e detestabile: 
Ma siccome egli era in mala opinione appresso tut- 
ti , così pochissimi vi furono e forze ninno che pre^ 
«tasse fede alle sue dichiarazioni . Oberto che era un 
anima di fuoco, e che ci aveva la vita di mezzo, 
certamente n,on lo credeva , anzi pieno di rio veleno 
verso queir Abbate e portato dal suo fervido talen- 
to , andava incautamente giurando , che quando gli 
fosse venuto d'aver nelle mani quell'Abbate il vole- 
va metter a morte crudele, o come diceva fargli fare 
la morte del rofpo confìcato in un palio, Infatti non 
mancò d'imprendere con tstremo ardire l'esecuzione 
dell' iniquo proponimento , ma con un esito mólto 
infelice, avendo Oberto inteso che l'Abbate Onesto 
con poca guardia soggiornava in Gottolengo sua ter- 
ra, radunata una masnada di Sabini e Triumplini , 
incaminossi di notte tempo a quella volta tenendosi 
sicuro d'averlo a sorprendere con un assalto improv- 

G 2 VÌSQ 3 



ioo LIBRO 

viso', e di fargli provare quel supplizio che meditato 
avea . Ma Onesto che era accorro , e che vegliava a 
guardar se stesso , scoperte le mire d" Oberto , radunò li 
più coraggiosi, e fedeli suoi soldati, e gli tese un 
aguato, nel quale Oberto cadde senza avvedersene e 
venne talmente investito dalla truppa nemica, che 
restò sconfitto , e il solo favor deiie tenebre potè sal- 
varlo lasciandovi cento He' suoi soldati fatti prigio- 
nieri , alcuni uccisi , ed il resto seco lui dispersi nel 
buio della notte . Il giorno vegnente furono dal nu- 
mero de' prigionieri estratti dodeci de' soldati , e con 
barbarie propria di chi avesse rinunciato , ed abbiu- 
rat© e religione e umanità , furono impalati vivi , 
lasciandosi H altri maltrattati e disarmati ritornare 
alle loro case . 

Non si può descrivere quanto dolore sentissero i 
Sabini , e Triumplini da un sì barbaro procedere pra- 
ticato da quel Monaco , e nel tempo stesso quanto 
disdoro ne sentisse tutto il popolo Bresciano . Degene- 
rando la passione in furore gli fece mettere le mani ali* 
armi per marciare alla volta di Leno , e Gottolengo per 
dare alle fiamme quelle due terre, e fare man bassa 
degli infelici abitanti . Li Boccazzi più osservanti 
della giurata fede disapprovavano una sì furiosa mos- 
sa , ma non ardivano opporsi per timore che contro 
di loro rivoltassero le armi . In tale tumultuosa com- 
mozione giunse la nuova in Brescia che giunto era a 

Mila- 



TERZO lor 

Milano l'Imperatore Ottone. Era in quella Metro- 
poli il Conte Narisio per sollecitare la venuta del 
Monarca a Brescia , onde essendo stato informato dì 
quanto era successo tra Oberto , e P Abbate di Leno, 
e quanto era per succedere di più rovinoso , sollecito 
Narisio d'aver udienza da queir Imperatore , dal qua- 
le nella prima occasione che si presentò ad Ottone 
altro non potè ottenere, se non che fosse immediata" 
mente spedito uno de' principali Cavalieri della Cor- 
te ad intimare ai Bresciani la disgrazia del Monarca 
se tosto non deponevano V armi per aspettare quan- 
to prima la sua venuta in Brescia. 

XIV. In fatti nel giorno i>. di Maggio dell'an- 
no laro {eco il sud ingresso in Brescia Ottone rice- 
vuto con le più onorevoli dimostrazioni da tutti £ 
Cittadini , e specialmente dai Boccazzi e loro aderen- 
ti . Longino però ed Oberto benché fossero del parti- 
to loro non si trattennero in Brescia in quest'occasio- 
ne, ma si ritirarono alle loro case , troppo alieni es- 
sendo dal rappacificarsi con l'Abbate di Leno, tanto 
erano esacerbati per la crudel morte data a suoi in- 
felici compatriotti nella zuffa di Gottolengo . Ma le 
due fazioni guerreggia nti erano volonterose di dar fì~ 
ne alle loro discordie; veniva questo consigliato anche 
dal rispetto dovuto al Monarca , e cai timore che 
avevano delle sue forze . Perciò in brevissimo tempo 
Ottone potè tranquillare gli animi dei Bresciani , on- 

G i eie ja 



io2ì LIBRO 

de in capo a sette giorni dopo il suo arrivo in Cit- 
tà fece pubblicare gli articoli della pace, nei quali si 
dichiarava, che il Conte Alberto e tutti gli emigra- 
ti ritornassero pacificamente in Città accolti Cittadi- 
ni come prima , e che quelli che tuttavia erano in 
Città, per tali riconoscendoli, avessero concordi vo- 
ti per la pace comune. Ed acciò si togliessero le oc- 
casioni di venire a contese , volle Ottone eleggere il 
Podestà, a cui tutti due i partiti obbedissero fedel- 
mente, e volentieri, e fu questi Tomaso di Turino • 
Mostrarono di accettarlo con aggradimento , e ninno 
ebbe di che dire, o querelarsi. Prima di partire di 
Brescia Ottone pregato da Narisio , e dai Boccazzi fece 
chiamare Longino edOberto dando loro a ciò un sal- 
va condotto per unirli in amichevole amore con TAb* 
bate Onesto. Non comparve all'udienza del Monar- 
ca , che il solo Oberro ( e creder si deve che Longi- 
no non fosse in caso di viaggiare ) il quale mostrò 
sempre una dannabile durezza , della quale o non volle 
Ottone , o non credette utile il curarsene per allora • 
!£' fama che il Monarca nel licenziarlo gli dicesse, se 
potea fargli qualche piacere, e che Oberto indecente- 
mente gli rispondesse, che la grazia che poteva farg 
era di impalar vivo l'Abbate Onesto, e vendicare la 
crudel morte data a suoi soldati da quell'infame cla- 
ustrale . Non sembra per altro che Ottone , tuttoché 
di pacifico umore, potesse comportare una risposta 

che 



TERZO 103 

che mostrava sì poco rispetto alla maestà d' un Impe- 
latore . Partì da Brescia Ottone , e quel Podestà che 
lasciò mantenne sempre la pace coli' essere imparziale 
con tutti. Vivea per altro ancora qualche scintilla di 
odio fra i due partiti. Il Conte Alberto ricordevole 
dei mali trattamenti meditava di rendere la pariglia 
al contrario partito con discacciare dalla Città i Boc~ 
cazzi j né tardò a presentarglisi l'occasione di dar luo- 
go alla sua dannata passione . 

XV. Erano insorte tra l' Imperatore Ottone ed il 
Papa Innocenzio molte ctrferenze , le quali cran cre- 
sciute in modo, che il Pontefice dichiarò Ottone in- 
corso nelle censure , e però da riguardarsi come sco- 
municato, cosa molto facile in que' tempi. Si dichia- 
rarono i Milanesi in favore dell* Imperatore , e li Cre- 
monesi si fecero fautori d' Innocenzio. Li Bresciani 
erano divisi, parte favorendo la causa dell'Imperato- 
re, e parte quella del Papa. Questa fu 1* occasione, e 
la causa, onde tornassero a dividersi irt due fazioni li 
Cittadini Bresciani . I Boccazzi col loro partito s' uni- 
rono ai Milanesi, ed il Conte Alberto, tutto che 
debitore di tanto all' Imperatore , si unì al li Cremo- 
nesi . Copriva esso con lo specioso manto di religione 
P animo perverso e crudele , ed andava disseminando 
non esser lecito il dipartirsi dàlia volontà del Vicaria 
di Cristo Sovrano dell'anime nostre, per darsi a se- 
guire un Principe scomunicato , e che coloro che per 

G 4 urna- 



104 LIBRO 

umano riguardo ricusavano di essere col Papa ; ovve- 
ro che apertamente gli erano contrarj , non erano che 
Cristiani in apparenza , ed in sostanza nemici della 
Chiesa -, che se avessero i Bresciani seguito l'esempio 
di alcuni, avrebbero sofferto un grave gastigo; che 
dovevano i seguaci dell'Imperatore presto sottostare 
al fulmine della scomunica , che era IV ultimo segno 
della maledizione di Dio, e che Brescia era pur trop- 
po stata il bersaglio delle disgrazie, senza che ne ag- 
giungesse nuovamente una la più terribile di tutte • 
Per lo contrario andava animando i Bresciani a dichia- 
rarsi del partito del Papa a norma di tante altre Città , 
poiché oltre la consolante ricordanza in morte d' aver ob- 
bedito al Pontefice , non era anche a temere 1' armi dell' 
Imperatore , trovandosi allora con tutte le sue forze im- 
pegnato in fondo all'Italia a conquistare la Puglia. Di- 
ceva finalmente , che il Papa armava tutta la Germa- 
nia dichiarata in suo favore, e pronta a spedir quan- 
ta gente occorresse far fronte all'Imperatore . 

XVI. Con sì imponente parlare ed artificioso, 
egli commoveva gli animi dei creduli Bresciani, e di' 
staccava non pochi dal partito dei Boccazzi , unendo- 
li al suo . Non sarebbe esso arrivato con tutto ciò a 
prevalere sopra il contrario partito , se non gli fosse 
venuto fatto per strana combinazione d'unire jà suo 
partito tutti i Valleriani . Li Triumplini, e Sabini 
semici mai sempre della crudel niorte data dall'Ab- 
bate 



TERZO thf 

fctte di Leno a' loro compatriota , non avevano sapu- 
to soffrire in pace , che i Boceazzi avessero perdonato 
a queir inumano e ricevuti li nemici in Città . Sde- 
gnati fino cV allora aveano giurato di mai più presta- 
re soccorso a' Boceazzi :j,Laonde anche in questa mio* 
va emergenza non voliera essere del loro partito , mi 
piutosto del partito contrario. Assicuratosi però il 
Conte Alberto delle forze dei Triumplini e Sabini 
concertò con essi la giornata ai venire allearmi , cioè 
il giorno 18. di Febbrajo dedicato da' Bresciani a ri* 
membrare il martirio dei due Santi Faustino, e Gio- 
vita protettori della Città. Andava perciò dicendo, 
che nel giorno delia gloriosa loro morte non svereb- 
bero mancato que' SS. Protettori di liberar la Città da 
tiranni, e dai nemici della Chiesa di Dio. 

' Un parlare così franco , che non era profetico „ 
ma minacciante rovina, fu ben inteso dai Boceazzi,. 
i quali benché privi dell' aderenza dei Valieriani era- 
no pe/ altro abbastanza munitile potevano compro- 
mettersi di sufficiente opposizione ai partito co nt ra- 
ro. -Ma vedendo però che conveniva sparger molto 
sangue con incertezza sempre dell'esito, e privar la 
Patria di tanti Cittadini animati ciecamente da una 
stolta pietà, e posseduti da una religione opìnativa, 
parve miglior consiglio di ritirarsi prima di S. Fau- 
stino dalla Città , tanto più che essendo pervenute 
le notizie dei felice successo dell'armi Imperiali nella 

Puglia , 



to6 LIBRO 

Puglia presto sarebbe ritornato P Imperatore alla volta 
della Germania, e intese di nuovo le sedizioni dell'ingra- 
to Conte Alberto , avrebbe facilmente distrutto il par- 
tito del Papa. Così li Boccazzi consigliati da Narisio 
uscirono da Brescia , e seco loro uscirono i loro 
partigiani , non tanto per aver nell'unione maggior 
sussistenza, quanto per impadronirsi dei luoghi più 
forti del Territorio andarono, ad occupare Gavardo, 
Rodengo , Monterotondo , Trenzano , Palazzuolo ed 
altreCastella di minor nome. Per dar esempio di vo- 
lontaria partenza , molti giorni prima era partito il 
Vescovo ritirandosi a Bovegno in casa di Longino, ed 
il suo fratello Mario si era fermato in Brescia riso- 
luto di morire piutosto che fuggire, ed avea ridotta 
la sua Casa in forma di fortezza , quantunque poi 
pensasse meglio seguire l'esempio degl'altri col usci- 
re di Città , lasciando solo molta gente alla difesa di 
quella . 

Giunto il giorno de' SS. Faustino, e Giovita , il 
Conte Alberto conobbe di essere arrivato ad ottenere 
il pieno dominio della Città senza sparger goccia di 
sangue, e senza incorrer pericolo di morte. Ciò l® 
animò fieramente contro il partito fuggitivo, e per- 
ciò lungi dall' ammansarsi egli pensò alle stragi ed al- 
le vendette . La prima fu di marciare con una truppa 
d'armati alla volta del Palazzo pubblico per sloggiar- 
vi Tomaso da Turino Podestà eletto dal P Impera tore y 

1 indi 



TERZO 107 

indi la fece passare alla Casa di Mario per occupar- 
la -, non fu difficile l' una, e 1* altra cosa, poiché il 
Podestà ben presto si levò dal Palazzo, e quelli che 
difendevano la Casa di Mario fecero sul principio 
qualche resistenza, ma loro essendo minacciato l'in- 
cendio, se non si arrendevano, si diedero per vinti, 
e molti passarono ad assoldarsi fra le milizie d* Al- 
berto . Ma era Alberto abbastanza accorto per com- 
prendere , che una Città acquistata con tanta facilità 
si sarebbe con la medesima perduta, dove non si fos- 
se provveduto alle future mosse dei nemici. Consul- 
tando però esso co' suoi seguaci sopra i mezzi più 
atti a tener lontano il nemico , ne essendovi al- 
cuna moderazione nel pensare , come legge alcuna non 
sentivano nel loro operare, vennero a conchiudere che 
convenisse disfar il luogo, acciò più non vi si rico- 
vrasse , chi solea annidarvisi . Stabilirono perciò di 
atterrare le torri, le case, ed i palagi di quelli che 
erano del contrario partito. Per eseguire però un sì 
dannato disegno vollero coprirlo col pretesto di giusti- 
zia , onde sfuggire l'odiosità. Radunarono un Consi- 
glio generale composto per altro di soli fazionari , do- 
ve il Conte Alberto propose doversi passare al gasti- 
go dei nemici della Patria ed anche dei rubelli di S, 
Chiefa e della Religione . Ma siccome questi aveano 
campata la vita col fuggire e perciò tolto il luogo di 
punirli nel corpo, giustissimo era che procedessero 

contro 



io* LIBRO 

«ontro di costoro con Ja confìscazione dei beni , e cori 
atterrare le loro abitazioni insegno d' essere stati cac- 
ciati dalla Città, e ad esempio salutare della posteri- 
tà . In fatti cosi fu deliberato in quel Consiglio , e 
tosto una truppa di furiosi andò al Palazzo del Ves- 
covo per incominciar l'impresa ed atterrarlo*, ma es- 
sendosi a ragione opposti alcuni con dire che V Epis- 
copio, ed il Palazzo di Comune erano di pubblica ra- 
gione , e che non dovevano distruggersi per il delitto 
di chi li abitava, si rivolsero alla casa di Longino 
che possedeva in Brescia , e perchè avea ricevuto il 
Vescovo come ospite in Bovegno, appicandolc il fuo- 
co, la distrussero .Così pure fecero con la Casa di Ma- 
rio , e con b torre che vi era, talché divenne un solo 
mucchio di pietre, così con quella di Giacomo Gan- 
faloniero , Damerìco di Montechiaro , di Lanfranco da 
Lavclongo , di Ronserio di Villa , di Alberto da Ome, 
di Ugon di Torbiato , di Giulgelmo da Manerbio , e 
di quanti capi si contavano nella fazione contraria , 
toltone la casa dei Boccszzi , e le torri loro , facen- 
dosi a dire che avevano lasciate intatte le fabbriche 
di quei Signori per la stima particolare che avevano 
di loro. 

Non contenti di ciò demolirono la casa paterna 
del Vescovo , e gli confiscarono i beni , indi passaro- 
no a tentare la deposizione ;del medesimo , ed a taf 
fìae spedirono a Roma Martino da Manerbio, e Ste- 
fano 



TERZO Teo- 

fane Bcccardo ; acciò instassero avanti il Papa per ot- 
tenere la facoltà di eleggere un altro Pastore della 
Bresciana Chiesa, in luogo di Giovanni , come quel- 
lo che era affatto indegno di sedere sopra la Sede Ves- 
covile per esser autore di guerre civili , fonte di tut- 
ti i mali del Popolo Bresciano, e vera sorgente d'ogni 
discordia fra li Cittadini, e che se non era rimosso 
dal Vescovado non vi era più speranza di quiete tra 
i fedeli di quella Chiesa. ; Avvisato il Vescovo delle 
insidióse mosse de' suoi nemici, per timore di Vedersi 
deposto, inviò anch' egli persona idonea a Roma a chie- 
dere licenza di rinunziare al Vescovato , e mandò an- 
che in iscritto la rinunzia di quello : ma il Pontefice 
non volle accettarla, perchè s 1 avvidde che era fatta 
per timore, e senza vero animo di rassegnarla. 

XVIIT. In tempi così infelici e calamitosi niuno 
eravi che non chiamasse la morte a chiudergli gli oc- 
chi per non essere spettatore di tanti mali, o almeno 
non giudicasse grave e penosa la vita. Quelli poiché 
sentivano lo stimolo di onore, ed erano animati dallo 
spirito di veri Cittadini, pensavano ogn' ora al rime- 
dio di tanti guai, ma non lo sapevano ritrovare. Il 
solo Conte Narisio di cui parlammo in molti luoghi, 
benché avesse proposto òì vivere nelle sue terre lungi 
dalle torbolenze , e dalle discordie , non sapea vedere 
la Città in tanta desolazione. Andava perciò egli co* 
suoi amici, or meditando or consultando sopra i mez- 
zi di 



irò LIBRO 

zi di ridonare la pace alla sua patria . Le due fazio- 
ni fra di loro andavano distruggendosi, e quelle spe- 
ranze che apparivano dalla parte di Ottone erano or- 
mai svanite. Quel Monarca fortunato sul principio 
della guerra di Puglia, era chiamato in Germania dal 
proprio pericolo di perdere i suoi Stati, Molti Prin- 
cipi Allemani eccitati dal Papa si armavano a fargli 
guerra, e conveniva ch'egli tornasse rapidamente in 
Germania a difendere gli Stati Imperiali, Laonde la 
fazione dei Boscazzi non poteva sperare 'che Ottone 
si fermasse a sedar i tumulti di Brescia nel ritorno 
che faceva in Germania . Non amava il Cente Nari- 
sio di seguire alcuno dei due partiti , ma di por fre- 
no ad entrambi per mettere il sospirato line alle dis- 
cordie. Gii parve adunque buono in tali circostanze 
il ritrovato di forma-re un unione di quelli che erano 
neutrali , che quasi fosse un terzo partito , e questo 
coli* unione a quello che più inclinato fosse all'acco- 
modamento, obbligasse il partito contrario alla pace 
ed uniformarsi a que' trattati che fossero sembrati di 
necessità e di ragione. Ne in questo andò errato V ac- 
corto*Narisio, perchè s'unirono a lui non solo i neu~ 
trali , ma parecchi ancora dell'uno e dell'altro par- 
tito, sicché i seguaci di Narisio erano maggiori, e 
di numero e di forze di tutti e due i partiti che me- 
navano tante stragi e tanto rumore . Tra questi si 
distinsero Alberto di Concaio, Alberto diRanza, e 

Che- 



TERZO in 

Gherardo di Calcarla, i quali avevano una gran ripu- 
tazione ed erano veri figli amorosi delia Patria che 
generati li aveva . 

Veramente Narisio era più nemico della fazione 
del Conte Alberto per le crudeltà ed ingiustizie pra- 
ticare, di quello fosse del partito dei Boccazzi , come 
quello che era stato meno crudele, ed era in qualche 
depressione. Sembrava però che potesse aspettarsi più 
di moderazione da) partito di questi che dall'altro. 
Ma la cosa fu affatto diversa . Il partito dei Boccarii 
si mostrò immutabile, ne dava alcuna speranza di ri- 
conciliazione . Vedendo però questo con forti ragioni 
costretto, esponendole ancora il pericolo a cui si es~ 
poneva, mosso a trattare ài pacificarsi, dimandò per 
preliminare che fossero a spese di Alberto e di altri 
cospiranti rifabbricate prima le case e le torri che avea- 
no demolite con tanta animosità ed ingiustizia. Il 
Conte Alberto all'opposto, perchè accortamente cer- 
cava ài tenersi alla fazione di Narisio più saggia e più 
forte , accettava volentieri l'offerta pacificazione ne 
disaprovava la dimanda dei Boccazzi circa il rifacimento 
delle case, e torri distrutte, ma andava nel tempo stes- 
so opponendo tali difficoltà che o impedivano , ovvero 
mandavano molto in lungo l'esecuzione: ma Narisio 
che c :p:a penetrare l'animo delle persone, e sjpea 
chiudere le artificiose vie dei raggiratori , avea in me- 
da, e con savia politica ridotta la cosa quasi a termi- 
ne, 



H2 LIBRO 

ne, ma non f>otc compirla, avendo Oberto guastato 
ogni disegno, e messo col suo torbido cervello in ri- 
volta ogni buon ordine vicinissimo a stabilire la pace . 
XIX. Avea la fazione d?i Boccazzi , come fu det- 
to di sopra, occupata la terra di Gavardo, ed altre 
Castella del territorio Bresciano, quando, mentre Na < 
risio cercava d'inspirare sentimenti pacifici , ed eri 
riuscito ne' maggiore impegni, e tolti i più forti os- 
tacoli, ecco che oltre il mai animo dal Conte Alber- 
to entrò in iscena anche Oberto, che non volendo pa- 
ce, ma vendetta, e guerra e stragi in danno del Co: 
Alberto, come quello ch'era stato alleato dell' Abba- 
te di Leno, Oberto dissi adirato anche co'Boccazzi 
perchè avevano perdonato aiP Abbate Onesto quando 
in Brescia si ritrovò 1* Imperatore Ottone, esso tras- 
portato ancora dalla dolorosa memoria della zuffa in 
Gottolengo, senza essere mosso da alcuno, raccolse 
una numerosa truppa di Sabini , e Triumplini com- 
posta di malviventi , e eli masnadieri , e disceso a Ga- 
vardo s'impadronì di quella terra e senza discacciare 
o far prigioniero il presidio che vi era , lo persuase 
ad unirsi a lui . Usciva sovente dalla terra in forma 
militare, e faceva scorrerle fin sotto le mura della 
Città , ragliando quanto conosceva di fruttifero nelle 
tenute di Alberto, e suoi seguaci, e incendiando le 
case, ed ammazzando, o via conducendo il bestiame 
de' villici abitanti . 

Al- 



TERZO |*j 

Alberto di Concesio, e Gherardo diCakaria furo,; 
no da Narisio spediti a Gavardo a significare ad Oberta 
e «uoi seguaci di dover tosto desistere dai saccheggi e 
dalle violenze , altrimenti avrebbero provato loro mal- 
grado un implacabile nemico» qua! egli da quel punto si 
dichiarava in caso d'opposizione . Intanto consigliava co* 
suoi. quali mezzi convenisse di jusare per reprimere li tic- 
rezza di Oberto , e poiché non vidde più luogo alle 
speranze di mettere la pace tra il Bresciano popolo , 
egli s'unì al Conte Alberto, come quello che avea 
dimostrati sentimenti più umani nei trattati di pace . 
Con esso adunque si pensò a frenare le violenze di 
Oberto che avea fissato per centro delle sue manìe la 
terra di Gavardo . Era però necessario usare il titolo 
della pubblica autorità, onde schivare l'odioso nomi 
•li prepotente , e di tiranno . Siccome Brescia era sen- 
ta Podestà così parve necessario venirne all' elezione. 
XX. Correva V anno 1212 , ed Alberto usava tutte 
le arti per essere insieme con Giacomo Pontecarale 
fletto in Podestà, ma volevano seco loro unito anche 
Narisio. A questo adunque s'accostarono colle insi- 
nuazioni più. forti , e si protestarono che in tal digni- 
tà cercavano la sua autorevole persona , come il più 
forte sostegno della Patria, e che essi benché avessero 
avuto il titolo , nondimeno sarebbero stati piutosto 
ministri che eguali, e che lasciando a Narisio gli uf- 
fici d'onore, essi si sarebbero impiegati nelli affari 

H di 



2X4 LIBRO 

di faticale nell'occasione di pericolo, e di odiosità* 
Soggiunsero che ciò tornava in vantaggio del pubbli- 
co, perchè esso godeva il più felice concetto appres- 
so tutti, tanto nel rnesticr dell' armi, quanto nell'il- 
libatezza d'un imparziale giustizia , e perciò lo scon- 
giurarono a far un tal -sagrifizio per riparar il disor- 
dine eccedente della Repubblica Bresciana . Era Na- 
risio lontanissimo da tali pensieri, pure vi acconsenti 
commosso da tali ragioni. Furono adunque eletti in 
Podestà il Conte Narisio, il Conte Alberto, e Gia- 
como di Pontecarale , e nell'elezione del Podestà fu 
inclusa anche la sentenza di, morte venendo preso O- 
berto ed i suoi partiggiani . Li Podestà novelli si fe- 
cero tosto ad arrolare soldati ed a bello studio esa- 
gerarono il numero di quelli per intimorire la turba 
de' masnadieri inGavardo. Né andò fallitoli disegno, 
perchè intesa la nuova in Gavardo che erasi pubbli- 
cata la sentenza di morte in caso di venir sfatti pri- 
gionieri , e che si preparava un grande esercito per 
soggiogarli e distruggerli , sloggiarono tosto da Ga- 
vardo, e s'incamminarono nelle vicine Valli. Avvici- 
ftandosi il Pontecarale a quella terra per assediarla trovò 
tutti i seguaci di Oberto e quelli ancora della fazione 
dei Boccazzi che erano partiti, rilasciando quel paese 
in libertà. Dei resto non è lungi djl vero che Ober- 
to dopo la zuffa di Gotcolengo , e dopo la barbara 
morte data a cjuei dodeci sjioi soldati dall'Abbate 

Onesto , 



TERZO il? 

Onesto, egli non fosse più quello di prima. Tutti i 
tratti di sua vita posteriori a quel fatto accadutogli , 
mostrano che fosse stato soprafatto da melancolia in* 
dotta dal sofferto patema d'animo, per cui egli pre- 
cipitò nei descritti , e commiserandi errori , pei quali 
venendo preso era condannato a morte . 

Se il Conte Narislo fu felice nel reprimere la trup- 
pa di Oberto in Gavardo , non fu per altro fortuna- 
to nelT impresa che sempre tentato avea di consiglia- 
re i due partiti. Avendo egli acconsentito d'essere Po- 
destà in compagnia del Conte Alberto e del Pontc- 
carale, cagionò un forte sospetto in quei del par- 
tito dei Boccazzi, che esso avesse perduta l'antica 
inclinazione che avea verso la sua fazione , e pa- 
rimenti poco si fidavano anche li seguaci del Conte 
Alberto, perché Narisio si era più per accidentali 
circostanze che per realtà di fatti , unito al loro par- 
tito : E però senza ultimazione dell'affare trascorse 
tutto Tanno della sua Podestaria dolendosi altamente 
di non poter sedare le torbolenze d' una infelice Cit- 
tà che amava sì teneramente. Vero è che il fuoco del- 
U civile guerra pareva alquanto ammorzarsi , ed anche 
le fazioni erano stanche-, ma la rabbia, e l'oidio im- 
placabile che portavano ai Vescovo, in vece di sce- 
mare, andava anzi accrescendosi Yie più; L'uno par- 
tito, e T altro in questo solo erano concordi di va- 
lerlo deposta: rinnovarono perciò l'istanze appressa 

Ma il 



ir* LIBRO 

il Papa esponendo i costumi del Vescovo come scele- 
rati e incompatibili , ed adduccndo la necessità di tal 
deposizione, come la sola capace ad indurre la pace 
nella Chiesa di Brescia . 

XXL Per il corso di dodeci anni all' intorno avea 
inteso il Papa le guerre civili di Brescia, e ne avea 
sempre sentito il più penetrante dolore, ma avendo 
altresì più volte inteso che il Vescovo che dovea es- 
sere l'Angelo della pace , era anzi il mantice delle 
discordie , non gli parve né buono alla Chiesa di Dio , 
uè dicevole alla dignità di Vescovo , che dovesse tol- 
lerarlo più a lungo. Discese pertanto a deporre Gio- 
vanni dalla Sede Vescovile di Brescia e ricoprirla di 
un altro , il quale potesse ristorare i danni cagionati 
nella greggia da un Pastore sì sconsigliato, e tristo. 

Scrisse pertanto un Breve 4. Agosto quell'anno 
J212. diretto ai Vescovi di Verona , e di Vercelli, due 
Legati Apostolici nella parte superiore d'Italia, ed 
un'altro deli' istesso tenore a Nicolò Maltraverso Ves- 
covo di Reggio amico del Vescovo di Brescia , acciò 
di concerto l' esortassero a rinunziare al Vescovado , 
con significargli che quando non avesse dato retta alle 
loro esortazioni, essi poi passassero con autorità Pon- 
tifìcia a provveder la Chiesa di Brescia d 1 un idoneo 
Pastore. Nel Breve suddetto usò il Papa le causali 
suggerite dal Vescovo, quando avea in avanti diman- 
data la dimissione , e tacque i più forti e reali moti- 
vi 



TERZO f x , 

vi per cautelare l'onore del Vescovo; dicendo che era 
già fitto dall'età inabile a sostener P ofììzio di VsT 
store , massime perchè leso T organo recentemente del- 
la loquela, non era più in istato di predicare la divi- 
ra parola . Ma non ebbe il Vescovo a coprirsi nel 
volto di tanta confusione, perchè nel giorno ante- 
cedente alla data del Breve cioè aili 5. Agosto passò 
all'altra vita. Non dirò altro di questo Vescovo , poi- 
che mi mancano certi documenti per farne un istoria 
co racconto, e quella memoria Latina manuscritta che 
parla di due Vescovi Manfredo, e Giovanni non pas- 
sa più oltre. Per il che giace nell'oscurità fino il luo- 
go ài sua sepoltura , cosa che sembra alquanto strana, 
perchè a riserva di pochissimi Vescovi, sapiamo ove 
tutti giacciono sepolti, tanto se si parli di secoli an- 
teriori , come dei posteriori . 

XXII. Il Conte Narisio intanto vedendo or mai 
giunto il termine della sua Podestarìa, pensò di esor- 
tare il popolo Bresciano ad eleggere un altro Podestà , 
e si crede che esso fosse l'autore di fare in poi che i 
Podestà fossero forastica ed anche il Vescovo se fosse 
possibile. Celebre era per le cariche onorevolmente 
sostenute, e per 1' amministrata giustizia Pontio Ama- 
to Cremonese , il quale in molte Pcdestarle di Lom- 
bardia si era distinto fra gli altri. Questi fu eletto 
in Podestà di Brescia il primo di Marzo i2i5.,enon 
mancò a quanto da lui aspettavano i buoni Cittadini 4 

H z Pro- 



ut LIBRO 

Provisra così la Popolazione Bresciana nel governo poli- 
tiro , era mestieri di provederla di governo spirituale cor» 
tiri Pastore che riparasse i danni cagionati dalla mala con- 
dotta del Vescovo defunto . Fu adunque eletto suo suc- 
cessore il Preposito della Cattedrale di Reggio chiamato 
Alberto, e questo deve credersi proposto da Nicolò Mal- 
traverso , trovandosi che venisse al regime di sua Chie- 
sa li 22. Maggio dell' anno medesimo. Ora le due fa- 
zioni ehe aveaao menato tanto danno e tanto strepito 
andavano mancando da s« , sì per essere stanche dal 
guerreggiare, sì ancora perchè s'accresceva nella gior- 
nata il partito del Conte Narisio che voleva la pace, 
li merito però di quella fu riservato al zelo del nuo- 
vo Vescovo Alberto. 

XXIIL Questo Prelato fornito delle più rare qua- 
lità e fisiche , e morali , che sogliono dolcemente lc r 
gare jjT animi , avea una grande premura d' instillare 
insieme con la religione il vero amor sociale, onde i 
Cittadini vivessero in pace, ed andassero concordi nel 
Eianeggio dei pubblici affari • Avea saputo acquistare 
la Venerazione , la stima ed universale confidenza 
con ogni partito, perchè scorgevasi in esso lui un so^- 
lo spirito , che era quello di una religione santa , e di ura 
costante ed amorevole unione . In pochi mesi avea egli 
disposte le cose , che vedevasi ormai vicina la pace ; 
Fu perciò a lui accordata la piena facoltà di estende- 
re i capitoli di quella, quali fossero creduti i migliori 

dai 



TEKZO xtf 

da! suo saggio consiglio ; e perche in u« affare eosl ri- 
levante potesse essere fornito di tutta V autorità fu an- 
che eletto Podestà della Città ; sia che esso venisse 
aggiunto aPontio Amato pria eletto, o sia che questo 
recedendo dalla Carica ne lasciasse al Vescovo tutto il 
peso, questo sappiamo da sicure memorie, che esso 
alla podestà Ecclesiastica avea unita anche la podestà 
secolare. Stese con precisione e prudenza gli articoli 
della concordia, e si valse molto della prudenza e del- 
la sperimentata virtù di Narisio . Quando poi si ven- 
nero a sapere gii estesi , e stabiliti capitoli òclh Pace, 
furono grati , ed accetti a tutte due le fazioni ; ma 
per renderli solennemente obbligatori fu destinato il 
giorno ed il luogo della pubblicazione . Nel di 27. Ot- 
tobre pertanto 1213. si raccolse il popolo nella prate- 
ria di Gardalone, dove ad alta voce si pubblicarono 
gli articoli della concordia tra li Boccazzi e suoi ade- 
renti dall' una , ed i seguaci del Conte Alberto dall' 
altra, e ne fu comandata l'osservanza sotto la pena di 
2om. marche d'argento. Così finì la guerra civile di 
Brescia dopo d'aver durato anni quattordici , e comin- 
ciò da quel tempo a gustare quella Città i dolci frut- 
ti della pace. Tanto i\i lì contento dèi Cittadini in 
vedersi uniti scambievolmeate in amore , che non sa- 
rebbero mai più passati a dividersi in fazioni , se nel 
volgere dei tempi non si fosse sparso nell'Italia quel 
diabolico fuoco, che divise tanti popul*, tante Città 

tì 4 e tan- 



X2o LIBRO 

e tante Famiglie come vedremo. Anzi sembrò che i 
Cittadini comprendessero il gran male, a cui si erana 
abbandonati nel tempo delle civili guerre, poiché si 
perdonarono gli affronti, e cordialmente ricevettero gli 
offensori in Città . Non vollero però che i capi di 
qualsivoglia partito avessero in poi cariche , o pubbli- 
ci onori , non trovandosi nelle memorie del pubblico 
norntnati alcuni di quelli, che erano stati celebri nel- 
le fazioni . Perfino i due fratelli Boccazzi , che pur 
aveano dati saggi non indiferenti di senno, d'equità, 
e di spirito patriotico, non ebbero dignità alcuna in 
Patria , benché Pace Boccaz2Ì fosse stimato assai nel- 
le Città d'Italia, e nel m>% venisse eletto Podestà di 
Bologna, e alcuni anni dopo fosse del pari eletto 
Podestà di Mantova , e Gio: Boccazzi poi Podestà di 
Ferrara eletto n«l SU33. 



Il fine ad ter^o libra 



LI- 



• 



QUARTO I2i- 

LIBRO IV. 

SOMMARIO. 

1. Federico secondo assedi* la Città dì Brescia . 
//. Origine de 9 Guelfi , e Gibellini in Brescia . 
Iti. Bernardo Maggi Vescovo eletto Signore di Brescia 
per opera de* Guelfi - 

IV. Arrigo* citavo eletto Re de* Romani viene in Itali al 

V. Ca: dando esso da Milano ì Guelfi y si urinano in 
Brescia le due fazioni . 

VI. Cremona cacciando fuori i Gibellini irrita Arri£$, 
ed è saccheggiata . 

VII. Brescia è assediata da Arrigo. 
VI IL feslilen^A della Città . 

iX Li Guelfi dopo la morte di Arrigo unito al Marche- 
se CéValcaho di Cremona cacciano i Gibellini da 3re~ 
scìa . 

X. Li Gibellini aiutati da Cane della Scala muoronù 
Guerra ai Guelfi. 

XI. Li Guelfi Bresciani offeriscono U loro Citta a Ro~ 
berto Re di Napoli . 

XI L Vari Brinci pi si collegano contro Roberto * 
XIIL Mastino della Scala soccorre i Gibellini Brescia- 
ni , e s'avvan^a all'assedio della Città . * 

XIV. Li Bresciani offeriscono il dominio * Gioì Re di 
Boemia . 

XV. Ciò fanno anthe 4 Mastino della Seal* * 

XVL 



rzz LIBRO 

XVI. A^XP Visconti caccia i soldati 'dì "Mastino da 
Brescia . 

XVII. Contrasti di Bagolino con i Conti di Lodron . 
XVIIL Morte di Gìo: Galea^o Visconti , e rari suc„ 

cessi dopo di quella . 

XIX. Francesco Carrara s$ccorre ì Guelfi di Brescia, 
dei quali era capo Pietro Avogadro. 

XX. Pietro Gambara tenta di soggiogar la Città. 

XXI. Pandolfo Malatesta divkne Signore di Brescia \ 

XXII. Filippo Visconti Duca di Milano tenta di ricu- 
perare Bergamo , e Brescia . 

XXIII. Abbandona il Carmignola il servigio del Duca 
di MiUno , ed è ricevuto dalli Veneziani . 

XXIV. Questi muovono guerra al Duca di Milana . 

XXV. Carmignola tiene con V Avogadro secreti trattati 
per aver la Città, della quale finalmente s'hnpadro- 

nisce in nome dei Veneziani . 

XXVI. Pace stabilita tra li Veneziani ed il Duca di 
Milane » 



i.C 



ominciò a cangiarsi il volto, ed il colore della 
misera Città di Brescia, e dove per gli anni addietro, 
era squallida , e desolata , diveniva sempre più vegeta 
e lieta, godendo tranquillamente la pace, che ridon- 
dava in aumento dell'agricoltura, e del commercio. 
Fino all'anno 1238. essa riposò in seno alla tranquil- 
lità ed alla pace; ma in quell'anno sebbene non aves- 
se nc~ 



QUARTO 12? 

se nemici interni, ebbe però chi all'esterno tentò * 
soggiogarla . Federico secondo Imperatore era calato con 
potente esercito in Italia per sottomettere le Città 
Lombarde, forse mosso dal sentirle in continuate guer- 
re civili , e desolazioni , con cui si laceravano a vj„ 
tenda. Molte in fatti ne avea sottomesse, e frenate, 
e pensava di far io stesso anche con Brescia . In fatti 
avea spedito P esercito ad assediarla , e pel senno e 
valore de' Generali erti già stretta da ogni parte l'in- 
felice Città, cosicché pareva ben presto venir dovesse 
alla capitolazione , ovvero abbandonarsi alla discrezio- 
ne del vincitore. Ma i valorosi Bresciani non smari- 
rono di coraggio , atfizi con frequenti sortite incomo- 
davano gli assedianti , e giorno, e notte vegliavano 
sopra gli andamenti òzi nemico per respignerlo negli 
assalti delle mura della Città e del Castello. S' arma- 
rono tutti quanti erano , e fecero Sa risoluzione la più 
intrepida di morire piutosto che rendere la Città a 
Federico. Nei mesi ò* Agosto, Settembre, e parte di 
Ottobre durò l'assedio, né mai si avvilirono i Bre- 
sciani , perchè fedeli nel disegno amavano di difendere 
la libertà della Patria, e se medesimi. In fatti Fe- 
derico, che avea sempre veduto le Città sottomet- 
tersi o per genio, o per timore alia Corona Imperia- 
le, trovò una opposizione sì ostinata e forte nei Bre- 
sciani, che avvicinandosi l'inverno dovette vergognosa- 
mente levar l'assedio, e soffrire chs dietro all'esem- 
pio 



«* LIBRO 

pio di questa Cini altre ancora facessero dura fronte 

alle sue armi fin allora vittoriose e trionfanti, e d' 
indi in poi avvilite e non curate. Non è venuto fatto 
a me di rinvenirne monumenti sicuri , onde possa met- 
terne a parte di sì bella resistenza i soldati Valleria- 
fii, perchè tutto e rimasto sepolto nella dimentican- 
za. Tuttavìa mi pare ài poter congetturare, che questi 
vi abbiano avuto una qualche parte, mentre in altri 
due assedi cioè nel i$u, e ne] 1439 Brescia non per 
altro potè resistere, se non per la gente, e per i vi- 
veri che le vennero dalle Valli. Il che mi fa credere, 
che anche nell'assedio sotto Federico, le Valli non 
saranno rimaste oziose, ne indiferenti alle sciagure de' 
loro amici , e vicini . 

IL Nel principio di questo secolo erano insorte 
le detestabili e sanguinose fazioni introdotte dall'os- 
tinata discordia fra il Sacerdozio, e l'Impero, cioè 
tra Papi, ed Imperatori, dico le fazioni de' Guelfi, 
e Gibellini, che formano una luttuosa parte dell'isto- 
ria d'Italia, Li Guelfi erano aderenti ai Pa*pi , e li 
Gibellini si dicevano parziali degli Imperatori , quali 
per piti di tre secoli turbarono la quiete di Lombar- 
dia . Sul principio la discordia era tra Città, e Città, 
ma nel vegli ere del tempo passò a dividere le famiglie 
da famiglie, e fino il padre dai figli, donde nacquero mali 
senza fine. Ora si tanno certi documenti, che nelle 
Valli Trompia e Sabbia era dominante la fazione Guel- 
fa, onde sovente li aderenti al Papa cacciati d*'Gu 

beili- 



QUARTO 12? 

bellini amanti di Cesare, cercavano ricovero e difesa 
nelle Valli . Laddove la Valle Camonica era di fazione 
Gibillina . Nel territorio però di Brescia prevalse quan- 
do l'uria, e quando l'altra, ma per il maggior tempo 
fu superiore sempre la fazione Guelfa .Non è del mio 
istituto scrivere quanto accadesse in tali dissenzioni , 
le quali fanno orrore a chiunque ha senso d' umanità, 
e disonore a chiunque professa una Religione. 

III. Verso il fine del secolo terzodecimo, cioè nel 
2298 Bernardo Maggi Vescovo di Brescia , con Io spe- 
zioso titolo di {renar Je dissenzioni , e togliere le con- 
seguenze funeste che derivavano da quel/e , [avea con 
destro ed accorto modo indotto i Bresciani a procla- 
marlo Signore della Città per anni cinque. I Guelfi 
aveano specialmente confluito a questa elezione, che 
in apparenza avea il termine di un lustro, m* secre- 
tamente tendea a stabilire i fondamenti di una Signo- 
rìa perpetua. In fatti quando il Vescovo conobbe, 
che la fazione Guelfa in Brescia andava scemando , e 
massime quando vidde a staccarsi da' Guelfi certo Te- 
baldo de' Brusati con numeroso seguito dì {'azionari ; 
allora die a conoscere eh 5 egli avesse delle mire storte 
e inique . Non. conoscendo altra legge che quella ddV 
interesse suo, si fece ad un tratto della fazione Gi- 
bellina, onde i Gibellini che per tanto tempo erano 
stati in depressione, e taciturni, alzarono la cresta 
e cominciarono a grandeggiare in Città. Uniti essi al 

Vcs- 



«* LIBRO 

Vescovo Maggi e Fatti numerosi , e potenti per inuo- 
vi alleati che lor si unirono, vollero che il Ves- 
covo eletto Signore di Brescia per anni cinque, venis- 
se coniìrmato per un altro lustro . A ciò opponendosi 
Tebaldo de* Brasati fu di essi con forza cacciato fuori 
di Città , e con altri capi che in ciò cospiravano fu 
condannato air esilio. D'allora innanzi lafizioncGi- 
bellina cominciò a signoreggiare in Brescia , e ad eser- 
citarvi eziandìo violenze ed ingiustizie. Continuava 
il Vescovo Maggi a governar la Città, e non lasciava 
di deprimere i Guelfi, quando se gli presentavano gì' 
incontri. Il che toccò ai miseri Guelfi di Gardone 
in Val Trompia . Furono essi con la forza obbligati 
a pagar dieci milla lire col pretesto di aver alloggiati 
certi banditi , qi^ali avea stipendsati il Vescovo per che 
essi obbligassero quelli delia Val Camonica a riunir- 
si alla fazione Gibellina , dalla quale si erano ribel*" 
lati, Tale memòria vien confìrmata da una pergamena 
esistente appresso di me , che contiene il patto tra il 
Vescovo, e li banditi , scritto da un pubblico Notaio 
d'allora. Ma nel finir del secondo lustro morì Bo- 
iardo Msggi alli 16 Ottobre i$o8 e fa eletto per suo 
successore al Vescovado Federico suo nipote, e fu pro- 
clamato Signore della Città Maffeo Maggi fratello 4d 
Vescovo defonto per opera della fazione Gibellina che 
continuò ad essere la fazion dominante , benché presto 
si cangiasse la fortuna per lì Maggi, e la maggioranza 
de'Gibellini, IV. 



% 



QUARTO 127 

IV. Nell'anno ijio sebbene nel Mese di Novem- 
bre e per conseguenza nel principio dell'inverno , Ar- 
rigo VII. eletto Re de* Romani discese in Italia p*r 
far riconoscere il suo Imperiai dominio dai popoli 
sudditi , ed acciò questi meglio si disponessero ad ac- 
cettarlo , fece prevenirli con esporre il fine ? che io 
avea chiamato in Italia, qual era di rimettere in tut- 
te le Città la pace bramata. Si protestò egli che sa- 
rebbe stato imparziale per li Guelfi e per li GiLelli- 
ni, e che sarebbe venuto a ridonare a' popoli h feli- 
cità . In futi sul principio si diportò in questo lode- 
vole modo. In ogni Città dove fu ricevuto fece ertfcrsr 
quelli che n'erano stati scacciatilo fossero essi Guelrt 
o Gibeliini . E perchè era premuroso ci togliere le fa- 
zioni, che niente giovavano alla Corona, e moltissi- 
mo danneggiavano le suddite Città, egli piovidde ia 
modo che avessero a vivere in pace . Volle per ogni 
Città assegnare un Vicario e Governatore , e voile che 
foss'. un signore delia sua corte d* ordinario forastierc» 
deMa Città, che avea a governare . Su questo lodevole 
rr.etodo si disposero anche li pubblici affari della 
Città ài Brescia. Maffeo Maggi fu obbligato a rinun- 
ziare alla Signoiìa di Brescia, ed a ricevere Tebaldo 
de'Brusati già tempo discacciato co' suoi seguaci, e 
fu eletto Governatore della Città Alberto di Castel 
Barco. Così Tebaldo dopo un esilio di sette e più 
anni si ritGrnò a Brescia, dove avrebbe potuto con» 

durre 



jt% LIBRO 

durre onorata vita uniformando la sua volontà a quel- 
la del Sovrano , che altro non bramava che pace e 
concordia . Ma cominciò egli a pensare al passato in 
vece di goder del presente . Andava raccogliendo nell' 
animo i torti avuti dal Maggi > quale riguardava co- 
me solo autore de' suoi mali , e pensava a tutti i mez- 
zi , onde poter esaltare la fazione Guelfa , acciò ella 
divenisse dominatrice della Città . Faccvrsi da lui gran 
fondamento sopra l'assistenza delle Valli Trompia e 
Sabbia, dove teneva molti poderi e aderenti dei prin- 
cipali di quelle Valli , e particolaimente avea da anni 
stretto in amicizia Tebaldo de'Graziotti di Promo 
terra di Vestone in Val Sabbia, uomo amato , e mol- 
to stimato dalla sua Patria, e molto ancora sperava 
julla propenzione dei Pedemontani , e dei Benacensi , 
nonché sopra molte primarie famiglie della Città , che 
aveano sempre con occhio invidioso veduto la Signo- 
rìa de 1 Maggi nella Città , ed erano vogliosi di veder- 
la abbassata. Arrivò ben presto l'occasione di man- 
dar ad effetto i suoi disegno. 

V. Il Re de 1 Romani Arrigo dimorando in Mila- 
no parve deviare dalla mitezza dell' animo suo , e no- 
drire animosità contro la fazione Guelfa . Credette 
questo Principe che Guido della Torre, ed i Guelfi 
di quella Metropoli macchinassero contro la sacra sua 
persona: Laonde con l'aiuto de' Gibellini Milanesi 
cacciò fuori di Città tutto il partito Guelfo nel cuo- 
re 

4 



QUARTO itp 

re dell'inverno, cioè alli ia. Fcbbraro tfll. Un atto 
di precauzione necessaria in un Principe , e che avea 
osservata in ciò la moderazione, parve a quelli del 
partito Guelfo un politico pretesto per rovinarlo. Se 
ne sparse la nuova per T Italia ed in due giorni fu 
«dita con tutta la certezza anche in Brescia . Quindi 
fece boflire gli animi de* Guelfi , e dei Gibellini an- 
cora . Temendo i primi che simile soprafazione non 
li cogliesse anche in Brescia, tosto s'ammutinarono, 
e diedero ali' armi , e nel di Ij. Febbraro istigati da 
Tebaldo, il quale andava dicendo pubblicamente es- 
sersi dichiarato l'Imperatore fautore dei Gibellini , né 
doversi differire un momento perchè i Gibellini di Bre^ 
scia averebbero fatto l' istesso , vennero a Uè mani con 
questi , che del pari si erano armati nel luogo detto 
il Borgo, ed alla porta di S, Giovanni . Si danneggia- 
rono dall'una, e 1* altra parte, ma pure parve h sor, 
te rimanere in bilancia; ma sopravenuto un grosso 
corpo di Guelfi Triumplini e Sabini comandati da 
1 ebaldo de Graziotti , come dicemmo , già sempre 
stati di genio, e di partito Guelfo, dovettero cedere 
i Gibellini con perdita di molta gente e furono cac- 
ciati dalla Città. Il Vescovo Federigo salvossi trave- 
stito fra la turba dei fuggitivi , Maffeo Maggi fa ar- 
estato e chiuso in orrida prigione, ed Alberto di 
Castel Barco Govcrnator Imperiale della Città venne 
cacciato fuori dalle mura . Cosi Tebaldo de Brusiti 

I rin- 



i 5 o LIBRO 

rinforzato dai Valleriani arrivò ad essere il Padrone 
di Brescia , ma con incorrere la disgrazia del Re Ar- 
rigo, e col peso di dover sostenere la guerra contro 
un Principe più potente di lui . 

VI. La Città di Cremona volle seguire sconsiglia- 
tamente V esempio di Brescia alzando bandiera contro 
Arrigo , e cacciando i Cibellini partiggiani sviscerati 
dell* Imperatore. Ma troppo male deliberò e troppo 
"infelicemente misurò le sue forze contro la potenza 
di un Re offeso* Esso intendendo la ribellione di 
Cremona corse tantosto con potente esercito a vendi- 
carsene . Sentendo i miseri Cremonesi, che Arrigo 
veniva alla volta della loro Città, pensarono di non 
usar resistenza , ma di abbandonarsi alla sua clemen- 
za . Arrigo intanto si avvanzava con l'esercito, e for- 
se si sarebbe mosso a pietà de* miseri , ma o da Gi- 
bellini venisse eccitato , ovvero pensasse col far man 
bassa de' Cremonesi , avrebbe messe in soggezione le 
altre Citta d'Italia, questa volta usò de! rigor miiì. 
tare. Impadronito della Città fece prigioni i Nobili , 
ed i principali del popolo, atterrò le mura, eie tor- 
si, e permise a soldati il sacco, lasciando tutti in 
lacrime , e in miserie . 

Un trattamento così rigido e fiero tenuto dal Re 
Arrigo spaventò tutte le Città della Lombardia , le 
quali se innocenti non osarono ribellarsi , e se ree ù 
Vedevano imminente un simile gastigo , Certamente 

nel 



QUARTO ^ r 

nel numero di queste era l'infelice Città di Brescia, 
la quale inteso avendo il sacco di Cremona prima si 
sgomentò, indi siccome era piena di gente risoluta e 
valorosa propose difendersi fino all'ultimo sangue. 
Erano i Cittadini tutti animati da Tebaldo de' Elu- 
sati , e dalli altri capi della fazione Guelfa mettendo 
sotto li occhi il vantaggio della situazione della Cit- 
tà , la fortezza delle mura, la facilità della comunica- 
zione con le Valli Trompia e Sabbia , e massime la 
gloria de' suoi Padri che aveano contro Federico se- 
condo, sostenuto l'assedio, tuttocchè avesse le miglio- 
ri forze della Germania . Aggiungevano potersi facil- 
mente sperar soccorso da' Bolognesi , da' Fiorentini , e 
da altri popoli della Toscana, i quali si erano dichia- 
rati nemici di Arrigo . Mentre così V un V altro si 
animavano a combattere , ecco che Valerano fi'a.tcllo 
del Re Arrigo , quasi facesse le veci di Araldo com- 
parve in Brescia a far sapere per parte dei Re che 
Brescia dovesse tosto ritornare all' ubbidienza delia Co- 
rona, ovvero aspettare il più rigido trattamento . Fu 
da^Bresciani risposto con ardire e coraggio di non vo- 
lere assoggettarsi ad Arrigo, onde Valerano ritornos- 
sene al Re che sdegnato della resistenza de' Bresciani, 
messe l'esercito verso quella Città per farne l'as- 
sedio . 

VH. Era tempo di primavera , e correa il mese 
di Maggio quando le Milizie di Arrigo marciando ai- 

I 2 la voi- 



i-i LIBRO 

la volta di Brescia aveano occupata la pianura d' intor- 
no alla Città, e sempre più avvanzando terreno, or- 
mai non potevano gli assediati aver vettovaglie dal- 
le parti che risguardano la campagna , e restava quella 
sola parte che risguarda il monte dove mantenevano la 
comunicazione con le Valli. Troppo necessaria vera- 
mente era alli assediati una tal comunicazione , e per- 
ciò aveano fortificati i posti del monte , massime sul 
colle di S.Floriano, e sul monte Degno , per mante- 
nere quei posti importantissimi al loro bisogno •- so- 
stennero più assalti del nemico , e con molto sangue 
e valore sempre si difesero, poiché l'esercito d' Arri- 
go fece molti assalti tanto intorno alle mura che ri- 
guardano il piano, quanto verso il monte, e massi- 
me si sforzò di troncare le vie della comuuicazione , 
ma non gli sortì mai di sloggiare i Bresciani dal mon- 
te Degno, e dal colle di S. Floriano. Nascevano fre- 
quenti combattimenti tra gli assediati, che sortivano, 
quando dalla Città , quando dalie trincèe del monte, e 
tra l'esercito assediante , ma quanto era l'impeto de* 
soldati di Arrigo , tanta era la resistenza ed il valore 
de' Bresciani : Tra li quali distinguendosi Tebaldo de» 
Brusati per animar i suoi concittadini alla difesa non 
risparmiava fatiche , e si esponeva nelle più arrischia- 
te imprese. Accade che essendo ferito venne preso da 
nemici, e trattato con molta inumanità. Sapendo Ar- 
rigo che Tebaldo era uno de* principali rubelli, lo 

Cscq 



QUARTO t 93 

fece strascinare a coda de' cavalli finché venisse strac- 
ciato nelle membra. Un atto sì crudele increbbe mol- 
to a' Bresciani, e Valleriani , e per vendicarlo fecero 
anch'essi morire quanti prigionieri aveano nelle ma- 
ni , e nel tempo stesso fecero comprendere ad Arrigo 
che non temevano le sue armi. Avvenne, che i solda- 
ti di Arrigo s'impadronirono di alcuni forti del mon- 
te e perciò si credettero di presto venire a conquistar 
la Piazza . Ma andò fallita la speranza, perchè accorsi 
i Valleriani , pratici delle vie e della situazione del 
monte, e valorosi nelli assalti , diedero addosso all' ini- 
mico con tanta forza ed impeto , che non valse resi- 
stenza , e perciò sloggiaron i nemici impadronendosi 
delli posti, di prima, e conservandoli colla più valida 
difesa . Erano quattro mesi e più che i Bresciani so- 
stenevano queir assedio con ogni valore e intrepidez- 
za , e vergognavasi Arrigo di non impadronirsi di 
una piazza allor che s'era fatto coli' armi Signor d' 
intere Provincie, quando interponendosi il Cardinale 
Luca di Fiesco fu stabilito che i Bresciani aperte avreb- 
bero le porte ad Arrigo con capitolazione onorifica 
per gli assediati, e che prima estese il Cardinale, e 
fece dalle parti sottoscrivere , e che poi sotto pretesti 
che mai non mancano ai più forti, e rei , fu sì poco 
osservata da Arrigo, che entrò in Città, e richiamò 
il Vescovo Federigo «d i Gibellini che erano stati es- 
pulsi dalla nemica fazione .. 

I 3 Vili, 



ij4 LIBRO 

VIIL Seguì in appresso nella Città di Brescia ed 
in gran parte del Territorio una fiera pestilenza che le- 
vando la vita a molti d'ogni sesso, età, e condizio- 
ne, parve aver ammorzato il fuoco delle discordie, 
poiché pensando ogn' uno a campare da queir univer- 
si flagello , non si pensava più agli antichi rancori , 
ma bensì alla presente calamità. Cessò quel maligno 
morbo, ma quelli che sopravissero tornarono ad am- 
mutinare e dividere gli animi , e pensare come pri- 
ma . Poiché i Gibellini non vedevano di buon' occhio i 
Guelfi, e gli uni e gli altri non erano che una guasta 
semente di quelle fazioni che si credevano estinte . Cir- 
ca l'anno 1512 avea Arrigo prima di partir da Brescia 
obbligati i Guelfi a dargli 6b. ostaggi delle famiglie 
più potenti della Città , quali condusse fino a Geno- 
va . Siccome questi non furono tenuti sotto le guar- 
die, così poco memori della pubblica fede data ad un 
Principe, fuggirono tutti unitamente e vennero a Bre- 
scia . Al comparire di questi in Città, li Guelfi o 
per vendicarsi de' Gibellini o per timore di non vede- 
re novamente messi in mano dj Arrigo i fuggiaschi , 
si diedero all'armi, e vennero anche a battaglia più 
volte quando in un luogo, e quando in un altro. Di- 
scesero nuovamente con Tebaldo in difesa de* Guelfi i 
Valleriani e scacciarono i Gibellini,e così ridonarono alla 
Città di Brescia la primiera libertà sottraendosi dall' ob- 
bedienza di ArrigOjche era stato in quel tempo incorona- 
to In- 



QUARTO i?5 

to Irroratore . Il Vescovo Federigo che per altro ert 
delia fazione Gibellina previdde che tale mutazione 
avrebbe offesa la maestà del nuovo Imperatore , per- 
ciò facendo comprendere a* Bresciani che si tiravano 
addosso l'indignazione del Monarca , e correvano il ris- 
chio di essere di bel nuovo assediati , potè indurli a 
trattati di pace co' Gibellini, lo che poi fu felice- 
mente concluso alli i$ di Ottobre ijli. accordandosi 
che ogn' uno tornar potesse alle sue case; Ed acciò 
una tal pace avesse durevole sussistenza fu con vicen- 
devoli maritaggi stretta ed autenticata. 

IX. Ma essendo nel giorno 24. Maggio i^ij. ac- 
caduta la morte dell'Imperatore Arrigo la di cui pa- 
ura teneva quieta la fazione Guelfa, questa tosto si 
scosse a tal notizia e si rese tumultuante ed inquieta • 
Conoscendosi superior nelle forze tentò nuovamente di 
scacciare i Gibellini dalla Città . Era Signore di Cre- 
mona in que 1 tempi il Marchese Jacopo Cavalcabò il 
quale era dichiarato, e famoso per la difesa della fa- 
zione Guelfa. Que' Cittadini di Brescia che erano 
parimenti Guelfi tennero secrete pratiche con lui , ed 
alla perfine conchifero un trattato di quanto prima 
abbattere li Gibellini in Brescia e disfarli intieramen- 
te. In forza di tale accordo spedirono ai capi de 1 
Guelfi nelle Valli , non che a quelli della Riviera di 
Garda che tenessero pronte alla marcia le truppe de' 
respcttivi paesi . Riuscì loro ancora col sacrifizio di 

I 4 quat- 



i 3 6 LIBRO 

quattro milla fiorini di corrompere T animo di Marchi- 
sio Podestà di Brescia eletto per opera de' Maggi , ed 
indurlo ad aprir la porta della Città detta di S. Gio- 
vanni, nella notte del giorno' ultimo di Gennaro , 
giorno fissato per fare l'assalto a' Gibellini in Città, 
e giorno parimenti in cui tanto il Cavalcabò con la 
milizia Cremonese, quanto i Triumplini , e Sabini, e 
quelli della Riviera doveano essere nell' ora fissata sot- 
to le mura della Città per tentare la battaglia . Non 
istaVano inoperosi anche i Gibellini , forsi presaghi 
de' tumulti, che erano per eccitare i Guelfi dopo la 
morte dell' Imperatore Arrigo. Aveano questi per ca- 
po suo principale il Vescovo Federigo , il quale non 
per genio di grandeggiare in una fazione, ma perchè 
colle minaccie ve lo aveano indotto i Gibellini , ave- 
va anch'esso tenuto i suoi segreti trattati per soste- 
nere il suo partito. Ricorso era a Cane della Scala Si- 
gnor di Verona il più possente Gibellino che fosse in 
Lombardia , ma perchè avea le forze sue mosse altro- 
ve e distratte , non potè pgr allora stringere un alle- 
anza molto opportuna all' imminente bisogno . Ora 
nella notte dell'ultimo di Gennaro comparve il Ca- 
valcabò con le sue truppe, e quasi all' ora stessa com- 
parvero le truppe delle Vaili e delia Riviera. Furono 
nella notte stessa aperte le porte, e vi entrarono ila 
nemici furiosi. Li Gibellini si accorsero della sorpre- 
sa e del tradimento; si armarono, ed alla meglio, 

che 



QUARTO 137 

che loro fu possibile si radunarono combattendo va» 
lorosamente . Seguì il conflitto principalmente sul 
mercato nuovo, in cui convenne finalmente a Gibel- 
lini di cedere, e di sloggiare dalla Città unitamente 
-al Vescovo . Questi , per essersi unito a' Gibellini , 
non potè mai ritornare alla sua Sede , poiché fu scorri- 
municato , e deposto da Papa Gregorio XII . appres- 
so il quale passava per un gran delitto Tessere di 
professione Gibeìlina. Risentì in tali funestissime 
circostanze del gravissimo danno la casa Maggi , e la 
potenza di quella nobil famiglia cadde in tale depres- 
sione , che non potè più restituirsi nel primo florido 
stato del quale godea in avanti . 

X. Espulsi dalla Città i Gibellini andarono ad 
occupare le Castella d'Iseo, Palazzuolo, Orzi , Quin- 
zano , Caneto , e altri luoghi di minor nome, dove 
essendosi fatti forti putirono rimettersi , massime col 
valido aiuto della Vaile Camonica professante il Gi- 
bellinismo, e movere una nuova durissima guerra ai 
Guelfi Bresciani. Erano quelli sostenuti dalla nume- 
rosa popolazione di Val Camonica, erano questi aiu- 
tati dai valorosi ed intrepidi Sabini e Triumplini , on- 
«e posta quasi in equilibrio la potenza dell' armi , i 
partiti tutti e due si mantennero nel possesso delle 
Terre occupate . 

Ma la sorte dei Gibellini cangiò ben presto . Nel 
1317. venendo la primavera, Cane della Scala Signor 

di Ve- 



i$8 LIBRO 

di Verona comparve con un considerabile esercito al- 
le frontiere del Bresciano, ed in poco tempo s'impa- 
dronì di Castiglione, Lonato, Montecchiaro , non 
che di gran parte della Riviera di Garda , unicamen- 
te per sostenere la fazione Gibellina, e far guerra a' 
Guelfi di Brescia . Questi si viddero in angustie mor- 
tali , vedendo i rapidi progressi di queir armata , che 
portava ormai le sue scorrerie fin sotto le mura del- 
la Città: ma non sapean vincere se medesimi ; ne as- 
coltar proposizioni di accomodamento, fremevano en- 
tro se stessi troppo ostinati nell'odio succhiato col 
latte verso la fazione Gibellina . Questo fece, che gut-. 
dati da una cieca passione si diedero al disperato par- 
tito di farsi sudditi ad un Principe forastiero per man- 
tenersi nemici de* suoi concittadini seguaci della con- 
traria fazione . 

XI. Hrasi Roberto Re di Napoli dichiarato, con 
una raffinata politica, capo, e protettore de* Guelfi, 
e cogliendo non pochi vantaggi dalla debolezza del 
pensar di quel secolo , con questo spezioso titolo era- 
si fatto Signore di Genova e di altre Città. La for- 
tuna ridente nei princìpio di sue conquiste fatte sen- 
za effusione di sangue, gli aveva eccitata nell'animo 
la speranza di poter così divenire padrone doli* Italia 
con la protezione de' Guelfi. Neil' anno adunque 
1519. li Guelfi Bresciani pensarono di ben provedere 
a se stessi col spedire ambasciatori a Genova, dov! 

era 



QUARTO j ì9 

era quel Re, e col fargli offerta di Brescia , qualora 
sotto l'ombrr sua volesse accogliere i Guelfi che la 
abitavano. Non dovettero dire, e operar molto per 
indurre il Monarca ad accettarne Sofferta, poiché trop- 
po era accetta td opportuna alle vaste idee di quel 
Principe politico ed ambizioso. Mostrò egli di far per 
grazia ciò, che faceva con tutta volontà, e dar prova 
della sua protezione a' Bresciani, ed insieme adescare 
altre Città, ad imitar l'offerta fatta da quelli ; man- 
dò ordine alli Fiorentini, e Bolognesi, ed ad altri 
luoghi della lega Guelfa di marciar alla volta diBje- 
scia , e vi fu accolto come un Nume liberatore. Ri- 
cuperò in fatti in breve tempo quanto aveano perdu- 
to i Guelfi, né ebbe a combattere con Cane della Sca- 
la 9 poiché ritiratosi prima della sua venuta dal Bre- 
sciano, avea portate tutte le sue forze sotto Padova, 
tTrcvjgi alle quali Città, Cane avea posto l'assedio. 
Sicché Giberto da Correggio potè redimere i Guelfi, e 
repristinarli nelle terre di suo Dominio senza grande 
fatica , e forse avrebbe cacciati da ogni terra Brescia- 
na i Gibellini, quali' ora i Guelfi fuorusciti di Cre- 
mona, che si erano uniti al suo esercito, non V aves- 
sero mosso a portar Tarmi sotto Cremona per prenJ 
dcre quella Città. 

XII. Cosi crebbero le speranze del Re Roberto -, 
ma le sue idee divennero gelose ad altri Signori , che 
tenevano dominio in Italia, e favorivano li Gibelli- 
ni. 



140 LIBRO 

ni. Questi tra di loro ebbero delle pratiche, e con- 
ferenze non poche e perchè riguardavano Roberto co- 
me nemico comune, fu facile che formassero delle po- 
tenti alleanze . Questi erano Matteo Visconti Signor 
ài Milano, Passarino Signor di Mantova, e più di 
tutti Cane delia Scala Signor di Verona , tutti Gibel- 
lini. Quindi i Guelfi Bresciani protetti da Roberto 
erano circondati da molti nemici che tenevano la fa- 
zion Gibellina , e che potevano molto incomodarli . In 
fatti si accese una sanguinosa guerra , e durò ostina- 
tamene per il corso di quasi dieci anni , nella quale 
stoltamente sfogando le sue passioni, i due partiti si 
lacerarono, e si distrussero, dando esempi di crudeltà 
talora , ed anche di valore ? e talora macchiandosi 
delle più detestabili nefandità. 

XIII. Morì nell'anno 1520. alli 22. Luglio Cane 
della Scala lasciando due nipoti Alberto, e Mastino, 
che furono unitamente eredi de' suoi statile dei suo va- 
lore. Ma siccome Mastino era portato dallo spirito 
ambizioso e guerriero come lo era Cane suo Zio, co. 
sì appena divenuto Signore ci Verona pensò ad am- 
pliare i suoi stati. Gettò impertanto gli occhi sopra 
il ricco distretto Bresciano contro del quale poteva av- 
vanzar alcune pretese , sì per esser paese conquistato 
da Cane suo Zio, come anche per soccorer i Gibelli- 
ni che proteggeva in quella Provincia . Era anche mol- 
to tempo che il Re Roberto non era conosciuto se 

non 



QUARTO 141 

non di nome, e la sua potenza in Lombardia era di- 
venuta sì tenue che lasciava in giusti timori la fazio- 
ne Guelfa , e faceva incoraggire la Gibellina . Operò 
adunque Mastino con arte per mover la guerra con 
qualche onore. Fece che li Gibellini Bresciani a lui 
facessero ricorso , e lo chiedessero di protezione , e di 
aiuto. Indi poi avutene le istanze, esso alla testa di 
poderoso esercito invase il Territorio di Brescia nel 
terminar di Settembre 1^0. , e con poca fatica si 
impadronì delle terre e castelli di minor nome. Anzi 
avvanzando sempre più nelle sue conquiste pose l'as- 
sedio alla Città stessa per espugnarla . 
LiTriumplini, e Sabini come quelli che erano Guelfi 
di genio, ed attaccati all'i Cittadini di Brescia per 
affetto , non mancarono di tosto soccorrere gli assedi- 
ati , quali invigoriti e cresciuti molto di forze fecero con 
essi loro una resistenza , e diedero a conoscere a Mastino , 
che erano dell' istcsso valore, e dell' istessa costanza 
della quale erano stati sotto l'assedio di Arrigo. 
Siccome poi il Re Roberto avea unite tutte le sue 
forze per domar la Sicilia , essi pensarono, e risolsero 
per maggior loro sicurezza di rivolgersi verso qualche 
altro Principe per essere guardati , e protetti . 

XIV. In questo tempo era venuto a Trento Gio- 
vanni Re di Boemia figliuolo di Arrigo Imperatore. 
Li Cittadini Bresciani adunque che professavano la 
lega Guelfa , pensarono essere questa , per essi loro , 

una 



14» LIBRO 

una felice sorte . Risolsero dopo molte assemblee , 
di spedire ambasciatori a Giovanni ed offerirgli il do- 
minio della Città durante sua vita naturale, con la 
condizione ài non rimettere in Città i Gibellini sen- 
za espresso consentimento de' Guelfi. Li ambasciatori 
tennero la via delle Valli, e giunti a Trento diman- 
darono al Re l'udienza esponendo quello di cui erano 
incaricati da' suoi concittadini. Non esitò Giovanni 
ad accettare l'offerta, anzi insieme can li Ambascia- 
tori Bresciani spedi trecento cavalli a prendere il pos- 
sesso di quella Città, indi fece intimare a Mastino, 
che più non molestasse quella Piazza di cui egli n 7 
era divenuto legittimo Signore. Mastino che era ac- 
corto politico, come prode guerriero non volle resis- 
tere al figlio d 1 un Imperatore più potente di lui , ma 
fatto ogni buon ossequio al nuovo Principe, non solo 
levò l'assedio a Brescia, ma restituì le Terre Brescia- 
ne che avea occupate trattando secretamente col Re 
Giovanni della restituzione de* Gibellini in Città sen- 
za richiesta de' Guelfi, cosa che fu tra essi soli con- 
chiusi, e stabilita. In fatti passato poco tempo, e 
rassodato il suo dominio in Brescia il Re Giovanni 
non curando dell' assenso o dissenso dei Guelfi intro- 
dusse in Città i Gibellini comandando che vicende- 
volmente si amassero come Cittadini , e come figli del- 
la Patria stessa. Ponendo perciò due contrari partiti in 
Brescia era sicuro che difficilmente si sarebbero uniti 

a scuo- 



QyARTO 74* 

a scuotere il suo dominio, ed essendo circondato il 
distretto Bresciano da Città che professavano d' essere 
Gibelline, potea meglio sperare d'aver altre Città ri- 
correnti per essere protette . Questa novità dispiacque 
molto a' Bresciani Guelfi i quali si pentirono d' esser- 
si fatti sudditi dì un Principe che consultava più i 
vmtaggi suggeriti dalla politica che la {ede delle sue 
promesse . Più restarono disgustati dal vedere (che si 
era posto a fabbricare una fortezza in Città, con la 
lusinga bensì che ciò si faceva per sicurezza de' Citta- 
dini , ma coli' idea di tener in freno ii tumultuanti. 
Al sommo poi dispiacque a' Bresciani il vedere smem- 
brate le forze de* Bresciani distaccando dalla suddi- 
tanza della Città la Valle Camonica che era Gibelli- 
na , ed alienando per una somma d'oro Ja Riviera di 
Garda alli Conti dì Castel Barco , non che rimune- 
rando molti suoi Officiali coli' accordarli alcune terre, 
e castelli in feudo. Tornò pertanto a Bresciani ii me- 
lancolico umore di darsi sotto il dominio di altro Prin- 
cipe , senza ancormò aver imparato che restavano sud- 
diti, e che il Padrone può cambiare, e creare delle 
nuove leggi, e imponete comandi alle suddite Città . 
XV. Sapiarno per prova che i Principi di quel 
tempo cangiavano idee al cangiarsi le viste del loro in- 
teresse, che oggi erano Gibeflini , e domani Guelfi; 
onde disperatamente li Bresciani pensarono di ricorre- 
re al loro più giurato nemico, sebbene capo de* GibeL 

lini , 



T44 LIBRO 

lini , cioè a Mastino della Scala . Mastino in fatti li 
accolse e loro accordò quanto dimandavano . Concertò 
egli però il tempo ed il modo con cui venir all'acquis- 
to della Città, ed al/i ly di Giugno del Tj$2 essendo 
arrivato alla porta di S Gio: , i Guelfi al ài dentro 
uccisero le guardie , ed aprirono le porte per cui entrò 
Mastino con le sue genti. Li soldati del Re Giovanni 
al primo rumore si rifuggi areno al Castello, accordan- 
done poi la resa dopo pochi giorni mediante qualche 
somma di dannaro. Accordò anche Mastino ai Guelfi 
la libertà di sfogarsi contro i Gibellini , parte de' quali 
passarono a fìì ài spada, parte cacciarono dalla Cit- 
tà , avendoli maltrattati , e spogliati senza pietà . Mas- 
tino fu detto per la Lombardia il Jiberator deììi op- 
pressi, ed il promoter della felicità , onde altre Cit- 
tà d'Italia a lui s' unirono , ed in breve egli divenne 
padrone di mezza Lombardia. NelP anno seguente 
7 333' cominciò a venir meno la potenza del Re Gio- 
vanni , e ne' due prossimi affatto mancò. Queste pie- 
ciole potenze d'Italia poteano respirare una perfet- 
ta pace, e libertà, ma nel dividersi ie spoglie del Re 
Giovanni , di alleate divennero nemiche. Vedendo que- 
ti che Mastino avea stese le sue idee al dominio uni* 
versale della Lombardia , cominciarono a temerlo qual 
altro Re Giovanni, e riguardarlo come nemico. 

XVI. A zzo Visconte Signor di Milano fu uno de» 
primi a far fronte a Mastino ddlz Scala, e seppe an- 
che 



QUARTO Hs 

che con miglior modo e fortuna approfittarsi delle 
spoglie di quello . Siccome in que' tempi i popoli , e 
le Città erano tumultuanti , così erano avide di can- 
giar padrone ; e perciò il Visconti potè facilmente tro- 
var per ogni Città gente disposta a secondar li suoi 
voleri , e capaci di passare a tradimenti impensati e 
vergognosi . Ebbe adunque la premura di venire in se- 
creti trattati con alcuni de' più potenti Cittadini di 
Brescia, ne durò molto ad ottenere l' intento . Si con- 
cluse con questi di darli in mano la Città in questa 
giusa. Dovevano questi di notte tempo rompere le 
mura della Città, e lasciarvi entrare alcuni suoi sol- 
dati per indi questi uccidere le guardie ed aprire 
le porte a quelli che esso avrebbe spediti secreta- 
mente . Alli otto adunque di Ottobre fu secondo 
il concertato > da alcuni Cittadini tra l'amico si- 
lenzio delia notte aperto un pertuggio capace a dar 
l'adito ad un soldato, e furono arrivati quelli che 
stavano al di fuori acciò potessero senza strepito 
introdursi nella Città. Per esso entrarono gli emissa- 
ri del Visconte, ed assalite le guardie prestamente le 
ebbero uccise. Fu subito aperta una ddìe porte del- 
la Città, per la quale entrò un considerabil numero di 
gente, che si era sotto diversa figura, e pretesti innol-< 
irata nel Bresciano per trovarsi a quella notte sotto 
le mura di Brescia. Furono adunque introdotti nella 
Città vecchia i soldati , e vi si stabilirono con qual- 

K che 



I4<5 LIBRO 

che fortificazione . Bonetto di Malvicini che governava 
la Città a nome di Mastino della Scala , avvisato del 
tradimento raccolse le sue forze, si rinchiuse nella 
Città nuova , e la fortificò alla meglio . Indi vedendo 
che mancante era di forze per sostenerla, pensò di far 
passar i soldati nel Castello, ed esso intanto fuggito 
dalla lor vista, scemamente andò presentarsi a Masti- 
no per sollecitare il soccorso . Mastino lo accolse ma 
non potè esaudirlo, poiché avea in que' giorni perdu- 
ta la Città di Padova ed altri luoghi del Padovano , 
ed era per colmo de* suoi mali, da nemici minacciato 
di maggiori disgrazie nel Veronese. Così aspettando il 
soccorso li assediati del Castello di Brescia , resisteva- 
no alli assalti de' nemici, ma non vedendo mai ne Bo- 
netto de' Malvicini , né soccorso alcuno, alli 13. di 
Novembre capitolarono per rendere il Castello agl'ini- 
mici, che ne divennero ansiosamente pacifici posses- 
sori . Brescia andava così alternando ìa. sua sudditanza 
a diversi Padroni, ma sotto il dominio di A zzo res- 
pirò godendo i frutti dolcissimi della pace. Era Azzo 
un Principe dottato delie più rare qualità per regna- 
re , procurando il ben pubblico senza distruggere il 
ben privato, e così V avessero inimitato i Principi del- 
la linea Visconti che gli furono successori , avrebbe la 
Città ed il Territorio di Brescia riparate le gravissi- 
me perdite che sofferte avea per tanti lustri nelle osti- 
nate discordie che abbiamo di sopra accennare. Dall' 

anno 



QUARTO itf 

anno l-j$7. fino al 2404. regalò il ramo de 5 Principi 
Visconti in Brescia , e seppero tener in calma le fa- 
zioni Guelfa e Gibellina, tanto che sembravano es- 
tinte del tutto. Li due ultimi Principi che regnarono 
in Brescia cioè Barnabò , e Gio: Galeazzo Visconti 
inclinarono al governo tirannico , e perchè erano sem- 
pre in guerra e troppo vogliosi di dilatare il loro do- 
minio , fecero sentire ai sudditi un tal peso che sor- 
passava le forze dell' entrata loro , e non era conve- 
niente per un regnante che deve adoperar le bilancia 
della giustizia, e delia carità. 

XVII. Nulla accade in questo torno di tempo se non 
le vicende della grossa terra di Bagolino con ìi Dinasti 
di Lodrone . Confina Bagolino con Lodrone piccio^ ter- 
ra del distretto di Trento , e feudo della mensa Episcopa- 
le di quella Città , dato a quella nobil Famiglia . Questi 
conservavano in cuore le antiche pretese sopra la terra 
di Bagolino, la quale credesi che perdessero r.dk ri- 
voluzioni de'Guelfi , e Gibeilini , essendo che quei Si- 
gnori attaccati all'Imperatore erano della fazione Gibel- 
lina , e quelli di Bagolino congiunti alle Valli per il loro 
commercio , professavano la fazione Guelfa , per po- 
ter della quale credesi che si atterrasse la fortezza da 
questi Signori possessa per tener in soggezione quei 
grosso Villaggio . Checché fosse ddV antico dominio 
che professavano i Signori di Lodrone sopra di quel- 
la terra , e sopra i confini , certo e che vi furono con- 
trasti grandissimi . ti 2. Il 



i4«- LIBRO 

Il fiume CafFaro , che nasce verso i confini della 
Valle Camonica, e per la Valle di Bagolino scorren- 
do va metter foce nell'acque del Clisi , teneva il cor- 
so verso mattina onde lisciava un considerabile piano 
entro i confini di Bagolino, che dicesi il piano di 
Oneda . Il Conte Alberghino di Lodrone nel IJ57. 
formò il disegno di cangiar il corso al fiume , facen- 
dolo con più breve corso diretto al mezzodì calare 
immediatamente nel Lago d* lòto . 

Una novità sì disgustosa al popolo di Bagolino 
fu significata con tutta celerità ai Reggenti della Cit- 
tà di Brescia per li quali si può credere che venisse 
imioltrata fino si Duca Barnabò Visconte. Intanto fu 
spedito a Bagolino un Sindaco della Città per osser- 
vare ocularmente il letto del fiume novellamente sca- 
vato, e T argine che s' era innalzato, e facendolo po- 
scia distruggere intieramente formandone anche pub- 
blico stromento sotto li 6. Febbraro 1358. Nulla di 
meno non passarono quattro lustri , che i Lodroni ri- 
pigliarono il pensiero di occupar come feudo la terra 
di Bagolino , giacché alcune circostanze li chiama- 
vano a movem. Avea Barnabò nel 1 3 7 8. mosso 
guerra alli Scaligeri Signori allora di Verona e di 
Vicenza. Si erano li Scaligeri di r esi con buon suc- 
cesso, e speravano dai Conti di Lodrone un soccor- 
so per venire a capo de' loro disegni . A veano gli Sca- 
ligeri col guadagnar a se Mario Olano Bergamasco 

messe 



QUARTO t0 

messe in rivolta contro Barnabò le due Valli delti 
monti Bergamaschi , cioè la Val Seriana , e la Valle 
Brembana ,e principiavano a tumultuare anche i popoli 
della Vaile Carbonica . Quindi ebbero li Scaligeri trat- 
tato coi Lodroni, acciò volessero soccorrere il detto 
Olanoj perche potesse riuscir nell'impresa. Pietre» 
Zotto , e Giacomo Giovanni erano allora i Signori 
di Lodrone, ed abitavano in Castel Romano , i qua- 
li pensarono tornare lor meglio di non prendere par- 
tito in questa guerra. Forse l'unica cagione fu il de- 
siderio di aver Bagolino in feudo. Fecero pertanto 
presentare una supplici al Duca Barnabò dattata dal 
Castel Romano 28. Settembre 1578. , nella quale es- 
ponevano avere li loro antenati goduto il dominio 
di Bagolino, ne esserne stati disturbati o privati se 
non da' Guelfi, da quali la giustizia per nulla con- 
tandosi , non per altro erano stati cacciati , se non 
perchè essi erano aderenti agli Imperatori, e perciò 
tenuti per Gibellini . Dimandavano perciò d'essere 
rimessi nel dominio feudale di detta terra. Aggiunse- 
ro con artificiosa incidenza, come che dalli Scaligeri 
loro erano state offerte grandi ricompense allora che 
avessero recato soccorso a Mario Olano , ma che es- 
si per stima ed affetto alla casa Visconti non aveino 
voluto aderire a tali istanze . Barnabò a tal supplica 
non accordò l'assenso, ma scrisse due lettere, per os- 
servar almeno in apparenza le regole della giustizia , 

K 1 i'una 



ho LTBRO 

1* una ai deputati di Brescia , P altra ai Lodroni . Nel- 
la prima comandava fossero esposte quelle ragio- 
gioni per cui quei di Bagolino dicevansi liberi dal 
dominio feudale de" Lodroni , P altra ai Conti di Log- 
orane dicendo esserle nuova la pretesa del dominio che 
esponevano sopra Bagolino ma che prese le infor- 
mazioni avrebbe fatto giustizia . Barnabò così dif- 
ferì a deliberar sopra quest'affare, e Beatrice moglie 
di lui , detta Regina della Scala donna avida di da» 
naro guadagnata da Bagolini con qualche considerabile 
somma d'oro, fece che più non vi pensasse il Duca 
suo marito. 

Svanì così il disegno de* Lodroni sopra il feudo 
di Bagolino, ma nel 1383. rinovarono l'idea di far 
correre il CafFaro verso il mezzodì , e che immediata- 
mente calasser l'acque nel Iago d' Idro . Di tal nuo- 
vo attentato ne resero notizie al Duca quei di Bago- 
lino , che forsi dalla moglie eccitato , spedì ordine ai 
Rettori di Brescia in data di Milano ultimo di Gen- 
naro IJS4. di mettere sull'armi cento soldati a piedi 
e cento a cavallo per impedire li tentativi de 5 Conti 
de' Lodroni, con ordine ancora di erger colà un forte 
onde provvedere ad ulteriori inconvenienti . Li Reggen- 
ti della Città delegarono Antoniolo daCocalio, e Co- 
rnino da Offiaga , i quali portatisi a Bagolino prese- 
ro le deposizioni dì sedici testimoni tutti forastieri 
che deposero concordi d'aver sempre veduto ed inte- 
so cor- 



QUARTO 151 

so correre il fiume CafFaro verso rio bianco . Fu così 
distrutta la travata , ma la fortezza non si fabbricò 
attesa la morte di Beatrice gran Protettrice de'Bago- 
lini. La differenza e la causa del piano d' Oneda andò 
sempre con varie alternanti pretese , finche la Veneta 
autorità e la Cesarea con i rispettivi commissari nel 
17?$. segnò i confini territoriali come al presente si 
veggono . 

Al Duca Barnabò Visconte per altro non lodabi- 
le nel suo governo, successe Gio: Galeazzo, che se 
non superò, certamente si vidde eguagliare la tirannìa 
del suo Genitore. Trattò egli i sudditi con poca u- 
manità e morì alli 3. Settembre 1402. lasciando due 
figliuoli in età minore. Catterina loro madre restò 
sola al governo , e certamente si mostrò insufficiente 
a mantenere il dominio ai figliuoli, finche divenisse- 
ro capaci di regnare. I popoli sudditi che sotto il do- 
minio del padre erano stati cheti per timore , si scos- 
sero , ed alla morte di Gio: Galeazzo tentarono di far- 
si o liberi o meno schiavi . Le due fazioni Guelfa e 
Gibellina che doveano essere morte risorsero dal le- 
targo , e sebbene per 60, e più anni non avevano de- 
lirato per timor de 1 Principi , nondimeno s'inaspriro- 
no e divennero crudeli , e feroci come prima . Pericolo 
maggiore, e più fatale rovina fu 1' ambizione e V ava- 
rizia di alcuni Capitani che avevano servito il Duca 
defonto . Questi che dovevano sostenere col consiglio 

K 4 e coli! 



xji LIBRO 

coli' armi i figli pupilli di Galeazzo, e di Catteriru 
ior Madre, con detestabile fellonìa cospirarono alla 
rovina del loro stato, e dominio. Ciascuno di questi 
Capitani dalla condizione di suddito, e di subalterno, 
pensò a passare a quella di Sovrano col farsi ogn' uno 
il suo principato, spogliando i figli degli stati eredi- 
tari del Padre . 

La prima Città , che dopo la morte di Galeazzo , 
tentò con sediziose mosse di scuotere il giogo de* Vis- 
conti fu Brescia. -Li Guelfi, e Gibellini tornarono in 
campò , e queste due fazioni ebbero i loro Capi , ciò 
che bastava a fare una guerra al suddito , ed al Prin- 
cipe insieme. Capo de* Gibellini si era fatto Pietro 
Gambara, e capo de' Guelfi era Pietro Avogadro nati- 
vo di Val Trompia . Li Governatori della Città in 
vece di reprimere i primi movimenti dell'una, e dell' 
altra fazione , presero parte in una , e si dichiararono 
a nome anche della Duchessa, Gibellini, il partito 
de' quali era maggiore. Ecco la Città divisa e deliran- 
te come prima , e però vacillante il dominio di chi la 
reggeva . 

Questo primo disordine seco ne trasse un altro , 
e fu che i Gibellini fatti altieri e superbi per la loro 
maggioranza , e protezione della Duchessa furono i 
primi a praticar le ostilità contro i Guèlfi . Ad al- 
cuni tolsero crudelmente la vita , ad altri praticarono 
ingiustizie nelle sostanze, sicché fu forza nei Guelfi 

che 



QUARTO ijj 

che si partissero da Brescia e si rifuggiassero nei luoghi 
dove speravano maggior sicurezza . L* Avogadro però 
e gli altri capi de'Guelfi non poteano /portar in pace 
e silenzio un ingiustizia sì palese, e però rifolsero di 
offerire il dominio di Brescia a Francesco da Carara 
Signor di Padova, che era uno de' più potenti nemici 
della Casa Visconti . Gli ambasciadori Bresciani , che 
fecero l'offerta al Carara giunti a Padova il ritrova- 
loro in circostanze che egli trattava accomodamento 
col governo di Milano; ed il Carara era abbastanza 
accorto per conoscere che non potèa promettersi dai 
Guelfi di Brescia quelle forze onde venire ad impadro- 
nirsi della Città. Quindi il Carrara licenziò gli amba- 
sciatori Bresciani con buone parole,, e con generali 
promesse in avvenire. Tale dilazione non piacque all' 
Avogadro, onde raccolte le sue forze che avea, per 
altro considerabili nelle Valli , si portò alla volta di 
Brescia per dare un'assalto improvviso. Lo fece adun- 
que dalla parte delle mura che si chiama Monbello , 
e senza molta fatica vi entrò uccidendo quanti Gibel- 
lini gli fecero fronte, e si rese padrone di quella par- 
te della Città che si chiamava la Città vecchia • Que- 
sta sorpresa dell' Avogadro mise i Gibellini in qual- 
che timore e freno , e fu quindi patuita una treggia 
di un mese, con il pretesto onorifico di trovar mez- 
zi onde ristabilire la pace, quando peraltro si 1' un 
che l'altro partito, volc.a di tal tempo piutosto ap- 

profit- 



sr?4 LIBRO 

profittare per rendersi più forte di quello si ritrovasse 
in allora. In fatti gli Guelfi fecero sapere al Carrata 
quanto avessero operato con fortuna , onde se esso vo- 
lesse avere col pregio delia vittoria il dominio di Bre- 
scia , non indugiasse punto a venire in aiuto loro, 
dove pareva che la fortuna lo chiamasse . Il Carrara 
era premuroso-di sapere, e di vedere l'esito del suo 
negoziato col governo di Milano , onde volendo o da 
una parte o dall'altra approfittare , disse a'Bresciani, 
che raccolte le sue forze sarebbe venuto tantosto a 
Brescia , e perciò co' Milanesi sollecitò V affare per 
h sua spedizione . Non stavano con le mani alla cin- 
tola i Gibellini , poiché Pietro Gambara era in Salò, 
a far leva dì gente. Volle l'Avogadro sloggiarlo da d. 
11 con;un grosso corpo di Valleriani , e 1' averebbe fat- 
to , ma essendogli esposto che veniva a rompere * 
patti della tregua non ancor finita, si ritirò. Tiragli 
data speranza di allungare Ja tregua, onde su tale fi- 
danza stava in Città di Salò quietamente. Mentre dun- 
que l'Avogadro s'era restituito e stava come sicuro 
in Brescia , ecco che la mattina del gìoruo 14. Ago- 
sto viddesi alTimproviso assalito dal Gambara, il qua- 
le per la porta Torlonga entrato nella Citta vec- 
chia e messi a fi! di spada quanti Guelfi ritrovò a far 
fronte , s'impadronì di que' posti opportuni, onde 
chiudere come in assedio i Guelfi . Non mancarono 
questi di mettersi in difesa, ma con pochissime spe- 
ranze 



QUARTO id- 

ratile di potersi sostenere , per la superiorità e forza 
de' nemici, ai quali il governator della Città prestava 
palesamente aiuto . 

XIX. Avea in questo tempo il Carrara finito cgnì 
trattato col gabinetto di Milano, ed era tolta cgni 
fperanza dì accomodamento, onde da corrieri di Bre. 
scia intesa V infelice condizione de 1 Guelfi Bresciani 
raccolte le sue genti, e quelle ancora di^ Nicolò Mar- 
chese di Ferrara, che era suo genero volò tantosto al 
soccorso di Brescia, dove in due giorni arrivò in buon 
punto. Alla sua comparsa sì rasserenò l'animo de 
Guelfi, e tornò loro in petto il coraggio. Questo gli 
si accrebbe ancor più quando viddero i Gibellini a ri. 
tirarsi da que' posti che aveano prima occupati nella 
Città vecchia racchiudendosi , e fortificandosi nella 
nuova. Anche dalla parte de' Gibellini si aumentaro- 
no le forze, poiché in tempo che i Guelfi Bresciani 
erano esultanti pei il soccorso prestatogli dal Carrara, 
sopravenne Ottobono con un esercito spedito da Mi- 
lano in soccorso de' Gibellini . Seguirono con Otto- 
bono Tersi vari piccioli combattimenti , ma sempre 
con discapito del Carrara, e de' Guelfi. Fu però posto 
fine a questo intrigo col far dei patti tra le parti 
guerreggiatiti. Furono estesi li articoli di pace, cioè 
che il Carrara si ritornasse a Fatava con le sue trup- 
pe , che i Guelfi e Gibellini deponessero l'armi per 
non più ripigliarle , e se i Guelfi poi vollero per ono- 
re > e 



ìtf LIBRO 

re, e per cauzione che il Tersi ancora ritornasse a Mi- 
lano con la sua soldatesca , dovettero pagare a quel 
fiero Capitano e crudele , quanto era avaro e rapace , 
una notabile somma di danaro. 

XX. In questi tempi tutto il Ducato di Milano 
passato in possesso alla Duchessa e suoi figli per la 
morte di Galeazzo, come dicemmo di sopra, era cadu- 
to nel maggior disordine, che possa darsi in un go- 
verno. Le parti componevi il corpo morale di cotes- 
to dominio non voleano aver consonanza col tutto , 
anzi sciolte tra se minacciavano la distruzione dell'ar- 
monia . Li due partiti Guelfo , eGibellino, quasi fie- 
re chiuse in un serraglio, si avventarono V uno contro 
l'altro per sbranarsi , onde erano sempre in guerra , e 
spargeano il sangue de' suoi Cittadini senza pietà . Fat- 
te imperciò crudeli , e senza alcun rispetto né alle u- 
mane né alle divine leggi , si erano le Città suddite 
ribellate al loro Principe naturale, e per ogn' una di 
queste dominava un tiranno. In Cremona regnava la 
Casa Cavalcabò , in Como il Rusca , in Lodi il Vi- 
gnate , in Crema il Benzono , ed in Bergamo il Pic- 
coli . Un esempio così detestabile non avea ancor se- 
guito la Città di Brescia per altro si facile a sottrar- 
si dà! suo governatore per farsi suddita di un nuovo Prin- 
cipe. Pietro Gambara fu quel solo, che tentò di far 
torto alla patria Citta, e di figlio farsi tiranno della 
medesima. Era egli stato più dalla potenza e stima 

del 



QUARTO l57 

del proprio casato, che dalle personali sue qualità, sol- 
levato ad essere capo de*Gibellini ,e divenuto perciò am- 
bizioso, e pieno di se stesso pensava di arrivare con la 
facilità degli altri tiranni, a farsi Signore di una Cit- 
tà sì cospicua , e di un territorio così vasto . Radu- 
nò adunque in Quinzano quanti Gibellini potè, e li 
adescò con le speranze più lusinganti di migliorare la 
condizione dì tutti . Sparse voce di congregar gente 
per andar all'assedio Si Cremona d'ordine della Du- 
chezza vedova Visconti di Milano; quando ad un trat- 
to si rivolse verso Brescia per sorprenderla all' impro- 
viso . Ma siccome i Guelfi Bresciani vegliavano sugli 
andamenti dei Gambara, di cui non si fidavano, così 
furono avvisati che veniva alla volta di Brescia . Cor- 
sero inapertanto ad assediare le porte, e spedirono nel- 
le Valli a chiedere soccorso . Comparve il Gambara 
alla porta di S. Nasaro , e .diede un fìnto assalto a 
questa per cosi chiamarvi il corpo più forte de' Guelfi 
quando all'improvviso fece arrecare la porta delle Vi- 
le facendo ogni sforzo per rompere e penetrare nella 
Città. Li Guelfi della Città, che aveano penetrato il 
suo disegno, si opposero sì fortemente , che convenne al 
Gambara vedersi al fianco ucciso il proprio suo Al- 
fiere, e ferite a morte le schiere de' suoi più valorosi 
soldati . Fu perciò costretto battere vergognosamente 
la ritirata , quale fu simile ad una fuga, perchè aven- 
do inteso che calavano molti milla Valleriani , ebbe 

timo- 



15" LIBRO 

timore di esser assalito alle spalle. In questa impresa 
disonorata nel suo fine, ed infelice nel suo esito, per- 
dette il G «irti bara ogni nome , e divenuro quasi fuorusci- 
to morì ricolmo di vergogna, e d'infamia per aver 
tentato di tradire la propria natia Città . Questo si 
può dire l'ultimo cimento accaduto in Brescia tra le 
due fazioni Guelfa, e Gibcllina, ma non l'ultimo 
eccesso, che or i'una, or l'altra commise. Fa orrore 
e raccapriccio il leggere , che in tempo che i Guelfi 
resistevano alli assalti del Gambara , ^Governatori del- 
la Città posti dalla Duchessa ad amministrar giusti- 
zia, uscirono dalla Città nuova ed andarono in per- 
sona per le case de' Guelfi a saccheggiare e rubbare, 
seco portando le robbe più preziose. Ma essendo nel 
seguente giorno capitati i Triumplini e Sabini , tosto 
si ritirarono; e desistettero dai ladronezzi . Un azio- 
ne si vergognosa alienò talmente V animo de 5 Bresciani 
dal governo Visconti, che non vedevano l'ora di es- 
sere sudditi di un'altro Principe, che fosse fornito ài 
virtù e di clemenza, e maggior sollecitudine per il 
bene de' suoi sudditi . 

XXI. In questo tempo Pandolfo Malatesta veden- 
do che i Capitani suoi colleghe , cioè Ottobono Terzi , e 
Facino Cane, aveano chiesto alia Duchessa in guider- 
done de' suoi servigi, chi una Città suddita, chi un' 
aìtra , e che l'avevano fortunatamente ottenuta, vol- 
le anch' esso correre la sua sorte , e tentar di farsi Si- 
gnore 



QUARTO 159 

gnore della Città di Brescia . Ne fece pertanto umile 
dimandi a Catrerina Duchessa , e la fece con tale e 
fant'arte convincente , che la medesima per debolezza 
«P animo , e poco cauta finalmente il compiacque . Te- 
nevasi il Maiatesta in pegno l'amor de' GibeUini per 
esser anch'esso GibelIino> e molto si prometteva an- 
che de' Guelfi, perchè sapeva quanto fossero alieni dal 
dominio de 1 Visconti. Ottenura la Signorìa di Brescia 
dalla Duchessa venng tantosto a prendere il possesso 
colla sua milizia. Fu ricevuto nella Città nuova, ma 
non compì l'atto dell'investitura, perchè i Governa- 
tori non vollero cedere il resto della Città né il Cas- 
tello, se prima non giungesse l'ordine in iscritto del- 
la Duchessa ; lo che verificatosi in breve tempo furo- 
no al Malatesta consegnate le chiavi , e venne da tue- 
ti li ordini della Cini riconosciuto per suo Signore, 
Arrivato Pandolfo al subbi ime posto di Signore 
d'una Città delle più ricche e potenti di Lombardia , 
pensò di stabilirvi si con soda fermezza . Riguardò i Cit- 
tadini come un padre riguarda i suoi figli , premian- 
doli se buoni, e punendoli se cattivi. Non altrimen- 
ti Pandolfo risguardava i sudditi Bresciani 9 o fossero 
Guelfi, ovvero Gibellini gli ricetta con umanità, ed 
imparzialmente trattava con tutti , distinguendone il 
merito , e le virtù , e correggendone il vizio .Ciò no- 
nostante era sì difficile il regnare in quelle fanatiche 
fazioni , che ben presto I* opinione era, quella che de- 
cideva 



i5o LIBRO 

cideva della sorte di un Principe . Non mancavano di- 
quelli che V odiavano a morte, e sebbene avessero 
maledetto mille volte il governo de Visconti , pur non 
sapevano portar in pace di essere sudditi della sua per- 
sona . Chiamavano perciò Pandolfo un usurpatore ed 
un tiranno , e vi furono non pochi , che sebbene Gi- 
bellini, pensando di farsi merito appresso li Visconti , 
emigrarono volontariamente dalla Città . La qual cosi 
molto dispiacque a Pandolfo , che formando processo 
sopra la vita e costumi di questi , li proclamò rubelli , e 
confiscò i loro beni perchè, più non ritornassero ad abita- 
re in Brescia, ne entro i confini dei territorio Bresciano . 
L'avversione palese di tanti, e per la maggior 
parte Gibcliini , fece pensare al Malatesta che doves- 
se rendersi affezionati i Guelfi . Sapendo essi che i 
Triumplini, e Sabini erano Guelfi, volle guadagnar- 
li con una generosa concessione di prerogative . Accor- 
dò adunque a questi un privilegio che li distingueva 
dagli altri sudditi, e ciò fu nel 140$. 8. Maggio, ed 
essendosi accresciuta la fiducia che avea in questi Po- 
poli , ne agiunse un'altro ampliatilo del primo con 
tali esenzioni , che ne' tempi posteriori nonne seppe- 
ro iValletfani dimandare de' più ampli, quando sot- 
to altro dominio cercarono di migliorare la loro sor- 
te . Pietro Avogadro che tutto poteva in Val Trompia, 
e Galvano dalla Mozza che avea gran seguito nella 
Val Sabbia, si viddero obbligati da beneficenze sì sin- 
golari , 



QUARTO 161 

golari , e però sebbene sapessero che Pandolfo era 
staro un famoso Gabellino e che si dichiarava amico 
de' Guelfi per riguardi politici, pure a lui si dedica- 
rono con un animo così impegnato che non potea mo- 
strarsi maggiore all'occasione che insorse poco dopo. 
XXII. Alla Signoria di Brescia avea il Malatesta 
aggiunta ancor quella diBergamo avendone fatto acquisto 
dalli Conti Suardi nel 1408. con una notabile quantità 
d'oro, quando pensando di godere in pace uno stato 
non indifferente nella Lombardia , si mosse contro di 
lui una guerra desolatrice* Filippo Duca di Milano 
venuto in istato di regnare e sodamente forte per ten- 
tare un impresa , pensò di ricuperare quanto era stato 
smembrato dal Ducato dì Milano dopo la morte di suo 
Padre, e principalmente volgea l'occhio verso la bel" 
la, e ricca Città di Brescia, nonché di Bergamo pos- 
sedute dalMalatesta . Spedì perciò un esercito a quel- 
la parte, ed elesse per Generale dell'armata Francesco 
Carmignola il più valente Capitano di cuci secolo: 
Pandolfo si armò subito alla difesa , ma era minor di 
forze , ed inferior nel valore* Volle la sorte che V eser- 
cito del Carmignola dovette retrocedere per portarsi 
sotto Alessandria della Puglia che erasi ribellata dal 
Duca di Milano. Pandolfo intanto per tre anni non 
ebbe l'esercito nimico^ne' suoi stati , anzi esso soccor- 
se i nemici del Duca, i quali però furono dal valore 
del Carmignola sottomessi all' obbedienza di Filip- 

L pò • 



ì6z LIBRO 

Restavano adunque eia conquistarsi li stati di PandoI- 
fol, alla volta de' quali, spedì tantosto il Carma- 
gnola . 

Con poderoso esercito pertanto mosse da Milano 
il valoroso Capitano marciando ai confini di Berga- 
mo, e de'castelli principali di quel distretto-, indi 
seguendo il corso della prospera fortuna , spinse F eser- 
cito sul Bresciano, e perchè possedeva il credito ài 
valoroso Capitano fedele nelle promesse, rigoroso nel- 
la militare disciplina, e perciò umano verso i popoli 
soggetti , egli in poco tempo si fece padrone dei cas- 
telli principali del Bresciano. La Valle Trompia per 
la sua alpestre situazione si mantenne fedele a PandoI- 
fo con poca resistenza, al che giovò il maneggio di 
Pietro Avogadro ; ma la Val Sabbia che s'apre da più 
parti tutto che animata da Galvano della Nozza non 
potè seguire l'esempio della Val Trompia, poiché nel- 
la parte inferiore della Valle essendo esposta all' armi 
dei Carmignola , dovette rendersi sino alla terra di 
Barghe : onde il Carmignola s'impadronì delle due 
Rocche di Vobarno e di Sabbio ponendovi forte pre- 
sidio per nantenere sicuri que' posti per tutto il ver- 
no 1420. Ebbe Galvano a soffrire mille angustie, per- 
chè i soldati di Carmignola stavano sempre sull'armi 
per sorprenderlo. Nella primavera però essendosi ri- 
tirati alquanti soldati del Carmignola , il Galvano 
prese per assalto, la K,occa di Vobarno e di Sabbio, 

e ria- 



QUARTO t$j 

e riacquistò a Pandolfo que' due principali posti. Ma 
durarono poco i suoi trionfi poiché il Carmignola spe- 
dì numerose truppe verso la Val Sabbia , e non solo 
riprese le Rocche di Vobarno e Sabbio , ma con arte 
maestra , dopo la più valorosa difesa fatta da Galva- 
no, prese d'assalto la Rocca di Nozza facendovi pri- 
gioniero il Galvano, e Gio: Avogadro fratello di Pie- 
tro , e mettendo tutto a sacco . Così dovette cedere il 
resto della Vaile, e sottomettere il collo al giogo del 
vincitore . 

Andavano così mancando le speranze di Pandol- 
f o , se non che si riconfortò alquanto al vedere un 
numero consideratile di soldati speditigli da Rimi- 
mini in soccorso da Carlo Malatesta suo fratello . Con 
questi, e co' suoi sperava di riparare a suoi danni , e 
reggere alli assalti del Carmignola . Con questo ven- 
ne a battaglia li 8. Ottobre , e fece quanto mai ha 
potuto per vincere, ma fosse la sorte, o mancasse in 
lèi quell'arte militare che possedeva al sommo grado 
ilCarmignoia , il disgraziato Pandolfo ebbe la peggio, 
ed allora il rimanente del distretto Bresciano si sot- 
tomise al vincitore . Anche la Val Trompia si chia- 
mo suddita del Duca di Milano . Restava la Città da 
espugnare, e Pandolfo abbandonato dalli amici, e cir- 
condato da nemici , privo di vettovaglie , e senza suf- 
ficiente guarniggìone, resa anche questa timida , e vi- 
le, fu necessitato a capitolare la resa della Città con 

L 2 ogni 



1*4 L 1 5 R O 

ogni discapito, avendola ceduta j)er $4. fiorini d'oToV 
che gli furono tosto sborsati . Partì coperto di ver- 
gogna e non sen?!a lacrime Pandolfo, incaminandosi 
\erso Rimini; Alli 16. Marzo dell'anno 1421* usci 
Pandolfo da Brescia , e Io stesso giorno vi entrò trion- 
fante il vittorioso Carmignola,il quale prese il possesso a 
nome del Duca di Milano . Cosi liTriumplini e Sabini 
perdettero i privilegi d'esenzione di molte gravezze , 
e quello concesso loro di poter provedere il Sale di 
Alemagna con altre prerogative . 

XXIII. Potè in questo modo il Carmagnola vin- 
cere i nemici del Duca di Milano ricuperando H Sta- 
ti che avea perduti, ma non potè vincere gli invi- 
diosi della sua gloria conservandosi nella grazia del 
Duci, Avendo questi dato orecchio a certi artifiziosi 
racconti, mostrossi raffreddato col Carmignola , il 
quale punto, e penetrato nello spirito, vedendo un 
Principe ingrato ai serviggi che prestati gli avea > nel 
mese di Febbraro dell'anno 1427. uscì dallo Stato di 
Milano 5 e si portò & Venezia. Un Capitano di tanta 
fama in quei tempi venne accolto da' Signori Venezia- 
ni , e veduto con occhio di distinzione Siccome poi 
esso era mal animato col Duca di Milano, e voglio- 
so anche di far vendetta dei torti fattigli , così andò 
eccitando que* Nobili Veneti a prender Tarmi contro 
il Duca , loro promettendo di far presto passare sot- 
to il Dominio Veneto quanto avea guadagnato al Du- 
ca di 



QUARTO 15? 

ci di Milano nelle campagne fatte al suo servizio . in 
farti fu presa la risoluzione dai Veneziani di muover 
l'armi contra il Duca di Milano. 

XXIV. Aveano i Veneziani nello spazio di pochi 
anni dilatato il loro dominio in terra ferma , essendo 
divenuti padroni di Padova, Vicenza e Verona, ed 
anche del Friuli . Amava quindi quella Repubblica di 
sempre piti innoltrarsi nella Lombardia con P acquisto 
d* altre Città , massime di Brescia , Bergamo , e Cre- 
ma . Apertasi perciò l'occasione di tentar nuove con- 
quiste per mezzo del Carmignola , alli il. di Febbra- 
ro 1425. elessero questo Uomo Guerriero per Genera- 
le dell armata , non -senza forti speranze di impadro- 
nirsi di gran parte d' Italia . Presero un apparente pre- 
testo , cioè che dovesse Filippo Duca di Milano lascia- 
re Genova in libertà , né immischiarsi nel li affari del- 
la Romagna , e questo fu pretesto anche dai Fiorenti- 
ni che si coìlegarono coi Veneziani ; quando per altro 
la vera causa motrice della guerra altro non era che 
la sete ardente di ampliare il dominio per avere un 
piiì pingue patrimonio . Fatto adunque il Carmigno- 
la Generale dell'armi Venete formò il piano di prima 
impadronirsi di Brescia. "Numerava in codesta Cittì 
molti amici, e massime Pietro Avogadro della fazione 
Guelfa , nel cui animo sapeva regnare una gagliarda 
ambizione, ed in conseguenza un ardente voglia di 
grandeggiare nella sua Città. Il Carmignola lo coltivò 

L ì stille 



166 LIBRO 

sulle prime , indi gli svelò il suo pensiero non senza lu- 
singhevoli promesse, e trovatolo disposto concertò il 
modo di venirne all'esecuzione. L' Avogadro prese l* 
incarico di secondar il Carmignola, ne fece confiden- 
za a Giraldo Averoldo , ma fondò le sue più forti 
speranze sull'animo, e valore de' suoi compatrioti 
Triumpiini , e Sabini , quaìi pure non sapeano com- 
portare il dominio dei Visconti, che con le im- 
poste le più intollerabili si avvicinava al governo 
tirannico. A questi promise che passando le Valli 
sotto il Dominio Veneto avrebbero goduto le esen- 
zioni che aveano ottenute da Pandolfo Malatesta J 
Con le stesse promesse guadagnò l'animo di Gal- 
vano dalla NozZa , e perchè non avessero a dubbitare 
di tale promessa , indusse i Triumpiini , e Sabbini a 
mandar secretamente due persone a Verona , dove Pie- 
tro Dandolo , e Gregorio Cornaro erano Proveditori 
per h Repubblica Veneta, per averne ogni assicu- 
ra nza , come V ebbero in fatti riportandone in pa- 
tente legittima P anticipata esenzione , e le più ampie 
promesse di sempre migliorare la loro sorte . 

XXV. In tempo che si tenevano queste pratiche 
con la più gelosa secretezza , 1' Avogadro si portò a 
Cussago , dolente quel popolo del governo del Duca , : 
e fece radunar consiglio per ordine dei Sindici di quel- 
là Quadra che erano Giacomo Antonio Popagni e Gio: 
Roberti, coir intervento di Pietro Avogadro, Gerar- 
do Ave- 



QUARTO i6 r 

toldiij Giacomo Massola , e Pietro Sala in casa di Pa- 

gnon de' Ricagni, e si deliberò in quel consiglio <H 
sottrarsi dal pesante dominio del Duca di Milano per 
sottomettersi ai Veneziani, dando loro in possesso la 
Città di Brescia . Per ridur a fine questo affare furo-» 
no scelte fedeli persone, ed incaricate a preparare le- 
gnami necessari per costruire ponti, e scale capaci a 
salir le mura. Recagni, e Domenico del Pozzo furo- 
no gì* incaricati , ed interrogato questi che far volesse 
di quel legname, rispose che innalzar volea una c^sa 
sua comperata in S.Eustachio, e Antonio dal Blonda 
prese secretamente la norma dell'altezza della mura « 
Mentre si eseguivano questi apparecchi secreti , T 
AvogaJro scorse le Valli Trompia e Sabbia per sta- 
bilire coi Valleriani che la notte del sabbato che era 
li 16. Marzo venendo la domenica giorno delli 17., si 
portassero secretamente ne' luoghi da lui indicati . Sem- 
brando però troppo strepitosa, e palese questa trama 
alle Valli , e temendo che avesse a penetrarsi da Ret- 
tori della Città , risolsero queste coli' Avogadro di 
tenere occupato Lampugnano governatore di Brescia, 
Fecero a tal fine che dalla parte superiore cella Val 
Trompia gli fosse presentata una forte istanza , simu- 
lando così che sarebbero state quiete le genti delle 
Valli , se conseguir potessero d 1 esser sgravati da certi 
dazi gravosi ed insoportabili alle loro forze . Lampu- 
gnano che non era meno politico dell' Avogagro , co- 
li- 4 noscen- 



i6% LIBRO 

noscendo che ili minacciata una guerra terribile al Du- 
ca suo Signpre, conobbe anche che era di necessità com- 
piacere, I tener quieti que' risoluti abitatori delle 
Valli, j quali poteano rivoltarsi a disperati partiti, 
e perciò loro concesse quanto dimandavano , detratte 
alcur/e picciole particolarità , rilasciando loro un pri- 
vilegio datato a Ili 7. Febbraro 1426. Operava il Lam- 
pugnano di buona fede, ma F Avogadro intanto si 
studiava di eseguire F ordito tradimento . Stava sem- 
pre chiusa una porta della Città, che ora più non 
esiste, detta la porta dell'albera, appresso la quale 
Averoldo teneva due case. In queste sccretamente fe- 
ce esso portare quantità di que 1 atrezzi , che adopra- 
no i guastatori di guerra ; temea per altro ad ogni 
momento che venisse scoperta la trama ordita per es- 
sere passata alla notizia di più persone di diversa con- 
dizione , Il Carmignola che sapea doversi in sì fatti 
casi sollecitare F opra , perchè restasse occulta, ed 
approffittare delle disposizioni delie persóne pronte 
al pericolo, avea spediti in Val Trompìa e Sabbia 
diversi OfEziali travestiti , e moiri Soldati veterani 
parimenti con abito mentito , acciò insegnassero a quel- 
la gente la vera regola di combattere. Avea in oltre 
fatto sapere alFAvogadro , che non poteva essere ali» 
ordine prima delli 20. di Marzo. Ma F Avogadro te- 
mendo che venisse scoperta la congiura , e lusingando- 
si che inteso il buon esito dell' impresa, il Carmignola 

avreb- 



QUARTO i6 9 

avrebbe accelerata la marcia , diede mano all' affare nel 
dì 17. Marzo, cioè tre giorni prima dell'intenzione del 
Generale. Introdottisi adunque in Città per di lui 
opera alcuni delle Valli , ed altri óqUq Ville Pe- 
demontane mostrando questi di concorrere al mer- 
cato solito a tenersi nel sabbato , si ridussero in des* 
tro modo alle case dell' Averoldo , dove la sera di not- 
te si ritrovarono circa in numero di cento . Quella not^ 
te stessa spedì V Avcgadro persona a dire al Carmi* 
gnola , che per non esser colto all'impensata, e per 
non poter più tenersi coperta l'ordita trama, avea 
pensato di metter mano alP impresa , .facendo che al 
di dentro si lavorasse a rompere le mura da circa cen- 
to uomini, e al di fuori si trovassero ottocento ar- 
mati, che diretti dalli Officiali che esso avea spediti 
nelle Valli si apprornttassero dell' occasione per rom- 
pere anch'essi nel concertato sito le mura, ed entra- 
re in Città. Difatti con tale precauzione, ordine, e 
silenzio si lavorò quella notte dalle persone introdot- 
te, e nascoste nelle case dell' Averoldo , e con tale 
prestezza si corrispose da quelle che sì avanzarono al 
di fuori , che in poche ore si fece nelle mura un aper- 
tura capace a dar l'adito ad un soldato. Sollecitamen- 
te quindi introducendosi i soldati che erano al di fuo- 
ri andava ingrossando il lor corpo all'interno della 
Citta 5 ma siccome ciò ricercava qualche tempo, e vi 
era pericolo nella dimora, impaziente la milizia che 

stava 



17° LIBRO 

stiva fuori dalie mura , usando scale e ponti e corde 
salì le mura stesse , e cercò tosto di fortificarsi , cà 
impadronirsi della porta della Città . felice fu il pri- 
mo ed il secondo attentato , ma essendo in poco nu- 
mero la truppa temevano di non poter mantenersi nei 
posti occupati , e perciò spedirono altri corrieri a! 
Carmignola avvisandolo dell'esito favorevole nell'im- 
presa , e stimolandolo a venire tantosto in loro soccorso . 
li Governatore Lampugnano avvisato della sor- 
presa fatta verso la porta dell'albera non smarì di 
consiglio , né di coraggio . Fece riconoscere il luogo 
ed espiare la quantità dei nimici , e preso ardire dal 
poco numero di quelli, e colia milizia del Castello, 
e della vecchia e nuova Città loro diede un forte as- 
salto per discacciarli . Ma questi resistettero valida- 
mente sempre animati dalle promesse dell' Avogadro , 
dicendo che era in viaggio il General Carmignola, e 
che dovea ormai esser vicino con l'esercito alla Città. 
Replicò T assalto il Lampugnano , e si accese la più fiera 
pugna ed impettuoso combattimento, che durò molte 
ore , ma senza mai perdere i posti che prima aveano 
i nemici occupati . 

Suonò la ritirata il Lampugnano per poi ripiglia- 
re l'impresa con un corpo di armati più forte e nu- 
meroso . Veramente il Lampugnano dovea senza dimo- 
ra ritentare gli assalti , e prevedere che li avrebbe 
vinti e disfatti ; poiché V Avogadro , e li suoi com- 
pagni 



QUARTO 171 

pagni si viddero molto imbarazzati a sosterai , ed era- 
no anche nel!' incertezza che il Carmignola arrivasse 
in tempo di soccorrerli come volea il critico loro sta- 
to . Così diede Ior tempo di rimettersi , e per due suc- 
cessivi giorni attesero a fortificarsi in tutti i possibili 
modi . Vegliavano sempre temendo cT essere assaliti , 
e sempre diffidando che venisse in tempo il soccorso. 
Quando comparvero nel terzo giorno alcuni Reggimen- 
ti della vanguardia Veneta, all' arrivo di questi 1* Avo- 
gadro e tutti i capi della congiura respirarono e ves- 
tirono nuovo coraggio. Quando poi due giorni ap- 
presso con il grosso dell'esercito arrivò il Carmigno- 
la, e s'accampò intorno alla Città , allora 'esultanti 
tennero in pugno la conquista della Città . Il primo 
attacco fatto dal Carmignola alla Città fu nel forte det- 
to delle Pile, quale potè prendere d' assalto \ drizzò 
quindi il secondo al forte della Garzetta, ma questo 
non potè espugnarlo, se non con perdita di molta gen- 
te . Venne in potere del Borgo di S.Alessandro. Gli 
assediati intanto si diportavano con valore su la spe- 
ranza che da Milano sarebbe loro spedito soccorso . 
Ne in ciò andavano fallite le loro speranze, perchè 
otto milla uomini venivano alla volta di Brescia per 
soccorrere quella fortezza. Il Carmignola si f^ce ar- 
ditamente contro di questi per impedirne gli avan- 
zamenti , e tenere così disgiunte le forze de! nemico. 
Seguì perciò un ostinata battaglia , nella quale periro- 
no 



*7* LIBRO 

no molti soldati sì da una parte, che dall'altra, ma 
il Carmagnola alla line riportò li vittoria , avendo dis- 
fatta^ parte dispersa quella per altro brava milizia. 
Ritirati perciò li assediati nella Cittadella, indi rin- 
chiusi nel Castello, si credette su le prime che voles- 
sero durarla fino all'estremo, ma il Governatore pensò 
diversamente. Fece egli col Carmagnola una tregua 
di dieci giorni segnata con alcuni capitoli ali* uso mi- 
litare . Tra questi il pili csenziale era , che egli rinun- 
zierebbe al Carmignola il Castello , quando entro die- 
ci giorni giunto non fosse soccorso da Milano , s Non 
essendo però stato spedito soccorso, il Governatore alli 
20 di Novembre rese il Castello al Carmignola , che 
trionfante entrò al possesso di quella piazza . 

In questo modo vennero i Veneti a possedere Bre- 
scia dopo un assedio di mesi otto. Vero è che i pri- 
mi quattro mesi inutilmente si consumarono attese le 
gare inutili de'primi Officiali, che sempre dannose 
spno nell'arte militare. Imperciocché Nicolò Tolenti- 
no Generale d-He truppe ausiliarie Fiorentine , non 
soffriva di sottostare al Carmignola , perchè era nato 
d'ignobil sangue, e perchè non era senza una disdice- 
vole ajteriggia \ a lui erano uniti i primi Officiali Fio- 
rentini ; all'incontro Gio: Francesco Gonzaga Marche- 
se di Mantova uomo spregiudicato non ammirando nel 
Carmignola altro che il valore, e la ssgace intelligen- 
za di un prode CQndottiere d'un esercir©; amava , tut- 

tocchè 



QUARTO i 7S 

tocche nato di stirpe sì grande, di essere discepolo di 
un tanto maestra dell'arte militare , onde col suo 
esempio, e colle sue efficaci ragioni potè indurre il 
Tolentino a deponere que' vani cavilli , figli dell' igno*> 
ranza, e spesse volte osservabili nei grandi di suppo* 
sizione , e vuoti di virtù , e sapere . Così il Gonzaga 
tenne uniti li animi, e le forze dei Fiorentini unite 
all' armi Venete , le quali rinforzate ancora dalle pre* 
cedenze deli 5 Avogadro , preceduto dal valóre de' Val- 
leriani che seppero tener fermo il primo posto ^'im- 
padronirono di Brescia cacciando il presidio dd Duca 
di Milano . 

Erano i Valleriani tanto contenti della conquista di 
Brescia in vantaggio de 1 Veneti , che tentarono di se- 
gnalarsi da essi soli con nuove imprese, e dilatare il 
dominio più che potessero . Era Salò con la Riviera 
ancora dipendente dal dominio ce' Visconti , e perciò 
indirizzarono colà le mire loro . Galvano dalla Noz- 
za progettò l'impresa a' suoi subalterni, e h ese- 
guì facilmente. Radunati secretamele i più valoro- 
si , ed esperimsntati Soldati della Valle Sabbia , 
marciò di notte tempo, ed investì all' improvìso quel 
Castello sul far del giorno, ritrovò Galvano una for- 
te resiftenza in quel presidio ,raa l'assalto fu cosi re- 
golato, forte, ed opportunamente eseguito, che scac- 
ciata la guarnigione divennero padroni del Castello , e 
del littorale di quel Lago . Un success così felice ani- 
mò 



-74 LIBRO 

mò Galvano a tentar l'aquisto della Rocca di Vobar-. 
no , e di quella di Sabbio, e fu del pari vincitore e 
trionfante. Alla perfine ricuperò anche quella di N©z- 
za , la quale avea ommessa ad arte per passare con 
più sicurezza ad espugnare una Rocca che era la più 
forte delle altre , e perchè conveniva secretamente pri- 
ma portarsi all'assalto del Castello di Salò. Cosi la 
Vai Trompia e la Val Sabbia , la Quadra di Nave , e 
la Riviera di Salò passarono sotto il dominio Veneto ; 
al quale non si sottomise sìpresto la Valle Camonica 
come quella che era attaccata al dominio de 1 Visconti . 
Anzi nel tempo che si faceva la guerra tra Veneziani 
ed il Duca Visconti , e molto più dopo la caduta di 
Brescia, gli abitanti della Valle Camonica furono ben 
soventi volte all'anni con quelli di Val Trompia e 
Sabbia praticando atti d' ostilità . Questo commovi- 
mento nascendo più tosto da genio guasto, e da pri- 
vati partiti , che dal comando delle due potenze guer- 
reggiami , venne tolto per opera di alcuni zelatori del- 
la quiete e del commecrio . Perciò, radunati i Depu- 
tati delle Valli, in Bovegno convennero di non offen* 
dersi, e ne formarono l'istromcnto li. Giugno 1426. in 
diversi capitoli da osservarsi. 

Intanto distribuì il Carmignola l'esercito per li 
quartieri d'inverno, e perchè la parte del territorio 
amico era stata non poco aggravata dalli incomodi del* 
la guerra, e quella ch'era nemica nutriva mal animo 

con- 



QUARTO 175- 

contro la milizia Veneta, e perciò avrebbe dovuto là 
soldatesca vivere in sospetti e gelosìa per la vicinanza 
<lel nemico; il Capitano li spedì a' quartieri d'inver- 
no parte sul Veronese e Vicentino ; e parte nelle Val li 
Trompia e Sabbia , eleggendosi egli 1* abitazione in Cit- 
ta con un sufficiente presidio a guardarla , per ripi- 
gliare poi l'armi alla nuova campagna. 

XXVI. Ma il Cardinal Albergati Legato Pontifì- 
cio maneggiava con gran calore la pace tra li Vene- 
ziani , ed il Duca di Milano. Verso li 30 Decembre 
1426" arrivò a conchiuderla , e conteneva il trattato 
molti capitoli, tra' quali eravi quello, che il Duca di 
Milano cederebbe Brescia col suo territorio alla Re- 
pubblica di Venezia. Venne sottoscritto il trattato 
di pace dal Duca , ma poiché includea alcuni patti ac- 
cessori , con arte differì ad adempirli , e quando i Ve- 
neti vollero prendere il possesso di alcuni Castelli e 
terre del Bresciano vi trovarono della forte ed inaspet- 
tata resistenza, e senfirono la voce quasi universale 
dei popoli che protestavano di voler vivere sotto il 
dominio del Duca di Milano . Perlochè convenne al 
Senato Veneto di ripigliar P armi , e di proseguire la 
guerra: e lo fece ben volontieri , perchè aveva lusinga 
di stendere le sue conquiste ad altre Città ci Lombar- 
dia . Uscì dunque di bel nuovo alli 19 Maggio 1427 
il Carmignola in campagna con un esercito reso più 
poderoso e forte, e sottomise all'obbedienza le terre 

e Ca- 



iy6 LIBRO 

e Castelli del Bresciano, indi passo sul Cremonese, e 
facendo in quel pane rapide conquiste , si mosse nelli 
abitanti tanto terrore, che fu creduto vicino l'asse- 
dio, e la presa della stessa Città di Cremona. 

Filippo Duca di Milano mal contento della sua 
sorte, attribuì le sue perdite alla mala condotta de' 
suoi soldati proveniente dalla discordia che passava tra 
H principali capi del suo esercito, non volendo gli 
uni star subordinati agli altri. Laonde elesse un Ge- 
nerale che possedeva una grande riputazione nel mes- 
tier dell* armi , e fu Carlo Malatesta . Questo grand' uo- 
mo possedeva tutte le qualità di un Capitano, auto- 
rità, presenza di spirito, e teorica cognizion della tatica . 
Questi era un giovine signore avvezzo ad un ge- 
nere di vita voluttuosa, e senza veruna esperienza di 
guerra . Comparve all' armata con un pomposo equi- 
paggio , e con quella presunzione, che detta la volut- 
tà e r ignoranza, e che non è atta che ad avvilire i 
veri talenti . Carmagnola crasi avvicinato all' armata 
nemica, e cercava tiar profitto dai falli del nuovo Ge- 
nerale, ingannandolo con movimenti , di cui l'oggetto 
era difficile da penetrare . Mala testa sempre timoroso 
d'esser attaccato faceva prendere farmi ogni giorno" 
alti suoi soldati , e con ciò tenevali di continuo es- 
posti alli ardori del Sole cocente. Tutto ad un trat- 
to Carmignola fece una marcia ^forzata verso il Cas- 
tello cii Macia. Una strada circondata da paludi inac- 
cessi- 



QUARTO 177 

cessiteli era la sala linea, per cui transitar 4<5 vcan <» 
Je truppe Milanesi per andare drittamente al campo 
Veneziano. Il giovane Malatesta che prese il ritiro di 
Carmagnola per un effetto di timore , n&n dubitò d* 
impegnare il suo esercito in questa sfilata contro il 
parere de* vecchi Uffiziali, che voleano si prendesse 
un giro , col quale prolungando un poco la marcia V 
averebbe resa meno pericolosa. Disse con tono minac- 
cevole, che se ricusassero di seguirlo, andarebbe egli 
solo con li stendardi. L'armata dunque marciò per 
quella strada angusta. Carmignola che aveva prevedu- 
to il caso , e teso il laccio all' inesperto Capitano , ave- 
va altresì posti in ordinanza dei soldati sulle barche, 
e in diversi luoghi della palude algosa avea fatto ele- 
vare delle panche di fascine ; qui attese che T armata 
nemica fosse avvanzata , e nel mezzo della tesa rete, 
quindi diede il segno, e in un momento resto il Ma- 
latesta con tutta la sua armata oppresso , saettato, 
senza poter né avvanzare, né ritirarsi. Si rese il Ma- 
latesta prigioniero senza combattere, e tutto il resto fu 
preso o precipitato nella laguna , e pochi furono che po- 
tessero con la fuga approffittarsi della confusione nei 
estremi della battaglia. Furono condotti a Carmigno- 
la più di diecimilla prigionieri , fra i quali eranvi la 
maggior parte dei Generali, e quasi tutti gli UfHzia- 
li. Egli restò padrone dei campo, del bagaglio, e 
dì tutte le munizioni. 

M Que- * 



178 LIBRO 

Questa perdita sarebbe stata irreparabile, se Car- 
mignola non avesse fatto il fallo il giorno dopo la 
battaglia , di aver posti in libertà tutti i prigionie- 
ri , benché disarmati • Li Provveditori Veneziani si 
lamentarono altamente con lui di questo procedere, 
come tendente a prolungare la guerra in infinito . Egli 
si confuse , diede risposte poco convincenti , e fin d* 
allora fu sospettato di que' tradimenti, de' quali fu 
poscia convinto . Averebbe ancora potuto andare di- 
rettamente a Milano, dove questo avvenimento avea 
sparso il terrore . La presenza di un armata vittorio- 
sa non avrebbe lasciata veruna speranza agli abitanti 
di quella Città, e s'egli si fosse approfittato àeì lo- 
ro avvilimento, Filippo non si sarebbe più rimesso. 
Averebbe potuto almeno assediare Cremona , ed era 
suo onore segnalare la sua vittoria con qualche impre- 
sa strepitosa . Volle piutosto perdere il tempo in sac- 
cheggiare il paese, e celi* impadronirsi siili' Oglio, e 
nel Bresciano di alcuni castelli di poca conseguenza. 
Non si penetrano facilmente quali Fossero Je mire di 
questo Generale . Alcuni scrittori dicono, che non 
potè assuefarsi a' costumi ed usi dei Veneziani, che 
la severità del loro governo e la destrezza , necessa- 
ria nei subordinati, gli erano dispiacciate-, che fosse 
pentito d'esser passato al loro serviggio ; che deside- 
rasse quello di Milano, e di tornare in grazia presso 
il Duca . Bisogna se non altro conchiudere che Car- 
mi- 



QJJAR.TO *7* 

mignola non fu buono politico* Egli doveva conos- 
cere il Duca di Milano, e li Veneziani per temere 
gl'inganni del primo, e per sapere, che un tradito- 
re difficilmente potevasi celare all' avvedutezza dei 
secondi . 



Il fine del libro Quarto ? 



M * Li: 



zfc> LIBRO 

LIBRO V. 

SOMMARIO. 

I. Privilegi dei Vallmmì impugnati in d&yno i* Ga~ 
belli eri. 

II. Nicolò Pianino rompe il Carmignoh l 

III. Morte del Carmìgnola , e notamente conchiusa la 
pace tra i Veneti ed il Duca di Milano . 

IV. Nuora guerra tra quelli > ove il Picinino è vin" 
citorc . 

V. Tenta il Picinino di occupar la Val Camoniea ,' 
cP onde vien scacciato dal Conte di Lodrone , 

VI. IlGaUmelata si leva da Brescia, e con V aiuto del 
Conte Lodrone passa per le Valli Trentine a soccor- 
rere Verona • 

VII. Assedio di Brescia fatte dal Picinino . 

I. vJli abitatori delle Valli fatti certi di vivere sot- 
to il dominio Veneto da loro desiderato ed amato , SÌ 
lusigavano di godere una beneficenza distinta dagli al- 
tri sudditi, ma l'avidità dei Gabellieri ben presto li 
fece ricredere da quanto pubblicamente aveano esage- 
rato in tempo di guerra . Furono rigorosamente ob- 
bligati a pagare le imposte tutte , che pagavano tut- 
ti i territorriani di Brescia : Ma essi ricordandosi del- 
le promesse fatte loro in pubblico nome dalli Prove- 
ditori 



QUINTO 181 

veditori Dandolo e Cornaro in Verona, come sopra 
fu detto, spedirono alcuni qualificati Uomini della 
Valli a Venezia, acciò facessero le loro rimostranze 
avanti il Doge, che con molta umanità Hi ammise 
all'udienza. Furono esauditi nella loro dimanda, indi 
fu dato ordine alli Rappresentanti di Brescia , acciò 
non si esigesse da Triumplini , e Sabbini , se non quel- 
lo che pagar soleano sotto Pandolfo Malatesta . Laon- 
de fecero presentare il privilegio allora ottenuto dal 
Malatesta, quale dal Doge Foscari fu rinovato, e nel 
1428. 13. Gennaro fu dato agli inviati delle Valli, 
che rimasero contentissimi della Veneta munificenza . 
Passò poco tempo che i Gabellieri tentarono di bel 
nuovo di giovare al proprio loro interesse . Questa 
gente famelica dell' altrui sostanze , andò lavorando 
occulte macchine per togliere alli abitatori delle Val- 
li l'essenza del privilegio ottenuto. Tentò di dimos- 
trare nulle le clausule addotte per la concessione del 
Privilegio, oscurando il merito dei Triumplini, e 
Sabbini , quasi poco o nulla avessero operato in favore 
dei Veneziani , indi si fecero ad esigere con rigore il 
dazio così detto dell' Imbotado , e del Traverso, qua- 
si che le due accennate imposte niente fossero incluse 
nel privilegio sussistendo puranche il privilegio mede- 
simo . Ma il Veneto Principe riguardò sempre con lo 
stesso occhio parziale il popolo delle fedelissime Val- 
li , che inalterabilmente fu sempre affezionato a lui 

M | e con 



ì8i LIBRO 

fe con altro privilegio 24. Aprile 1450. fu dichiarato 
esente anche da queste due gabelle regnando il Doge 
Francesco Foscari . 

II. Intanto Filippo Duca di Milano non poteva 
soffrire in pace la perdita di Brescia , e Bergamo , e 
si lusingava di poter ricuperare le due Città col brac- 
cio di un valente Generale qual era Nicolò Pianino 
atto a comandare un armata a fronte del Carmignola . 
Si riacese adunque la guerra, ed uscirono i daeGenera- 
Ii in campagna . La fortuna non accompagnò secondo 
il solito 1* armi Venete , anzi parve che loro fosse nemi- 
ca. Il Carmignola nel giorno n. Maggio essendosi posto 
alla testa di tremilla cavalli , e duemilla fanti si accostò 
a Sonano dove t armata del Picinino , che si era dis- 
posta con accorta posizione, presedi mezzo l'esercito 
del Carmignola, e lo sconfisse intieramente, toltone 
pochissimi cavalli, coi quali il Carmignola fuggì ver- 
so Brescia . Sette giorni dopo si diede battaglia anche 
dalle due flotte che stavano sopra il Pò Funa dei Vene. 
ti e F altra del Duca, e la prima rimase intieramen- 
te disfatta. Nel resto della campagna potè il Carmi- 
gnola appena coprire le frontiere dello Stato Veneto 
dalle incursioni dei nemici . Così venne ad ecclissarsi 
il nome del Generale dei Veneziani, e per lo con- 
trario divenne glorioso il nome del Generale del Duca 
di Milano. 

III. Il Carmignola intanto parea pensasse a ricu- 
perar 



QUINTO iSj 

coperà? la fama alle sue armi, ma l'odio e H invidia 
di molti troncò il filo alli meditati disegni. Sic- 
come esso era altiero, aveva, come tutti i superbi, 
non pochi nemici , e siccome fin allora avea guer- 
reggiato con gloria , non pochi invidiavano la sua fe- 
lice sorte . Vedendosi perciò che avea perduta misera- 
mente la prima battaglia col Picinino , e che dopo 
non avea fatto altro che star sulla difesa , si sparse 
una voce che egli passasse d'intelligenza coi nemici.' 
Fu chiamato a Venezia col pretesto di volersi sentire 
ia sua opinione dal Senato in un trattato che ma- 
neggiavasi , e quando arrivò in Venezia fu fatto pri- 
gione . Un privato istorico non sa quello che viene 
fatto in un processo, che si fa con raffinata cautela, 
e si custodisce con secreto , e molto meno può pene- 
trare quello che delibera un gabinetto ài savie, ed 
intemerate menti veglianti alle redini di un governo.' 
Si sa solamente, che con lo sbadaglio in bocca fu 
condotto tra le due colonne, ove fu decapitato , ciò che 
deve far credere che qualche grave delitto vi fosse onde 
condannarlo . Vero è che per F Italia menò questa morte 
un gran rumore, e quanti erano i cervelli ed i siste- 
mi , altrettanti diversi furono i discorsi , ed i vani 
concetti . Ma non deve mai un savio sentire col volgo 
ignaro ne' suoi giudici, e fingere delle cause possibili 
quando convincono quelle reali . Segui la morte del 
Carmignola alli 8. Aprile 14^2., e fu eletto in suo 

M 4 luo- 



|tf LIBRO 

luogo per Capitando Generale Gio: Francesco Marche- 
se di Mantova. 

Questo novello Duce della Veneta armata , che 
credevasi eccellente nell 1 arte militare per aver fatte 
alquante campagne sotto il Carmignola , mosse una 
tale aspettazione in Venezia, che credevasi il più va- 
loroso guerriero d'Italia. Esso non corrispose ai vo- 
ti , mentre nella prima campagna non fece acquis- 
to se non di Soncino , e la presa di quel Castello 
gli costò molto sangue. Il Duca di Milano anch' 
esso non fece grandi' progressi , poiché s'impadro- 
nì della sola Val Tellina, che in quel tempo era 
guardata dalle genti della Veneta Repubblica. Neil* 
acquisto di questa Valle adoperò più accortezza che 
forza il Generale Picinino, mentre esso tenne scerete 
pratiche coi Gibellini di quel paese per entrarvi, ed 
entratoti rapidamente, diede tosto battaglia alle trup- 
pe Venete che erano in quella Valle , ed intieramen- 
te lo disfece. Questa vittoria fece poi che la Vali* 
Camonica seguendo le sue antiche tendenze al dominio 
Milanese, si rivoltasse, e lo stesso erano per fare al- 
cuni luoghi principali dd Erescìano ; ma i Veneti ac- 
corti e prudenti dimandarono a questi luoghi gli os- 
taggi , onde assicurarsi della loro fedeltà. E perchè 
dispiaceva la ribellione della Val Camonica fu fatta 
leva per parte de' Veneziani di molta gente delle Val- 
li Trompia e Sabbia , indi fu commessa a Brunoro 

Offi- 



QUINTO % 

Officiale sperimentato, l'impresa di ridurre all'obbe- 
dienza dei Veneti la Valle Camonica , il quale saccheg- 
giando parte del paese , obbligò il restante a sotto- 
mettersi al dominio, da cui si erano imprudentemen- 
te allontanati . Così intanto si andavano queste due 
Potenze Tuna con l'altra lacerando senza far rimar- 
cabili conquiste , e passarono due anni quasi infrut- 
tuosi perdendo molta gente, e rendendo esausti li er- 
rari rispettivi per le spese indispensabili alla conti- 
nuazione della guerra . Sicché entrambi desideravano 
Ja pace , o pia tosto una tregua , benché niuna voles- 
se esser la prima a domandarla. Nicolò d' Este Mar- 
chese di Ferrara rnaneggiavasi per introdurre la pace, 
e vi riuscì essendosi col di lui mezzo conchiuso un 
trattato alli i6 Aprile I4?_? continente al solito mol- 
ti articoli, tra i quali il più importante si fu la vi- 
cendevole restituzione delle tene occupate in quella 
guerra . 

IV. Durevole sarebbe stata veramente quella pa- 
ce, se tolta si fosse la causa della discordia . Era questa 
una forte passione nel Duca di risarcirsi delle perdite 
fatte nel!' altre guerre; e nei Veneziani ancora arde* 
la sete d'ingrandirsi nella Lombardia. Per il che ri* 
messe, e rinvigorite che furono le due Potenze d^gli 
incomodi sofferti, tornarono all'armi dopo quattro 
anni di pace con quei pretesti che mai non mancano 
a chi voglia far guerra , Si armarono nuovamente , e 

nei 



it6 LIBRO 

nel 1457. uscirono in campagna con pari ardore, ben- 
ché con successo di ver<,o. 

Era Generale del E' armata óq\ Duca, Nicolò Pi* 
«nino, e Generale dell' armata Veneta era ancora Fran- 
cesco Gonzaga Marchese di Mantova . Questi che sa- 
peva non aver il Picinino forze bastanti da opporsi al 
suo esercito, più numeroso e più forte, entrò corag- 
giosamente nel paese nemico , e spargendo da per tut- 
to il terrore dell'armi* s' innoltrò fino al fiume Ad- 
da . Stava lungi dal fiume accampato in distanza di 
otto miglia il Picinino, e perchè inferior di forze 
sembrava che schivasse di venire a battaglia , e forse 
non lo volea , finché gli giungesse il rinforzo. Ma il 
Gonzaga che s'accorse di tale intenzione pensò di ob- 
bligarlo ad un fatto d' armi . Fece fabbricare su quel 
fiume un ponte , sopra del quale [qcc passare tremili* 
soldati con l'idea almeno d'impadronirsi d'ambe le 
le rive del fiume, e di minacciar le scorrerie fin sot- 
to Milano . Ma il Picinino che ben conosceva il na- 
turai del Gonzaga penetrante a scoprire i vantaggi , 
ma troppo riflessivo, e per conseguenza lento , irresolu- 
to, e quasi troppo timido ad eseguire l'imprese me- 
ditate , audacemente spinse le sue truppe all'attacco 
di qnel corpo di soldati separato . Fecero questi una 
resistenza non ordinaria danneggiando molto il nemi^ 
co assalitore, ma non la durarono al secondo, e ter- 
zo assalto, ed il Gonzaga che avrebbe forse potuto 

man- 



QJJINTO j3 7 

mandar un pronto soccorso, non ardì di mover V eser- 
cito per non avventurarlo tutto ad una giornata cam- 
pale. Sicché il corpo combattente ài quei tre milla 
uomini di là dal fiume dovette o "rendersi prigionie- 
ro , o morire trucidato dal nemico , o soffocato dall' 
acque del fiume , dove alcune file si precipitarono dis- 
peratamente. 

Un fatto d'armi seguito con gloria od Picinino, 
e con disonore del Gonzaga dispiacque non pure al 
Senato Veneto , ma all' esercito che militava sotto 
h sue bandiere , e non mancò di riprovare la condot- 
ta di chi comandava l'armata. Dovette adunque il 
Gonzaga decampare rial fiume Adda, e ritirarsi pavi- 
do, dove si stimava sicuro. Si fermò egli sul Cremo- 
nese , non essendo più inseguito dal Picinino , e si 
diede a saccheggiare que' infelici villaggi. Lo che pote- 
va fare impunemente, perchè il Generale Picinino ci* 
ordine del Duca Filippo dovette partire verso la Tos- 
cana con parte del suo esercito per soccorrer la Città 
di Lucca , che era assediata dalli Fiorentini . Colà si 
fermò tutta Testate, e cessato in fine il bisogno fu 
richiamato in Lombardia . 

Passò incontanente d'ordine di Filippo ai confini 
del Veneziano conducendovi le sue truppe anelanti di 
venire a battaglia con Tarmata nemica. Ma il Gonza- 
ga , intesi i movimenti del Picinino , levò le truppe 
dal Cremonese ritirandosi sul Bergamasco , ed accam- 
pando 



iS3 LIBRO 

pardo in un luogo di sua natura forte presso la 
Terra di Delgato , fortificandosi con fosse e trincèe. 
Avido nondimeno il Picinino di sempre più segnalar- 
si , e vedendo vogliose le sue truppe di venire a ci- 
mento col nemico , mosse tosto i passi a quella vol- 
ta . Molta truppa def Gonzaga che se gli era fatta in- 
contro per riconoscerlo fu la prima a provar gli effet- 
ti del suo valore, perchè venne tosto d'ordine suo 
assalita con notabile perdita essendo rimasti prigio- 
nieri non pochi Ufficiali di rango. Fatto indi più co- 
raggioso per quella nuova vittoria , marciava verso Del- 
gato per assalire il Gonzaga fin dentro la trincèa, ma 
quando il Gonzaga vidde il Picinino venirgli incontro 
in ordinanza, smarrì al solito di coraggio, e pensò 
a salvare V esercito con una ritirata fatta a tempo, 
simile per altro ad una fuga manifesta : poiché sui 
primi albori del dì a& Settembre lasciata addietro V 
artiglieria ed il bagaglio ricondusse l'esercito a Bres- 
cia. Una timidezza tale in un Generale vissuto tra 
Tarmi per tant'anni sotto la condotta del valoroso 
defonto Carmignola , fu creduta da alcuni un effetto 
di qualche intelligenza co' nemici : Lo che fece che 
egli volesse rinunziare al comando di Generale , ma Ji 
Signori Veneziani non permisero , perchè aveano qual- 
che premura dell' amicizia di quel Principe vicino . Egli 
nondimeno amò di ritirarsi dallo strepito dell* armi, 
onde il Senato Veneto elesse Generale delle" sue trup- 
pe il 



QUINTO \S 9 

p.a il .Gatamelata, che era stimato il più prode , e p.ra% 
tico commandante che allora contasse la Ve-ucta ruma- 
ta terrestre . Picinino intanto soggiogò turco il Ber- 
gamasco ed il Bresciano tanto al piano, quanto tra 
monti, indi pose Tarmata a quartieri d > inverno . 

Le milizie distribuite ed accantonate nel verno si 
ristoravano col riposo dalle sofferte fatiche, ma i Cit- 
tadini di Brescia non potevano gustare della quiete che 
seco può avere l'invernata. Erano essi agitata da im 
giusto timore di restar assediati nella Città air aper- 
tura della nuova campagna, essendo ancora Brescia in 
potere dei Veneziani, i quali non soccorrendo quella 
Piazza stavano in pericolo di perderla, e di vederla 
posta al sacco del nemico. Pensarono adunque a pre- 
venire il bisogno , e viddero la necessità di spedir per- 
sone autorevoli , e distinte ad implorare soccorso dal 
Principe di Venezia. Siccome in que' tempi il Consi- 
glio della Città era generale, bastando per entrarvi il 
solo requisito dell'abitazione in Ci&tà? così le perso- 
ne munite di tal prerogativa, o fossero Nobili, ov- 
vero Territoriani , o Valleriani potevano entrarvi , ed 
esser capaci di voto, e di ufficio in quella rispettabile 
assemblea. Fu adunque tenuto un Consiglio Generale, 
dove fu eletto Pietro Avogadro che era il primo au- 
tore di tal affare , e Galvano dalla Nozza con alcuni 
altri per far un ambasciata a nome della Città al Se- 
nato Veneto, e chiedergli un pronto soccorso prima 

che 



ipo LIBRO 

che si trovassero nelle angustie . Laonde partiti questi 
da Brescia con le necessarie facoltà ed istruzioni, o 
giunti a Venezia furono senza dilazione accolti ed as. 
coltati. Esposero lo stato della Città, vivamente rap- 
presentò 1* Avogadro l'attaccamento dì Brescia al no- 
me Veneto, e Galvano rattifiò la divozione appassio- 
nata delle Valli al dominio di quella Repubblica • Il 
Senato col Doge rassicurò li ambasciatori della pre- 
mura di salvar, e di migliorare la sorte dei sudditi, e 
3i esortò all' intrepida costanza nel mantenersi tali, prò* 
mettendo ogni possibile soccorso con tutta sollecitudine . 
Al ritorno degli Ambasciatori , benché non si pa- 
lesassero le intenzioni del Senato con la voce, nondi- 
meno dalla serenità del loro volto e dall'intrepidezza 
esterna congetturarono i Bresciani un buon effetto dell' 
ambasciata di già fatta, e compita. Ma respirarono 
ancor più al venir della Primavera del 1458, quando 
seppero che il Picinino avea portate le sue armi sulla 
Romagna . Colà ebbe quel Guerriero da combattere 
contro molti, ma successe in tutte le azioni , che egli 
fosse sempre il vincitore . Quindi il nome suo era di- 
venuto terribile a suoi nemici , e giustamente temeano 
la sua soldatesca , ed ammiravano la sua condotta. Ter- 
minata la guerra della Romagna tosto si voltò contro 
lo stato dei Veneziani . Nel mese di Giugno investi 
Casalmaggiorc, e non finì il mese che se ne impadro* 
ni , Passò il fiume Oglio non senza grande contrasto , 

e non 



QUINTO spi 

e non avendo il Gattamelata forze sufficienti da arres- 
tare i suoi avvanzamenti , cedette Pontevko alle sire 
armi, Qiiinzano, Calvisano ed altri luoghi , e con fa- 
cilità avvanzo le sue conquiste sul litorale del Lago di 
Salò occupando Desenzano , Rivoltella T Sirmione , e 
tutta la bassa Riviera . Il Marchese di Mantova ancora , 
forse allettata dalle promesse del Duca di Milano, di 
potere, se la fortuna dell'armi il volesse', acquistare 
il dominio di Verona , e dì Vicenza , con sorpresa, si 
dichiarò nemico dei Veneziani , avendo spedito quanta 
gente poteva ad invadere e saccheggiare il Veronese . 
Si avvanzava intanto il Picinino ed avea già occupato 
Salò, e Gavardo, ed' inoltrate le sue truppe nella Vai 
di Sabbio , La quale si sottomise senza resistenza al 
viacltoi ■: : ma la Val Trompia tenne fermo , confidata 
nella, vicinanza del Gattamelata, e più nell'alpestre sua 
situazione, li Gattamelata intanto per aver poche for- 
ze si ritirò verso Brescia lasciando esposto alL' esercito 
nemico tutto il Paese della Riviera e tutto- il Xeni-. 
tosio che cedette tosto all'armi ad Picinino, toltone 
il Castel diRoato che resistette fino aili 3.0* Agosto» 
e la fortezza dclli Orzi nuovi , che tenne fermo pei 
Veneziani fino ai 23. Settembre . 

V. Animato dalla fortuta , e persuaso dal propri* 
valore , volle il Picinino tentare di sottomettere la 
Valle Carbonica, cove spedì un corpo di milizia ..Qui 
ancora ebbe a sottomettere molte terre, e molti Cas- 
telli, 



ifi LIBRO 

tclli, ma non potc avvanzarsi ad occuparla; TI Gata- 
me! ra avea mosso a prender Tarmi il Conte Paride 
di Lodrone, e già era questi con le sue genti entra- 
to nella Valle stessa per opporsi a suoi disegni . Que- 
sto Cavaliere già esercitato neir armi avea seco con- 
dotta non poca gente, alla quale si unì un grosso cor- 
po di TriumpHni, ed altri uomini raccolti da quelle 
montagne. Laonde la milizia del Picinino dovette ce- 
dere , e ritirarsi , e furono ben presto ricuperate le 
le fortezze per altro di poca considerazione , e le ter- 
re della Val Camonica c^e eransi rese poco prima all' 
armi del Picinino, si sottomisero al Conte di Lodro- 
ne, ed ai nome Veneziano. 

La presa però delle terre di Valcamonica fatta 
dal Conte di Lodrone non valeva a compensare il dan- 
no che sentivano i Veneziani nelle parti del Territo- 
rio Veronese. Colà il Marchese di Mantova faceva ra- 
pide conquiste, ed erasi impadronito di Lazize , Bar- 
dolino, Garda, e Torri e di quante terre stanno sul 
litoral orientale del Lago. Anzi ingrossando ogni gior- 
no T esercito, minacciava l'assedio alla Città stessa 
di Verona . Li Veneziani avevano bensì grande pre- 
mura dì mantenere la piazza di Brescia , ma di lun- 
ga mano si sferzavano di conservare la Città di Ve- 
rona , perchè essendo più vicina potea servir di barrie- 
ra al nemico allora possente e vincitore . Faceva d'uo- 
po eleggere un Capitano per comandar V armi in quel- 
la par- 



QUINTO i 9B 

]a parte , e perciò chiamarono à se il Gattamelata 
promettendogli che giunto in Verona V avcrebbero crea- 
to Capitan Generale dell'armata. Ma non era facile 
l'esecuzione di tale commandamento, poiché le rive 
del Mincio e del Lago erano tutte guardate da senti- 
nelle nemiche, e da forti presidj , e se il Gattamela- 
ta si fosse posto in campagna , o solo , o con le sue 
genti, dovea ragionevolmente dubitare odi restar pre- 
so qual prigioniero , o di restar sconfitto senza spe- 
ranza di rimettersi. Era anche malagevole il condur 
la Cavalleria per le vie dei monti , e però non sapea 
risolversi a partire fuori di Brescia. Il Conte Paride 
di Lodrone allora addetto al nome Veneziano confor- 
tò il Gattamelata , e lo diresse acciò per la via delle 
Valli levasse la soldatesca da Brescia , e soccorresse Ve- 
rona . Sul fine adunque di Settembre avanti giorno uscì 
dalle porte della Città e per la via di Nave penetrò 
«ella Val Sabbia, e di là passò a Lodrone , indi inter- 
nandosi nelle Valli del Trentino, e poi discendendo 
lungo le rive dell'Adige, giunse con minor disagio 
di quel che pensava , sul Veronese , e finalmente in 
Verona. Colà fu egli nominato Capitano Generale 
dell' armi Venete. 

Uscito che fu dalle mani del Picinino il Gatta- 
melata crebbe la speranza in quel Gertcraie di impa-: 
dronirsi di Brescia, lusingandosi , che una Città sen- 
za presidio di esperti soldati sarebbe facilmente cadu- 

N ta nel- 



194 LIBRO 

ta nelle sue mani; Tosto pensò ad impedir i soccorsi 
che porgano esser portati alla Piazza, e fabbricò tré 
Bastie, l'ima a Monpiano, l'altra sul monte Digno , 
e l'altra nel Borgo di S. Eufemia spendendo tutto il 
mese di Ottobre in tal operazione . Alli 8. Novem- 
bre pose il campo alle porte di Levante cominciando 
a battere con la grossa artiglieria le mura della Città 
in tre luoghi, a Torlonga , al Monbello ed al luogo 
detto del Roverotto . Era l'invernata alquanto rigida, 
e sembrava piutosto tempo di metter le truppe a quar- 
tieri che di battere una Città . Ma il Pianino che 
voleva approfittare del terrore entratone! popolo ■ e dell' 
impossibilità del ritorno del Gattamelata attese le nevi 
cadute nelle montagne , e le rive dei Lago , e del Mincio 
ben munite di presidio, volle proseguire l'impresa. 
Avea dodecimilla soldati dei più valorosi, coi : quali 
sperava vederne prestamente un buon esito. Gii asse- 
diati all'incontro trovavansi in strette circostanza. 
Abbandonati dalli Veneziani, e senza milizia, molte 
malattie di languore simili alla pestilenza , previsio- 
ni limitate, erano le forti cause del loro timore . Mol- 
ti uscirono dalla Città per non restar esposti alla vio- 
lenza di un saccheggiamento sfrenato . Altri sebben ab- 
bandonati da tanti Cittadini non abbandonarono se 
stessi, e sebben fossero al numero so/tanto di tremila 
la tra soldati e Cittadini agguerriti, fecero l'eroica 
risoluzione di resistere fino alla morte, 

VII. 



QUINTO 19% 

VII. Il Generale Picinino vedendo che alla parte 
di Monbello era abbastanza aperta la breccia risolse 
di venire all'assalto più per rilevare a qual segno ar- 
rivasse la bravura degli assediati , di quello ne spe- 
rasse un esito felice . piede ordine alli Capitani che 
guardavano Torlonga , ed il Roverotto , che facessero 
un finto attacco, intanto egli fece marciare da vero la 
truppa all'assalto. Con furia indicibile s 1 accostarono 
le genti del Picinino, e con ardire montarono le mu- 
ra combattendo per un ora senza smovere gii assedia- 
ti dai loro ripari. Anzi questi uscirono ali improvvi- 
so., ed investirono di fianco la milizia assalitrice, sic- 
ché la misero in fuga. Il Picinino perciò fece suo- 
nare la ritirata , 

Rinnovò il comando agli artiglieri di proseguire 
e fortemente cannonare la Piazza, e fece preparare una 
quantità di mantelli , coi quali avessero a coprirsi quel- 
li che montavano la breccia. All'incontro li assediati 
nel medesimo tempo impresero a scavare da Monbel- 
lo fino al Roverotto una fossa , acciò se fosse accadu* 
to che crolassero le mura , e di quelle se ne impadro- 
nissero i nemici , vi fosse un nuovo riparo per impe= 
dire P entrata ai medesimi . Il siccome in questa nuo- 
va difesa consisteva la salvezza della Città, tutti con- 
corsero al lavoro senza distinzione di grado, di età , 
e di sesso , né si cessò dal lavoio sino a che V opra 
fu ridotta a termine, abbenché molti restassero o mor- 

N 2 ti, o 



i 9 é LIBRO 

ti, o feriti nell'atto del comune e sollecito lavoro. 

Commesso era 1* attacco dalla parte del Roverot- 
to a Talliano del Friuli il più esperto Capitano che 
militasse sotto le bandiere del Duca di Milano nell' 
esercito del Picinino . Questi che era pratico degli 
assedi ed infervorato per segnalarsi , non essendo pa- 
go della rovina che facevasi nelle mure col cannone , 
uvea fatto scavare sotto terra sì profondamente, che 
potè facilmente rovesciare le mura così che vi potes- 
sero sopra montare i Cavalli . Ma gli assediati che 
cransi accorti di questo colpo secreto, attesero a pre- 
munirsi con scavare dirimpetto una ancor 'più profon- 
da fossa , e munirsi con alquanti fortini per impedire 
I* ingresso ai nemici . 

Veduto che ebbe il Picinino le mura roversciate 
dal cannone ordinò nel giorno di S. Andrea il secon- 
do assalto . Promise ai soldati il sacco della Città', 
ed ai più coraggiosi, stabilì delle ricompense: fece 
comprendere che V impresa era difficile , ma assai mi- 
nore dia quello pensavano , essendo stanco e debole il 
presidio che avean da combattere > e mostrò loro che 
presa la Città era già ai colmo la loro glorii e la lo- 
ro fortuna. Fatto adunque giorno il Generale Mila- 
nese ordinò la truppa all'assalto. A Luigi del Verme 
commise l'attacco di Torlonga , al Talliano quello del 
Roverotto , ed egli si presentò contra Monbello . Da- 
to il segno , onde tutti e tre corressero all' assalto , 

quelli 



QUINTO ì97 

quelli che col Generale erano diretti air assalto di 
Monbello sparvero in un momento dalla pianura e 
velocissimi salirono le mura senza esser offesi da un 
colpo dei difensori . Ma questi sebben tardi , e lenti 
sulle prime, maturamente con ogni sorta d'armi die- 
dero adosso alli assalitori , così che fattane strage , 
miseramente dovettero i nemici ritirarsi . Luigi del 
Verme diede un finto assalto a Torlonga tenendovi 
impegnata la guarnigione. Ma al Roverotto ilTallia- 
no diede un assalto più vivo , più forte e più lungo , 
mentre che i soldati pieni di speranza di esser vinci- 
tori , ed allettati dal bottino che loro era promesso, 
niente curavano il pericolo della morte . Gli assediati 
però animati di dover resistere , o morire fecero una 
prodigiosa, e sorprendente resistenza, sicché dopo 
una strage sanguinosa ed inumana , fu creduto es- 
pediente al Talliano di ritirarsi . Si combattè poscia 
di lontano d^ tutte tre le parti per lo spazio di un 
ora, ma non cessò nei combattenti l'ardore di veni- 
re a nuovi sperimenti del vicendevole coraggio . 

Intanto che dall'una parte, e dall' altra si giocava 
con l'artiglieria o per offendere o per allontanar li 
offensori , il. Generale Pianino, ed il Talliano con- 
sigliarono con li altri Ufficiali cosa tornasse meglio 
di fare per onor deli' armi , e per la meditata con- 
quista di quella Piazza . Vi fu chi pensò doversi dif- 
ferire ad altro tempo un nuovo assalto dopo d'essere 

K 3 ancor 



ipS LIBRO 

ancor più rovinate ie mura , e stancati gli assediati : 
prevalse l 1 opinione del Generale, e del Talliano di 
non dover lasciar tempo a quelli entro la piazza , ma 
immediatamente passare ad un altro attacco più dia- 
bolico, e impetuoso dei primi . Allestirono adunque 
le truppe che fossero invigorite e fresche , e fatto lor 
credere, che i più valorosi diffensori erano o morti , o 
feriti, che era scemato di molto il numero, ed illan- 
guidito l'ardore, e che ad essi sarebbe toccato il pri- 
mo sacco della ricca Città, spinsero di bel nuovo a 
tutte tre le parti la milizia , e specialmente a Mon- 
bello ed al Roverotto . Operarono da prodi , e valorosi 
gli assalitori, operando senza confusione e senza smar- 
rire, ma trovarono negli assaliti resistenza tale, e 
tanta, che vedendo il Generale moltiplicarsi la stra- 
ge senza frutto fece suonare la ritirata • 

Il Generale Picinino mal contento della perdita di 
tanta brava gente senza aver presa la Città, da uomo 
prudente eh 1 egli era , pose in consulta di guerra , se 
convenisse abbandonare T impresa , o tentar per la quar- 
ta volta la sorte dell' armi . Talliano sostenne con 
veemenza il secondo partito, e fu presa la deliberazio- 
ne di continuar l'impresa. Con la solita furia pertan- 
to sì proseguì a battere la Città coi cannone per far- 
vi più grandi le breccie e per distruggere i nuovi ripa- 
ri che andavano lavorando i miseri assediati . Il Tal- 
liano dalla parte del Roverotto attese a fare sotterra- 
nei 



QUINTO i 99 

nei scavamenti , ed intanto si andarono facendo or di 
giorno or di notte dei fìnti attacchi per non lasciar iti 
riposo i miseri Cittadini , ma anzi stancarli estrema- 
mente , acciò nel nuovo assalto si trovassero spossati t 
e languidi , ovvero presi da debolezza dell' ànimo fi- 
glia e madre della debolezza dd corpo , e così discen- 
dessero a capitolare la resa. In fatti cominciava ad en- 
trare la diffidenza delle proprie forze, ed il timore 
tanto nei soldati della Città , quanto in molti Citta- 
dini . Con voce languida dicevano tra loro , che se il 
nemico proseguiva l'assedio, e molto più se pratica- 
va un'altro assalto, non vedeano come potessero reg- 
gere alla difesa, tanto più che il campo nemico rice- 
veva nuovi rinforsi di truppe. Indi cresceva in alcu- 
ni il timore e mancava la lena; altri parlavano , altri 
cogitabondi tacevano, quando un altra parte di mili- 
zia e di Cittadini rifiutando con indignazione questa 
esposizione, e questi timori da loro tenuti per vani 
e vili ; pieni di ardore e di coraggio e di costanza 
rispondeano non doversi rendere la Città ne tampoco 
con capitolazione f perchè poteva esser difesa , e per- 
chè trovavasi provista di forze , e di viveri , 

Intese tutto questo il Pianino da un disertore che 
fuggì dalla Città passando per il campo nemico : En- 
trò per questo in lui la speranza di aver la Città per 
capitolazione . Quindi spedi in figura di araldo Luigi 
del Verme nella Città a dichiarare alli assediati che 

N 4 nulla 



200 LIBRO 

nulla più premeva al Duca suo padrone , che la con- 
servazione di una delle più rinomate Città della Lom- 
bardia qual era Brescia, essendo specialmente presi- 
diata da una guarnigione sì prode , e valorosa, della 
quale dovea lodarne la condotta . Laonde toccava a lo- 
lo di sciegliere se volessero rendere la Città con ono- 
revoli e vantaggiose condizioni , ovvero tentare la sor- 
te dell' armi . Li Bresciani con indignazione ascoltaro- 
no la proposta, e con risolutezza la rifiutarono, te- 
nendo la proposta loro fatta per un effetto di debo- 
lezza di forze nelli assedianti . 

Ritornato al campo Luigi del verme con il rifiu- 
to delle offerte fatte aili assediati , il Generale pensa 
di dar loro il quarto assalto nel giorno di S. Lucia . 
Fece battere con la maggior forza la Città per tener 
^n vigilia, e sull'armi gli assediati, e nella notte il 
Talliano fece dar fuoco alle mine scavate per far sal- 
tar in aria le mura. Ma li assediati aveano fatto in 
modo che le mine sboccassero al di fuori , e loro non 
ne venisse il danno meditato d^l nemico. Al compa- 
rir del giorno ordinò i soldati il Pianino, e scorren- 
do le file , animò con i modi più efficaci la soldates- 
ca , rinovando le promesse del sacco, e delle ricom- 
pense ancor più ampie di prima. Indi dato il segno 
della battaglia fu fatto il triplice assale: i tre no- 
minati luoghi della Città . Nonsipuj descrivere quan- 
to animosi, quanto veloci eseguissero i comandi i solda- 
ti del 



QUINTO sor 

ti del Picinino avvallandosi in buon ordine , e mas- 
sime a Monbello, dove comandava il Generale. Sa- 
livano questi , respingevano quelli con pari coraggio , 
€ con egual resistenza . Usavano vari stromenti per 
offendere ; gli assalitori erano arrivati sì vicino alli as- 
saliti , che quasi venivano alle mani con le spade e 
sciable, e perà cessarono dall'una patte e dall'altra 
di dar fuoco al cannone , perchè averebbero danneggia- 
ti i suoi , in tempo che volevano offender il solo ne- 
mico. Se talvolta erano in certa distanza, usavano i 
soldati del Picinino certe pertiche aventi un uncino 
penetrante posto sul/a sommità , con il quale affer- 
rando il difensore, giù dell'argine il tiravano a rom- 
picollo a piedi òq\ nemico, per servir di scala a chi 
saliva più alto. V'erano anche framischiati gli archi- 
bu-ggicri che recavano gran danno ai miseri difensori 
della piazza . Durò a MonbclJo quasi un ora il con- 
flitto, e tale, e tanta fu la ferocia, e la costanza, e 
la durezza di quei difensori che non poterono mai 
essere sloggiati dai posti, ne mai gli assalitori valse- 
ro ad impadronirsi delle mura. Fu mirabile il vedere 
con quali arti, e con quante armi si difendessero i Cit- 
tadini, gettando ora fasci di legna divampanti , or va- 
si di pece ardente, or acqua bollente, e quanto lor 
veniva alle mani . Le Donne stesse venivano a levare 
i feriti e li portavano a medicare . 

Sdegnato oltre modo il Generale Picinino in ve- 
dersi 



202 LIBRO 

dorsi nuovamente respìnto, pensò di rivolgere le for- 

ze al lloverotto, dove l'infaticabile Talliano dava V 

c alto . Diede ordine alli artiglieri di far giuocare il 

y alla parte di Monbello , indi col fior delli 

milizia volò a quella parte a rinforzar il Talliano. 

Unitosi allo stesso raddoppiò li sforzi, e tentò di su- 
perare le mure . Fu V empito gagliardissimo , e li di- 
fensori già di numero minori, e spossati di forze co- 
minciavano a cedere, quando dai prodi difensori chia- 
mate le truppe di riserva resistettero di bel nuovo . 
Urano i soldati del Talliano coperti da morioni di 
ferro, e muniti di lance. Le offese che tentavano di 
far loro andavano vuote , e gli inimici intanto s' avan- 
zavano . Li miseri Bresciani si vedevano vinti, quando 
ricorsi ad un stratagemma loro venuto in mente, ebbe- 
ro qualche vantaggio. Empiti molti vasi e cartocci in 
vari modi fatti , e nodati , alcuni di polvere mista con 
calce viva sottilmente burattata , altri ripieni [di sola 
viva calce sottilissimamente polverizzata, li gettava- 
no tutti ad un tratto, e sopra il capo de' soldati ne- 
mici, e dentro la nemica turba , ed avanti li assalitori 
delle mura. I primi a fuoco scopiavano con sorprenden- 
te forza e strepito, ferendo e divampando, e il den- 
so e mefitico fumo , si dilatava , e spargevasi dagli uni 
e dagl' altri preparati artifizi , irritando fortemenre il 
polmone e gli occhi dei nemici toglieva loro la vista 
ed il respiro, e cadevano per terra lippi e ciechi , con 

ferina 



QUINTO 20 3 

ferina tosse ansanti. Questo scompose le file, ma i 
Capitani tennero ancor ferma la soldatesca e la inco- 
ra ggifp no , sebbene molti dovessero esser condotti via 
per mano, e molti altri ritirarsi da se brancolando e 
gemendo. Si tenne fermo dagli assalitori, ma venne- 
ro sempre respinti . 

Voleva il Pianino nel seguente giorno sciolgere 
l'assedio, e convertirlo in semplice blocco per far pe- 
rire di fame la Città, e mandar a quartieri d'inver- 
no le truppe , le quali non poteano più reggere in 
campagna. Ma il generosoTalliano non sapea distac- 
carsi dall'impresa, e voleva tentare un altro attacco 
con nuove milizie e fresche. Confidava ancora in un 
arma non più veduta, ed era questa atta a mettere 
in costernazione gli assediati . Consisteva in certi va- 
si di legno pieni di polvere e cerchiati di ferro , e 
muniti di punte atte a ferire ed arrestare in ogni po- 
situra . La volontà che dominava ancora nel Generale 
di aver in mano la Città, fece che inclinasse a fer- 
marsi , ed a tentare un estrema impresa. Tuttala not- 
te si preparò quanto era necessario all'assalto. Siili* 
alba del giorno la milizia si trovò nelle tre solite par- 
ti alle mura, ed al Roverotto , e fu impetuosissimo 
l'assalto. Nel calor della mischia si diede fuoco ai va- 
si sopradescritti , che rompendo ad un tratto e man- 
. dando fiamme misero gli assediati in tale "scompiglio 
che molti non sapendo che si facessero si precipita- 
rono 



204 LIBRO 

rono dall'argine F Era quello il punto felice perii 
Talliano di impadronirsi dell' argine che restò voto 
per alcuni minuti ài tempo : ma un denso fumo ca- 
gionato dalia polvere non gli lasciò vedere il luogo 
della vittoria. Non avvanzò con la sua gente, e per- 
dette querelici momenti onde potèa salire le mura e 
farsi padrone della piazza. Aspettò che si dileguasse 
H fumo che come densa nuvola non lasciava vedere il 
luogo e la facilità della salita; ma più presto s'av- 
videro li assediati che V argine dove tendeva salir V ini- 
mico era senza difesa , e però accorsi velocemente di 
bel nuovo V occuparono- Le grida e la voce del misero 
popolo si sparse da un canto all' altro della Città , onde 
tutti corsero a quella parte ripigliandone la difesa con 
maggior forza e calore di prima . Tentò bensì il Tal- 
liano con indicibil forza e coraggio di salire le mu- 
ra, ma trovò un coraggio da disperati nelli Cit- 
tadini e soldati Bresciani, che con ogni, e qualun- 
que sorta d* armi , e stromenti offendevano , e ribat- 
tevano i nemici, sicché questi piegando alquanto per 
non poter più resistere, gli assediati alzarono le gri- 
da, e scesero impetuosamente dall' argine dando adosso 
al nemico, che si vidde costretto a voltare le spaile. 
Disperando il Picinino di poter allora ottenere vitto- 
ria diede il segno della ritirata . li vegnente giorno 

fece levare 1' artiglieria ed il bagalio , e ritirai*, 
si a S. Eufemia avendo dato fuoco alle macchine di 

cui 



QUINTO 20) - 

cui si era servito nelli attacchi fin allora praticati .' 
Fu grande la confusione nel campo nei General Mila- 
nese, ma fu altretanta l'allegrezza dei Bresciani, che 
con processioni HiVcte , e con solenni sacrifizi ringra- 
ziarono il grande Iddio delle vittorie , che si fosse de- 
gnato di salvarli dalle mani di un inimico che minac- 
ciava 1' universal saccheggiamento della Città . Divul- 
gò la fama che i SS. Faustino e Giovita con la loro 
augusta presenza , arrestassero li avvanzamenti del ne- 
mico , e divergessero il cannone , e tutte l 1 armi del 
Picinino. Ma senza ricorrere a' mezzi sopranaturali , fu 
tale e tanto il valore, F intrepidezza, l'arte, ed il 
tutto di que' soldati e Cittadini, che vinto avrebbero 
e scacciato un più forte Picinino. Fu posta per altro 
un' iscrizione in quel luogo a memoria dei posteri , e 
Lodovico Foscarini quattordici anni dopo V assedio go- 
vernando la Citta per nome della Repubblica Veneta 
ne scrisse di ciò due lettere a S. Lorenzo Giustinia- 
ni t benché egli non fosse stato testimonio occulare. 
Vedremo in seguito quello che operassero i Valeriani 
proseguendo la guerra . 



il fine del libro Quinto 



LI- 



io* LIBRO 

LIBRO VI. 
SOMMARIO. 

/. Soccorso mandato da Veneziani a Brescia, quale vie- 
ne preso dal Talliano . 

JL Invade questi ili stati del Conte di godrone , e res- 
ta poi vint0 a Castel Romano . 

1IL II Vicinino da il sacco a molte terre della Val Sabbia . 

IV. Francesco Sforma fatto Gena ale dei Veneziani , e 
fiotta sul Lago di Garda . 

V* Il Vicinino occupa il Veronese e Vicentino , poi si 
ritira sul Bresciano . 

VI. Flotta dei Veneziani sul lazo dispersa dal Vicinino , il 
quale è poi vinto dallo Sforma a Termo , da dove per vix 
di Lodrone soccorre Brescia, . 

VII. Altra flotta dei Veneziani sul Lago , e presa di 
Salò . 

VIII. Liberazione di Brescia . 

IX. Ricompense date da' Veneziani alloro sudditi ed al 
Conte di Lodrone . 

X Vrivilegio dato a Brescia dì spedire un Vodestà in 

Salò , e successi di questo affare . 
XI. V rivi leg i delle Valli mantenuti in vigore . 
Xil. Nuova guerra de* Veneziani col Duca di Milano. 
XIII. More il Duca . 
$IV* Francesco Sforma pretende succedere , 

xr. 



SESTO 207 

XV Lega dei Veneziani con lo Sforma . 

XVI. Separazione delle Valli dal Territorio l 

XVII. Fresa e sacco di Pontevico . 

XVI IL Pace seguita trai Veneti ani ed il Duca Sforma ; 

XIX. Separazione della Val Sabbia dal Territorio . 

XX. Guerra dei Veneziani contro il Duca di Ferrara* 

XXI. Nuovi attentati per annullare i privilegi delle V&llL 



iP, 



erdute che ebbe il Generale Pianino le speranze 
di sforzar Brescia con l'armi, rivolse rutti li suoi 
pensieri a sforzarla con la fame, convertendo l'asse- 
dio in blocco . Dal territòrio sì fertile non potevansi 
tradurre i viveri, perchè i soldati occupavano tutti i 
posti, e li territoriani ancora o sottomessi, od affe- 
zionati al Picinino non si curavano dì farne il traspor- 
to . Per le terre di piedemonte e per la Riviera del 
Lsgo di Garda erano sparse le truppe a quartieri 
d'inverno, e oneste tenevano ogni villaggio in sogge- 
zione . Da altra parte non poteva prestarsi soccorso 
alia Città se non per via delle Valli. Intese il Pici- 
nino da certi esploratori, che il Generale Gattamelata 
meditava di mandar soccorsi per la via del Trentino 
concertato con il Conte Paride di Lodrone perchè li 
facesse giungere a Brescia : onde il Talliano inoltrò 
nella Val Sabbia un grosso distaccamento di infante- 
rìa e Cavallerìa per impedire i soccorsi, e tenere in 
soggezione quei popoli . Fece anche avvanzare alcune 

trup- 



20$ LIBRO 

truppe fin sopra il Lago di Gitela mettendo guarnigio- 
ne nel Castelli di Arco e di Tenno . Pressato il Gat- 
tamelata dai comandi dei Veneziani , the erano scon- 
giurati dai miseri Bresciani a non lasciarli perir di 
fame , volle tentare di mandar un sufficiente convoglio di 
grani fino a Lodrone , Ertiti perciò caricare quanti giu- 
menti , e sommieri potè rinvenire con la scorta di joo 
soldati .li spedì per la Valle di Adige acciò piegando 
per Mori s' innovassero fino a Lodrone. Era la not- 
te delli 12. Gennaro, e camminavano tra nevi e giacci 
senza ritardo , quando passando verso Tenno per pe- 
netrare nella Giudicaria , il Talliano che era informa- 
to di tutto pose in agguato la sua gente per sorpren- 
dere la truppa, e farsi padrone delle vetture e de' gra- 
ni che si trasportavano. Passarono sotto Tenno col 
maggior silenzio penetrando per la strada che s'inter- 
na nel bosco, e quando l'ebbero passato si tenevano 
sicuri dall' insidie nemiche, quando all' improvviso 
smacchiarono i soldati vicino di un rivo che mandava 
Tacque sopra la via. Presi i soldati, e i conduttori 
del convoglio da timore non si dispersero nò in varie 
parti , perchè non era forse loro permesso dalla stret- 
tezza del luogo, ma andarono a rifuggiarsi sopra una 
colJina che dava la facile salita anche alle vetture pen- 
sando di coJassù celarsi ed essere salvi. Ma l'accorto 
Capitano presto circondò quel colle, e tutto ven- 
ne nelle sue mani facendo prigionieri li soldati ed 

i mi- 



SESTO 2 £ 

i mìseri mulattieri che conducevano le vettovaglie 1 
II. Fatto questo grosso bottino pensò il Tallia- 
no ad invadere i piccioli stati del Conte di Lodrone 
contro del quale sì il Picinino che esso erano molto 
accesi d'ira, e di rancore ; Ricordandosi essi de' dan- 
ni risentiti dal Conte Paride in ValCamonica, e co- 
me avesse favorito il Gattamelata quando con le trup- 
pe passò da Brescia a Verona t e molto più sapendo che 
esso solo era attaccato al li Veneziani in quelle parti, 
meditavano di farne aspra vendetta . Diresse adunque 
il Talliano le sue milizie verso Lodrone. Di ciò av- 
visato il Conte spedì a Brescia a chieder soccorso da 
Pietro Avogadro, il quale subito fece marciare ver- 
so Lodrone seicento fanti. Entrarono questi per la 
via di Nave nella Val Sabbia , e giunti alla Mozza 
seppero che coli era accantonata nel verno una com- 
pagnia di Cavallerìa del Picinino, che niente temendo 
i nimici prendeva il riposo . Assalirono la stessa ali* 
improvivso ed uccisero alcuni soldati e molti ne fecero 
prigionieri via conducendo i cavalli . Tebaldo Graziot- 
tì da Vestone mosso avea tutto quel g'rosso Paese , e 
quella parte della Val Sabbia occidentale che dicesi 
Pertica , e con un corpo di jo®. soldati si era unito 
con quelli spediti dall' Avogadro . Un rinforzo così 
ragguardevole giunto a Lodrone fece superiore il Cava- 
gliene al Talliano, e però, tosto s' avvanzò fino a Cas- 
tel Promano posseduta in feudo da lui, al quale il 

O Tal- 



2io LIBRO 

Talliamo avea posto l'assedio. Alli 22. di Gennaro 
si fece battaglia , e la vittoria fu del Conte di Lodro- 
ne, che obbligò ilTalliano a salvarsi con la fuga en- 
tro la Rocca di Riva . 

III. Irritato il Picinino contro il Graziotti e quel- 
li di Vestono e della Pertica per essersi uniti alle 
truppe spedite dall' Avogadro, volle trattarli, con mi- 
litar rigore, da rubelli. Per ingannarli sparse voce 
di voler esso tentar 1' acquisto di Lodrone, e di Cas- 
tel Romano, la quale impresa non era stata per com- 
binazione di cause effettuata dal Talliano . Radunò 
buona parte del suo esercito che era nei quartieri d* 
inverno sul Bresciano , e facendo passare dei foraggi 
fece credere che tosto marciar volesse sul Trentino. 
Avea al suo servizio alcuni uomini della Valle , del 
principale de' quali è rimasta infame memoria . Mos- 
so questo dallo spirito di superbia, e per particolari 
vendette si era portato in tal occasione co' suoi ade- 
renti al serviggio del Picinino . Con la scorta adun- 
que di questi ribaldi s'inoltrò ftrelia Val Sabbia, e 
prese tutte le cognizioni delle strade e delle case do- 
ve potesse effettuarsi un ricco bottino, e di notte 
tempo divise l'esercito in molte squadre, assignanefo 
a ciascheduna la terra dove avevasi a dar il sacco > e 
la rea guida che le addittasse le case più ricche ed i 
luoghi più opportuni alPintenro. Fu recato un dan- 
no immenso a que' miseri abitanti di Vestone e della 

Per- 



SESTO 2rr 

Pertica, a 1 quali furano levati i mobili più preziosi, 
condotti via li bestiami , fattine molti prigionieri sen- 
za distinguere il reo dall'innocente. Quella notte ri- 
suonarono le Valli di pianti , e grida , e la terra di 
Prato , e quella di Odeno restarono totalmente incen- 
diate con la morte di più persone, e tra le proprie, 
e le altrui fiamme si vidde,Vestone illuminato a gior- 
no, nel più buio di quella notte lugubre. Da tale 
spettacolo impauriti gli altri abitanti della Valle res- 
tarono stupidi, né ardirono di lamentarsi con quel Ge- 
nerale che era presente alla desolazione. Così sparso 
il terrore in Val Sabbia si avvanzò verso Lodrone cos- 
teggiando il Lago d'Idro , e fermatosi alle rive del 
CafFaro ben presto s' impadronì di Lodrone , e rapi- 
damente si avvanzò fino a Castello Romano per impa- 
dronirsene. Ma trovò là accampato il Conte Paride 
che gli fece fortissima resistenza . E perchè erano i 
giorni, e le notti fredissime, né poteva l'esercito del 
Picinino trovar foraggi , dovette il Generale ritirarsi 
nella Riviea de! Lago di Salò per dar quartiere alle 
truppe, che non poteano più reggere al rigore deli 5 
orrida stagione . 

IV. In tanto la piazza di Brescia penuriava di 
viveri, ed i raccolti del territorio erano stati per or- 
dine del Picinino racchiusi nei Castelli , e nelle For- 
tezze , onde meglio custodirli dalle scorrerie dei Brc* 
sciani già divenuti bisognosi di vettovaglie , Dimanda- 
ci z vano 



212 LIBRO 

vano bensì soccorrer a' Veneziani, e questi pur erano 
ansiosi di sovvenirli , ma da per tutto s'incontrava- 
no ostacoli insuperabili . Desideravano però essi di 
tentare le vie più forti , e risolute, onde soccorrere una 
Piazza tanto fedele al nome Veneto e tanto loro im- 
portante. Fecero lega coi Fiorentini , e condussero al 
loro servizio Francesco Sforzi il più rinomato Guer- 
riero di quei tempi , e meditarono altresì di armar una 
fiotta sul Lago di Garda per trasportar vettovaglie su 
le rive occidentali del Lago e quindi per terra farle 
passare a Brescia . 

Allorché il Marchese di Mantova era unito coi 
Veneziani li navigli della Repubblica aveano una fe- 
lice comunicazione cori il Lago di Garda ascendendo 
il Pò ed il Mincio, ma tosto che <5io: Franceso Gon- 
zaga si dichiarò a favore dei Duca di Milano questa 
comunicazione fu tolta, d'onde derivò la facilità del- 
le conquiste del nemico sulle due rive del Lago e 1* 
estrema difficoltà di portar soccorsi alla piazza di 
Brescia. Con immensa spesa risolsero i Veneziani di 
formar una flotta in Torbole, e fossero li materiali, 
o i membri preparati de' Vascelli, o fossero i Vascel- 
li intieri che Sorbolo Candiotto condusse per la via 
dell* Adige, indi per Mori e Lopio, questo sappia- 
mo che fu equipaggiata in Torbole una rispettabile 
fiotta a fine di aprirsi una via al soccorso della Città ; 
L'elezione dello Sforza in Generale dell'armata 

Vene** 



SESTO 21$ 

Veneta , quando venne intesa dal Pianino fu per lui 
un oggetto di altri pensieri . Risolse di avanzare le 
sue conquiste verso le frontiere del Veronese e Vicen- 
tino, e perciò passato il Mincio , e unitosi al Marche- 
se di Mantova sottomise il piano ed il monte dei ter., 
ritorio Veronese e Vicentino , obbligando ilGattamc- 
Jata a ritirarsi sul Padovano. Questa lontananza del 
Picinino da Brescia , e la poca guarnigione lasciata al- 
la difesa delle bastìe di S. Eufemia , S, Croce , e Mon- 
piano fu alquanto opportuna per i Bresciani che era- 
no ridotti a mangiare le carni di Cavallo e per fino 
i Topi . Pietro Avogadro perciò animò i Cittadini » 
ed ordinò a* soldati di venire air attacco delle bastìe . 
La turpe fame li persuase ben presto, e li incoraggi . 
Esso chiamò in soccorso i soldati delle Valli , e in par- 
ticolare quelli della Valtrompia non essendo da altre 
parti divertiti. S'impadronirono delle bastìe, e li 
Cittadini respirarono vedendosi in israto di procurar- 
si qualche tenue sussidio. Erano anche insorti alcu- 
ni fatti d'armi fra la Riviera d* Iseo attaccata per ge- 
nio al Duca di Milano, ed i suoi confinanti Trium- 
plini uniti ai Veneziani , ma venne tra loro forma- 
to accomodamento sul monte Percolo con istromen- 
to fatto il primo Gennaro 1440. 

Intanto lo Sforza sollecitato da* Veneziani era 
comparso sui Padovano per comandar l'armi e si era 
unito al Gattamelata indrizzandosi alla volta dei Pici- 

O $ nino* 



*&* LIBRO 

©ino. Era ben agguerrita la sua gente ed era in tal 
numero da poter far fronte al Picinino trionfiate e 
vittorioso fuori che nell'assalto di Brescia . Ora il 
Generale Milanese scorgendosi inferiore di forze , ed 
avehdo una grande opinione del valore dello Sforza p 
delle di cui gloriose imprese risuonava la fama , non si 
fermò ad aspettarlo, ma andò ritirando le sue truppe 
per non impegnarsi in battaglia. Decampò dal Vi- 
centino, ed a poco a poco abbandonò tutti i luoghi 
che avea acquistati sul Veronese passando il Mincio 
ed accampando sul Bresciano . 

VI. Fu intesa con giubilo in Venezia la ritirata 
del Generale Picinino dal Vicentino, e Veronese, e 
parve il tempo opportuno di soccorrere la Città di 
Brescia, acciò si mantenesse costante al Veneto Domi- 
nio. Già si era preparata la flotta inTorbole, ed era- 
no in pronto le vettovaglie da trasmettersi a Brescia 
onde parve allora il tutto opportuno al colpo . Era 
pure il nemico padrone della maggior parte dei Cas- 
telli del Veronese e del Bresciano, che sono sulla ri- 
viera del lago. Sforza marciò per ricuperarli, ed in- 
vestì Bardolino sulla riva orientale. Fece accendere dei 
fuochi per avvertire la flotta Veneziana del suo arrivo , 
e della sua posizione, ma o che il segnale non fosse 
veduto , o che i venti contrari si opponessero ai mo- 
vimenti di quella , essa non comparve , di modo che 
il Picinino che era allora a Peschiera ebbe tempo d # 

imbar- 



SESTO t%$ 

imbarcarsi e di introdurre soccorso nella piazza . Que- 
sta mossa mal intesa unita alle malattie di languore 
insorte nell'armata dello Sforza, a cagione delli ec- 
cessivi calori, e nocivi alimenti, obbligò il Generale 
a levare F assedio e condurre verso Verona le sue trup- 
pe a quartieri di riposo . 

Questa ritirata fatta dallo Sforza espose la flotta 
Veneziana alle scorrerìe del nemico, sicché incontra- 
tane una squadra rimase invilupata con forze superio- 
ri, e furono predate quasi tutte quelle navi. 

Questo accidente rese lo stato di Brescia più infe- 
lice di quello fosse stato mai . La costanza di quella 
guarniggione, e degli abitanti si era sostenuta fino al- 
lora con la speranza di un pronto soccorso , e perciò 
era da temersi, che 1* estremo a cui ridotti erano per 
la mancanza de' viveri, non li ponesse all'ultimo a\r- 
villimento: per lo che il Senato scrisse allo Sforma di 
tentare ogni via per farvi entrare soccorso . Bisognava 
a tal uopo varcare delle montagne e paesi incolti, e 
far il giro del Lago per tutta la sua estensione . Sfor- 
za s'incaricò di superare queste difficoltà; ma averti 
il Senato che allontanandosi lasciava la Città di Ve- 
rona in pencolo; che il nemico accampato vantaggio- 
samente presso Peschiera era a portata di frastornare 
le sue operazioni rivolgendosi a quella Piazza . Il Se- 
nato non curò questo pericolo fondato sulla vigilan- 
za dei Rettori di Verona, e nella bontà delle suefor- 

O 4 tifi- 



2i6 LIBRO 

tiHcazioni , e volendo soccorrere il più bisognoso re* 
plico che fosse dato soccorso a Brescia 9 assicurando 
il suo Capitano Generale chi li accidenti sinistri , cbe 
ne potessero avvenire non gli sarebbero imputati. 

Sforza ubbidì; spedì i suoi grossi equipaggi in 
Verona > e marciò attraverso le montagne del Verone- 
se verso il castello di Penda presso Torbole dove era 
la fiotta Veneziana ; passò la Sarca e piantò il suo 
campo nella pianura tra Arco e Riva . Dopo qualche 
giorno di riposo continuò la sua marcia verso le mon- 
tagne del Bresciano. I nemici occupavano in queste 
montagne il castello di Ten di cui bisognava impa- 
dronirsi per aprire la strada verso Brescia . Questo cas- 
tello situato sopra una rocca scoscesa pareva inacces- 
sibile agli attacchi . Sforza intraprese per sottomet- 
terlo , e lo fece investire dalie sue truppe: impegna- 
ta lafguarnigione alla difesa fece intanto passare i con- 
vogli che avea condotti , e passati felicemente ebbe la 
Città di Brescia alcune sussistenze . 

Il Pianino convinto che tutte le sue conquiste 
dipendevano dalla conservazione di quel castello di 
Ten , risolse di far ogni sforso, perchè Sforza non se 
ne impadronisse. S'imbarcò con tutta la sua armata 
a Peschiera , montò il Lago ed arrivò al porto di Ri- 
va. Fece subito le sue disposizioni per avvicinarsi ai 
Veneziani, ehe occupavano su quelle alture un posto 
vantaggioso, e trincierato . Nei primi giorni non tb-j 

bcro 



SESTO 2t 7 

bero che a scaramucciare > alla fine li j di Novembre 1 
pose tutta la sua armata il Pianino in ordine di Bat- 
taglia ed attaccò le trincèe Veneziane. Vi trovò una 
resistenza che non potè mai superare : le sue truppe 
dopo aver fatto prodigi di valore piegarono ed inves- 
tite dalP inimico si diedero alla fuga; i Valleriani Sa- 
bini condotti dal Graziotti che stavano in aguato pres- 
so quelle alture incalzarono i fuggitivi e li disperse- 
sero . La rotta fu generale; una parte si gettò con 
precipizio sulle navi, il resto si disperse nei boschi 
Carlo Gonzaga^fìglio del Marchese di Mantova restò pri- 
gioniero con molti altri Ufficiali di grado.. Pici-nino con 
istento si salvò nel castello di Ten, quale poco dopo si 
fece portar fuori entro un sacco a uso degli appesta- 
ti , che suonando un campanello si portano a sotter- 
rare , e in questo ipodo potè unirsi co' suoi fuggias- 
chi in Rifa . 

Ad un principio prospero e felice correndo Van- 
no 1440. si aggiunse un altro più rilevante per Farmi 
Venete. Perduta h prima battaglia sul lago, si lavo- 
rarono nuovi legni, e si riattarono i mal trattati e 
fu presto in ordinanza la flotta, non potendo persua- 
dersi i Veneziani che una potenza formidabile in ma- 
re non avesse a vincere in un lago contro un inimico 
avvezzo a combattere in terra. Uscì questa dal porto 
e col favor qq\ vento si presentò alla flotta ad Duca 
di, Milano sopra, della quale fece un $i terribile fuo- 
co che 



«• LIBRO 

co che dovette tantosto piegare-, inseguita quindi con 
tutta l'arte andò affatto dispersa e potè allora la sol* 
datesca Veneta approdare ai "porti delia Riviera . S'im- 
padronì tantosto delle terre ài quel litorale , e dei 
Castello di Salò e fece senza indugio passare a Bres- 
cia vettovaglie e soldati . 

Vili. Il Generale Pianino nei giorni in cui se- 
guì la battaglia sul lago fu richiamato dal Duca a Mi- 
lano con la maggior parte del suo esercito per passare 
a far la guerra contro i Fiorentini. Allora lo Sforza 
vedendo che il Bresciano restava quasi vuoto dalle for- 
ze nemiche disceso per la via deli* Adige sul Verone- 
se passò il Mincio al!i 3 di Giugno riacquistando quel- 
le terre , che erano state occupate dall' armi Milanesi , 
Senza ritardo marciava sempre inseguendo quell'avan- 
zo di armata che era rimasta in quel territorio. Rag- 
giuntola in dieci giorni verso Orzi novi la sorprese , 
e la disperse restando molti uccisi ed altri [salvandosi 
al di là dairOglio. Una vittoria così completa resti- 
tuì al Veneto dominio le terre occupate da nemici , al- 
la Città di Brescia la primiera felicità , ed al Genera- 
le Sforza aggiunse nuova gloria e splendore . Perirono 
in quel lungo assedio molti Cittadini , e Valleriani , 
avendo Cristoforo Soldo conservata la memoria di due 
milla e più registrando nome e cognome in un antico 
libro, avente per titolo Custodie di Cristoforo Soldo . Si 
dicono in corotto idioma i registrati in questo docu- 
mento 



SESTO 119 

mento Cittadini dalle Sorghe , perchè nelP ultimo tem- 
po dell'assedio furono costretti a cacciare la fame con 
la carne di que'schiffosi animali che si dicono Topi , 
t in lingua volgare Bresciana Sorghe . 

IX. Liberata così la Città ed i vicini paesi si perù 
so a riparare gli immensi danni che sono i tristi effet- 
ti della guerra. Si cominciò ad amar l'Agricoltura, 
si destò il commercio, si riaprirono i Tribunali , e si 
ricomposero i Corpi pubblici étììc rispettive Comuni- 
tà . Le Valli Trompia e Sabbia respirarono anch' esse 
l'aura purissima della comune felicità, e s'ingegnaro* 
no di migliorare la loro sorte . La Val Trompia spedì 
Deputati a Venezia ad implorare le beneficenze dal Se- 
nato attesa la costante fermezza manifestata in tutto il 
tempo della guerra. Ottener© in fatti la limitazione 
«Ielle pubbliche imposte ristretta a due terze parti che 
soleano pagarsi in tributo , e furono riconfermati li 
suoi privilegi . Non solo venne ricompensato il pub- 
blico , ma anche furono premiati i particolari che si 
presentarono e che si erano distinti in tempo delia 
guerra. Galvano dalla Nozza che avea perso il suo fa- 
glio Aldreghino in battaglia ed avea sempre mostrato 
valore tra le militari fatiche , ottenne in feudo le ter- 
re di Abbione , Agnosino, Odolo , e Preseglie . La 
Val Sabbia ricorsa alla Veneta munificenza espose i 
danni sofferti nel sacco del Picinino chiedendo diverse 
grazie dal Principe Serenissimo. Fu anch'essa riguar- 
data 



2*° LIBRO 

data benignamente e favorita come la Val Trompia ; 
ma per allora niente più come vedesi dalla Ducale 
21. Luglio 1440,, ma nell'anno seguente meglio co- 
nosciute le indigenze, ed i danni sofferti da' suppli- 
canti fu esaudita in tutte le sue petizioni , e venne 
pure ad istanza della Valle severamenre punito quegli 
che dato si era, come dicemmo di sopra, al servigio 
del Picinino, confiscandogli tutti i suoi beni. 

Nell'anno 1441. cessato ogni timor di guerra potè 
il Senato Veneto riconoscere anche il merito di altri 
che avean prestati notabili servigi alle sue armi . Al 
Conte Paride di Lodrone avea la Repubblica dato in 
feudo il Castello di Cimbergh esistente nella parte su- 
periore della Valle Camonica, in segno di avere libe« 
rata quella Valle dall'armi del Duca di Milano. Ma 
attesi i danni sofferti per l'alleanza coi Veneti, dall' 
armi del Tal/iano , e più del Picinino, quando Lodro- 
ne e parte di quel Contado venne saccheggiato , e mol- 
to più per avere fatte con valere , e vittoria due im- 
prese d'armi ,il ConteParide pensava all'acquisto dei 
feudo di Bagolino, di cui ne avea avute lusinganti 
speranze dal Generale Gattamekta in nome dei Vene- 
ziani. Ciò lo persuadeva anche 1' antico titolo di pos- 
sesso sopra un tal feudo , quantunque i Guelfi lo aves_ 
sero privato di quei titolo , che sebbene era stato in- 
fruttuoso sotto il dominio dei Visconti sperava che 
servisse ad appoggiare le sue rimostranze appresso una 

Repub- 



SESTO 221 

Repubblica più riconoscente del merito di chi avea 
per essa esposta la vita. Di ciò 1* aveano tenuto in 
speranza anche li Veneziani, a' quali solo restava il 
desiderio di vedere i segni di una subordinata consen- 
sione nei Bagoliniper rilasciare l'investitura . Ne avea, 
tralasciato il Conte Paride di guadagnarsi l'amore di 
quel popolo, al quale avea fatti notabili benefizi , ed 
usate obbliganti cortesie, avendo esso tutti i mo- 
di di farlo , perchè era ricco , e potente Signore in 
quelle parti . Non potè però veder compiti i suoi di- 
segni, perchè venne a morte . Successero a Paride Gior- 
gio e Pietro , i quali immitando i generosi ed umani 
sentimenti del Padre si tennero benevoli quei di Ba- 
golino, ed ottennero lettere da quella Comunità, nelle 
quali esponevano il loro assenzo rassegnato a starsi 
sotto il dominio dei Conti di Lodrone 3 quallora fos^ 
se piaciuto al Senato di così disporre de* sudditi di 
quella terra. Servirono tali lettere ad agevolare la con- 
cessione in feudo del Paese di Bagolino accordata *alli 
Conti Lodroni per le loro benemerenze , dal Dog c 
Francesco Foscarì sotto li TI. Aprile 1441. Consiste- 
va la ragion feudale nel dominio civile di quella terra 
con la contribuzione di quanto pagavasi alla Camera 
Ducale . Il primo d' Ottobre andarono i due Conti 
Fratelli a prender il possesso, ^i cui ne fu formato 
istromento , promettendosi in questo da' Signori Con* 
ti di non fabbricar alcuna bastìa a fortezza ^senza ii 

con- 



222 LIBRO 

consenso dei Bagolini . Nel decorso di qualche tempo 
procurarono li Conti di unire alla potestà Civile la 
Criminale, ma essendone state portate lagnanze al Se- 
nato fu dal Doge Nicolò Tron rivocato il Feudo co- 
me appare da Ducale 18. Luglio 1472. 

X. La Città di Brescia come quella che aveva più 
sofferto nella guerra fu onorata di molti privilegi de* 
quali io qui non formo un esatto racconto per amo- 
re della brevità a queste memorie. Tra questi pri- 
vilegi uno si fu di potere nella Provincia, e Diocesi 
di Brescia spedire uno de' suoi Cittadini per Podestà 
di Salò , e sua Riviera. Residenza de' governanti quella 
Riviera era anticamente Mademo luogo cospicuo sul la- 
lagosa qual fu poi sotto Barnabò Visconti trasportata 
a Salò per comodo dei popoli. Eleggevano essi il Podes- 
tà , e quando vi dominava il Visconti venivano spe« 
diti da Milano i giudici come si spedivano a Brescia , 
Essendo passati i popoli sotto il dominio Veneto , fu 
introdotto un altro ordine , e li Bresciani come ora si 
è detto, ottennero di spedire un loro Cittadino, che 
governasse quella Riviera. Dispiacque molto un sì fat- 
to privilegio alli popoli della Riviera, i quali non 
mancarono di fare le più forti rimostranze a Venezia , 
onde fpssero giudicati , e governati come Io erano li 
altri luoghi e Città di qua dal Mincio, Intanto nac- 
quero di quelle gare tra popoli che mai non finisco- 
no, perchè mantenute dall'ignoranza e fomentate dai 

ozio 1 



SESTO 22$ 

ozio, e dal pregiudizio. Si dichiararono quei di Bres- 
cia che averebbero con la forza messi in pratica li 
favori del Principe , si espressero quelli della Riviera 
che se un Podestà Bresciano fosse venuto l'avrebbero 
fatto partire . Si riscaldarono ìi animi de' privati quan- 
do doveano pensare che V uomo non è giudicato o go- 
vernato da un altro uomo, ma. dalla Legge . Intanto i 
Bresciani nel 1441. elessero, per Podestà Francesco Bo- 
na , il quale andando per coprire quel posto , trovò 
sui confini della Riviera più di dugento persone che 
attraversando la strada , dissero al nuovo eletto Po- 
destà, che tornasse d'onde era patko, acciò non gii 
intervenisse qualche sinistro . Ritornò esso , e li Bre- 
sciani se ne piccarono grandemente. Quindi raduna- 
to il Consiglio delia Città presero il partito di ricor- 
rere alli Rettori di Brescia, a' quali esposero la ritro- 
sìa dei Safodiani, e della Riviera in non voler riceve- 
re per Podestà un Cittadino di Brescia eletta a norma 
del privilegia del Principe , e che però-vedeasi neces- 
saria una di queste due vie, o di permettere al Con- 
siglio che con la forza ponesse in Salò l'eletto Podes- 
tà , ovvero che uno dei Rettori con la sua presen- 
za ed autorità lo accompagnasse a Salò per sedare 
quel tumulto* Àldreghino dalla Nozza allora Capita- 
no de' soldati ©azionali , era pronto a servire la Cit- 
tà di Brescia con la soldatesca , e sembra aspettasse 
solo gli ordini per eseguirli, come raccolgesi ani libro 

in ti- 



224 1 1 B R O 

intitolato Raccolta di benemerenze pag. 237. Ma unto 
questo tumulto cessò per h prudente e politica condotta 
dei Rettori ài Brescia. Essi ammansarono gli animi 
dei Bresciani con buoni modi , ed è credibile che trat- 
tassero l'affare con li più prudenti, e saggi della Ri- 
viera, acciò prima si mostrassero obbedienti alii pri- 
vilegi concessi , indi passato un anno ricorressero 
a Venezia per vivere contenti . La cosa piegò in be- 
ne ; uno dei Rettori di Brescia accompagnò il Bona a 
Salò, e lo stabilì nella sua carica senza costrasti . 
Questo fu il primo, « 1' ultimo Podestà che giudicasse 
in civile e criminale, essendosi poi costumato che un 
Nobil Veneto governasse la Riviera , ed il Podestà si 
mandasse da Breseia a giudicare in civile . 

XI. Così ricolmati di grazie i sudditi , gli esteri 
e le Città per allegerire i danni della guerra sembrava 
che ipopoli sudditi dovessero gustare i frutti della pa- 
ce . Ma poiché il corpo politico va soggetto a diverse 
malattie , come il corpo fisico dell' uomo , comincia- 
rono i popoli a farsi guerra tra se stessi , scaricando 
gli uni il peso sopra le spalle degli altri. Ipopoli del 
territorio pretesero che anche le Valli soggiacessero alla 
spesa dV foraggi contribuiti in tempo d'armata alli 
Veneziani, Erano essi ricorsi per obbligarli al Do- 
ge Foscari, ma quando i Valleriani se ne avvìddero 
portarono ben presto V affare de' loro privilegi e ra- 
gioni al Trono Serenissimo, che lo trovò giusto, e 



SESTO 22? 

valevole a dichiararli liberi da tale contribuzione con 
Ducali 12 Agosto 1442. Dovendosi poi riparare le mu- 
ra della Città di Brescia e delle fortezze a spese di 
tutti sì privilegiati come non privilegiati , li popoli 
della Val Sabbia che aveano sofferti i gravi danni di 
-sopra accennati nelle guerre , vennero obbligati al solo 
riparo di Brescia, e non di Lonato e di altre fortez- 
ze, come in Ducale io Decembre 1442. La Val Trom- 
pia poi resistette per òue anni anche alla riparazione 
di Brescia, esponendo che essi Valleriani avevano man- 
tenuta con il sangue la Città a differenza degli altri, e 
che però era giusto che questi a loro spese almeno ri- 
parassero le mura . Terminò questo affare con una 
commissione Veneta data alli Rettori della Citta, ac- 
ciò inducessero con modi obbliganti i Triumplini a 
pagare quella somma che portassero le loro forze* 

XII. Arrivato l' anno 144*. si riacese la guerra 
tra i Veneziani \ e il Duca dì Milano . Questi non 
sapea vivere nella condizione disgustosa , che ordi- 
niriamente tocca a chi resta vìnto nelle battaglie . 
Uscirono adunque i due eserciti in campagna col 
possibile apparecchio per vincere; ma quell'anno fri 
pieno di felici avventure per li Veneziani. Essi che 
aveano lo Sforza per Generale erano sempre vincito- 
ri. Alli 28. di Settembre s' impadronirono di Casal 
^Maggiore, e riportarono sopra V armata del Duca una 
[Vittoria sì grande, che erano a portata di poter im- 

P padro- 



zi6 LIBRO 

padronirsi della stessa metropoli di Milano. Erano 
divenuti padroni di quasi tutto il Cremonese , e sem- 
brava che niente potesse resistere alle loro armi . 

XIII. Ma nell'anno seguente 1447. cangiò d'as- 
petto la fortuna, e cangiarono le vicende. Intervenne 
la morte del Duca Filippo di Milano , e non avendo 
lasciato alcun figliuolo dopo di se, anzi estinta essen- 
dosi in esso lui la linea masculina /pretese essere natura- 
le erede Francesco Sforza. Per tale pretesa il Genera- 
le Sforza che aveva rese formidabili le armi Venezia- 
ne dovette lasciare il comando dell'esercito Veneto, e 
farsi nemico di quelli che avea serviti con tanta fe- 
deltà e valore . Mutando li Veneziani Generale parve 
che mutassero soldatesca , e fortuna . Dopo la morte del 
Duca , li Veneziazi avevano preso Piacenza , ma lo 
Sforza alli 16. di Novembre la riprese d' assalto ucci- 
dendo molta guarnigione Veneziana. Alli i5. Luglio 
1448. la loro flotta sul Pò venne disfatta da quella 
dello Sforza nelle vicinanze di Casal maggiore; alli 15 
Settembre fu intieramente disfatta la loro armata a 
Caravaggio su la Gerra d* Adda . Così lo Sorza passan- 
do POglio senza contrasto s'impadronì di tutto il 
Bergamasco, e di gran parte del Bresciano ricuperan- 
do con la stessa rapidità que' paesi , che militando per 
li Veneti avea tolti ai defonto Duca di Milano . Ri- 
volse le sue mire anche verso Brescia sperando di far- 
sene agevoloience padrone: Ma le Valli Trompia e 

Sabbia 



SESTO 327 

Sabbia che avevano come in asilo ricoverati i miseri 
avanzi della battaglia di Caravaggio divertendo e ber- 
sagliando Tarmata del Duca fin sotto le vicinanze del- 
la Città tennero fermo, e Brescia non si arrese all' 
inimico . 

XIV. Li Veneziani che si vedeano affatto inferio- 
ri nell'armi pensarono di rivolgersi all'uso detrat- 
tati, ne' quali in que' tempi per la loro naturale pe- 
netrazione si scorgevano più fortunati . La Città di 
Milano reggevasi allora all'uso di Repubblica , e dis- 
gustata dal governo del Duca Filippo faceva ogni sfor- 
zo per farsi libera . Avea Milano eletto lo Sforza per 
Generale contro i Veneziani sperando di farsi padro- 
ne della Lombardia intiera. Ma lo Sforza che procu- 
rava di farsi padrone di Milano istessa se la inte- 
se co' Veneziani , promettendo loro la restituzione 
dei luoghi occupati sul Bergamasco e Bresciano, ed 
anche di Crema e Caravaggio, qualora lo avessero as- 
sistito con le loro armi, e coli* oro a deprimere quel- 
la nascente Repubblica ; Li Veneti che vi ritrovavano 
pienamente il loro conto, strinsero la lega alli 18. Ot- 
tobre , lega che parve incredibile , ma che finalmente 
fu pubblicata per vera e reale. Presti furono i Vene- 
ti alla spedizione delie truppe in soccorso e furono 
del pari solleciti nello spedire i sussidi. Passarono 
sulla Cetra d'Adda, e s'impadronirono di Caravag- 
gio y indi passarono all'assedio di Crema. Non ter- 

P a mina- 



228 LIBRO 

minarono questa impresa, perchè accorrendo in aiuto 
dei Cremaschi i Milanesi, i Veneti levarono l'assedio 
senza nemmeno aspettare il nemico . 

Li ministri della nascente Repubblica di Milano 
sorpresi dall'alleanza dei Veneziani stretta con lo Sfor- 
za adoperarono tutta 1' arte , onde sfumasse questo trat- 
tato • Dissero che Venezia avea preparata in codesta 
lega la propria rovina, alla quale potevasi ancora pò- 
nere qualche riparo* Poiché se li Veneziani concorre- 
vano a metter sul trono il Generale Sforza venivano 
a farsi un potente nemico vicino , il quale come si 
fosse impadronito di un dominio così riguardevole , 
coli' andar del tempo avrebbe rivolte ie forze verso la 
Repubblica Veneta. Che però dovea essa ritirarsi dal- 
la I n ga , e lasciare nello stato privato lo Sforza facen- 
do che Milano divenisse Repubblica libera, mentre 
così avendo per confinante una Repubblica {inferiore 
alla sua, potevano regnare con tutta la tranquillità. 
Videro i saggi Veneti che tornava meglio aver un de- 
bole nemico vicino , che un alleato bellicoso , e po- 
tente, e però si distaccarono dallo Sforza; ma con ar~ 
te andarono temporeggiandola manifestarsi, mentre bra- 
mavano aver Crema dallo Sforza, la quale per un colpo 
di fortuna era caduta in potere dello Sforza medesi- 
mo. Passato un tempo conveniente alle lor mire fece- 
ro sapere allo Sforza, che era mente dei Veneziani, 

che Milano fosse Città libera, e che il paese di qua 

dall' 



SESTO 219 

dall'Aida restasse sotto il dominio loro ~, cosi volen- 
do la combinazione delle cose. Una mutazione vera- 
mente improvisa colpì V animo dello Sforza, ma non 
per questo si avvilì quel guerriero . Sapea essere la 
Veneta Repubblica ricca, e popolosa, ma sapeva altre- 
sì che nella tattica non contava molto in terra ferma, 
onde radunate le sue genti , egli solo si fece difensore 
della sua causa. Uscì tosto in campagna, e pensò 
ài assediare prima Milano. Chiuse adunque tutte le 
strade, e stretta quella vasta Metropoli con assedio 
rigoroso e denso, ben presto conobbe che la Città 
penuriava. In pochi mesi la ridusse all'ultime neces- 
sità , e la costrinse ad aprirgli le porte. Alli 26. Feb- 
braro 14JI. entrò in Milano , e quel popolo riconob- 
be lo Sforza per ligitirno suo Signore . 

XV. Sembrava che volessero le .parti belligeranti 
venire o a qualche tregua, od alla pace, poiché due 
anni intieri passarono senza fatti d'armi e militari 
movimenti : ma tutte e due queste Potenze attende- 
vano a preparar danaro, e far reclute ed a fortificar- 
si . Caricavano i popoli d'imposte intollerabili, ed 
incomoda /ano in mille modi i rispettivi sudditi. 
li Veneziani aveano imposta una taglia sopra tut- 
to il Bresciano, ed era caricata la Val Trompia di 
lire due nulla, cento, e cinquanta oltre la consueta 
limitazione dell'annue lire «lille . Pensò essa che tale 
gravame venisse sopra di lei per iscarico che avesse 

P j ten~ 



2?o LIBRO 

tentato il terrirorio di Brescia, e forse non s* ingan- 
nava del tutto su questo punto . Che però portò le 
sue lagnanze, corredate da privilegi concessi, avanti 
il trono del Doge Foscari , ma convenne piegare al 
giogo il collo portandone le soie promesse di non es- 
sere più aggravata nell' avvenire . Più fortunate furo- 
no alcune terre della Val Sabbia , che attesi i gravis- 
simi danni sofferti nelle ultime passate guerre furono 
dichiarate esenti dalla taglia straordinaria, e queste 
furono Vestone, la Pertica, Lavenone , Nozza ed An- 
fo, come rilevasi da Ducali registrate nei pubblici li- 
bri . Intanto provisto alla meglio il pubblico errano , 
sili ip. Aprile i Veneti uscirono in campagna occupan- 
do la Gerra d'Adda. S'impadronirono anche di Soli- 
cino e altri luoghi . Il secgndo ad uscire in campa- 
gna fu lo Sforza , il quale avea stretta alleanza con il 
Marchese di Mantova . Invase egli il Bresciano ed oc- 
cupò diversi luoghi, tra quali il più considerabile era 
Pontevico. La fortezza dei Orzi nuovi era in perico- 
lo di ceder all' armi nemiche , onde i Rettori di Bres- 
cia chiamarono le Valli per sostenerla . Li Triumpli- 
ni per contestar al loro Principe il loro attaccamento 
niente intiepidito dalla contribuzione forzevole volle- 
ro! primi essere, e in tre soli giorni allestirono i cen- 
to Balestrieri che furono richiesti , e li spedirono ai 
Orzi nuovi in rinforzo di quella fortezza. Sensibili 
si mostrarono i Rettori di Brescia alla prontezza dei 

suddU 



SESTO z 3 r 

sudditi Triumplini , e ne significarono in nome pub- 
blico r aggradimento ai Deputati della Valle , eccitan- 
doli ancora a dimandar quelle grazie che loro paresse- 
ro opportune al ben universale della Valle » Chiesero 
essi in fatti , ed ottennero dalla munificenza del Prin- 
cipe la libera traduzione delle loro mercatanzie e ma- 
nifatture di ferro per il Bresciano e nelli stati di Man- 
tova e Milano, come appare in Ducale 22. Settembre 
1451. E siccome però le membra di un corpo che do- 
vrebbero cooperare alla conservazione di tutto il sis- 
tema, talvolta divenute morbose, non agiscono, anzi 
recano danni all' economia animale , cosi le diverse par- 
ti del corpo Bresciano cominciarono a farsi tra loro mo- 
leste ed incomode, ed a recarsi dei danni rompendo 
quell'armonìa necessaria alla felicità dei popoli . Quel- 
la parte del Bresciamo che occupa il piano e dicesi ter- 
ritorio, si dolse e credeva d'esser troppo aggravata in 
vista delle esenzioni concedute ai popoli delle Valli ; 
Queste credevano di formar parte della loro fortuna 
tentando una totale separazione, e perciò supplicaro- 
no per esser separati dalla comune de! territorio. Di 
fatti ottennero l'intento con Ducale onorifica sotto il 
dt 30. Gennaro 145$., e furono anche dichiarati libe- 
ri da ogni straordinaria imposta, da foraggi , alloggi ed 
altro durante quella guerra , ed anche due anni dopo . A 
Triumplini tutto ciò fu concesso dal Principe perchè con- 
fidava molto nel]' animo e valore de » Vallcriani per V im- 
minente campagna, p ^ XVI. 



ij2 LIBRO 

XVI. In quell'anno adunque uscirono i Venezia- 
ni dai loro alloggi d'inverno e furono i primi a mo- 
versi. Presero molte castella, e ricuperarono Ponre- 
vi'co. Ma lo Sforza era ancora occupato a radunar il 
suo esercito, "ed andava anche temporeggiando per as- 
pettar le truppe Francesi, che venivano in suo aiuto. 
Così andò consumando la state e parte dell'autunno 
sènza combattimenti. Comparvero in fine le truppe 
Francesi condotte dal Duca d' Angiau uomo crudele , 
che era in odio alla Francia tutta , e che forse si spe- 
diva in Italia per così allontanarlo dal Regno e sacri- 
ficarlo alla guerra . Avea una soldatesca dello stesso 
calibro del condottiero, che amava le stragi, il sac- 
cheggio e la desolazione . Toccarono alla misera terra 
di Pontevico i primi effetti di barbarie.. AJliio". Ot- 
tobre 'si pose dallo Sforza l'assedio a quel castello, e 
per tre giorni erre notti lo battè con tutta la furia d' 
artiglieria. Il volle poi prendere d'assalto, ed anche 
con ogni bravura il prese, servendosi della milizia 
Italiana. Questa che fu la prima ad esporre la vita 
fu anche la prima a dar il sacco, che fu si grande che 
i miseri abitanti rimasero affitto spogliati e nudi . 
Quasi però fosse poco all'infelice condizione di Pon- 
tevico, entrarono anche i Francesi , che sicg:;ati di 
non poter mettersi a bottino fecero man bas?a di quan- 
ti trovarono, barbaramente trucidando uomini, don- 
ne, vecchi, fanciulli , ricchi, e poveri, e quasi srer- 
I fninan- 



SESTO 2^ 

minando tutti i viventi di quella terra. Un sì feroce 
esempio pose in terrore tutto il Bresciano > e Berga- 
masco, le di cui terre si resero tosto all'armi dello 
Sforza vincitore. L'esercito stesso dei Veneziani par- 
ve fatto timoroso da quel punto, poiché si ritirò sot* 
io il cannone di Brescia. La Valle Camonica si era 
anch'essa arresa allo Sforza, e vi restava solo il castel- 
lo di Breno, che era in poter dei Veneziani : ma an- 
che a quella fortezza avea lo Sforza posto 1' assedio , 
e pensava di guadagnarla costringendo la guarniggio* 
tìe ad arrendersi per la fame. Li assediati dimandaro- 
no a Girolamo Barbarigo allora Provveditore un pron- 
to soccorso, ma ostavano molte diriìcolta per ottener- 
lo • Le vie d'Iseo erano guardate dall'armi nemiche, 
ed i monti per le nevi erano inacessibili , non appa- 
riva perciò per qual via, e con qual gente potessero 
essere soccorsi . Fu avvertito il Barbarigo che i soli 
Triumplini, e Sabbini potevano tentar quella impre- 
sa, e perciò esso ne fece significare le sue premure al- 
le due Valli . Senza punto esitare , e senza alcun ri- 
tardo si allestirono Socs soldati per cadauna Valle dei 
più robusti e pratici di que' altissimi monti, ed av- 
vezzi a camminare sopra nevi , e ghiacci montarono quel- 
le alture in diversi corpi e penetrarono nella Valle Ca- 
monica. Ben disposti dal suo coridottiere , ed avvici- 
nandosi a Breno le Truppe, fu tantosto levato l'as- 
sedio a quella fortezza, e i Valleriani mantennero in 

potè- 



2$4 LIBRO 

potere dei Veneziani quel Castello , e fortificarono* 

quel presidio . 

XVII. Sebbene i Veneti contarono per picciolo 
guadagno questa ritirata dei nemici , vedevano però , 
che il maggior inconveniente per essi era 1' aver uà 
Generale delle sue armi , che maggior danno recava. 
ai sudditi che l'inimico. Questi era Francesco Pici- 
nino figlio del famoso Nicolò Picinino , che comanda- 
to avea , come detto abbiamo di sopra P armi del Du- 
ca di Milano contro i Veneziani. V avean essi preso 
al loro servaggio per la fama che avea di primo con- 
dottiere d' armi che avesse P Italia , o perchè realmen- 
te era tale nel mestiere delP armi : ma avea questi 
la dannevole massima di compiacere soverchiamente 
la sua soldatesca e lasciarla impunita dalli eccessi 
commessi contro la robba e l'onore dei paesani, 
onde li stupri , li adulteri , le rapine , e le vio- 
lenze erano diuturne e famigliari. Purché la mili- 
zia obbidisce alli ordini militari, e fosse pronta all' 
armi, niente curava il resto, onde si assomigliava più- 
tosto ad un capo di forusciti che ad un Generale d\ 
armata. Basta il dire che per tener contenta la trup- 
pa , sotto mendicati pretesti, permise ai soldati il sac- 
co della ricca terra di Lonato , tutto che fosse terra 
propria, ed amica dei Veneziani; il qual sacco fu sì 
crudele, e sacrilego che li miseri abitanti furono de- 
rubati, e spossati per fino delle vesti, e le Chiese 

vota- 



SESTO 2 ^ 

votate d'ogni prezioso arrede, e sacri vasi. Fu fatta 
per miserevole pietà una raccolta di limosìne sul Bre- 
sciano , e Veronese per dare a que 1 infelici un qualche 
sovvcnimcnto . Offesi perciò i Veneti della crudele ed 
indegna condotta del Picinino affrettavano i trattati 
della pace. Non ebbero a faticar molto in ottenerla 
perchè anche lo Sforza esaurito avea P errario ed ama- 
va venire al fine della discordiate rimandare in Fran- 
cia il Duca d' Angiau con la sua milizia più dannosa 
che utile allo stato di Milano . Fu adunque conclusa 
Ja pace alti io. Aprile 7454. cedendo i Veneziani Ca- 
ravaggio con la Gerra d'Adda, e ricuperando dal Du- 
ca tutte le terre del Bergamasco e Bresciano che era- 
no state occupate dalle sue armi. Fu quindi licenzia- 
to dal servaggio dei Veneti il Picinino non avendo 
fatto alcun guadagno nella riputazione di guerriero. 
La pace pubblicata rasserenò tutte le Città della 
Lombardia, e tolse i nemici dalle devastazioni. Non 
tolse però le gare ed i maneggi soliti a fare un intes- 
tina guerra ai popoli. La Vai Sabbia conosceva i van- 
taggi della Val Trompia per essere in virtù dei privi- 
legi separata dai Territorio di Brescia , onde emulan- 
do la sua fedele compagna tentò di ottenere anch' es- 
sa una grazia simile dai Principe . Si accorsero i De- 
putati del Territorio , ed attraversarono le vie di 
ottenerla . Convenne ridurre V affare al foro col 
trattare la causa avanti i Rettori di Brescia , i quali 

udite 



i^6 LIBRO 

udite li parti dichiararono essere la Val Sabbia degna 
delle stesse grazie, che il Principe avea concesse alla 
.VaiTrompia, eseguì la sentenza a!li io. Agosto 1463. 

Tali grazie dal Principe concesse, oltre che fanno 
tutto l'onore alla giustizia di un Trono , commendano 
anche la grandezza di chi le concede , e porgono un 
forte stimolo a' sudditi di sacrificarsi al bene dello sta- 
to . Ciò si vide nei popoli delie Valli nel 1470 . Do- 
vendosi scavar le fosse degli Orzi Nuovi a spese della 
Provincia di Brescia, ne potendosi obbligare a dispen- 
dio i popoli delie Valli, come quelli che erano stati 
dichiarati liberi nei privilegi recentemente concessi, 
non lasciarono i Deputati d' ambe le Valli di offerire 
sili Rettori di Brescia un grosso numero di operaj 
finche fosse compito quel lavoro . Questi accettarono 
Jc obbhzioni spontanee delle Valli, e comandarono 
al Governatore degli Orzi Nuovi che bene li tratasse , e 
che non fossero ne obbligati strettamente ai lavori , 
rè trattenuti più di quello volesseio; Ma li guasta- 
tori delie Valli operarono più degH alrri , e fecero per 
amor al loro Principe quello, che a stento avrebbe- 
ro fatto con la forza . 

XIV. Durò la pace qualche anno, ma nel 14H2. 
si risvegliò di nuovo lo spirito della guerra: ìi Vene- 
ziani la mossero al Duci di] Ferrara. Questo Princi- 
pe vicino ad una Repubblica così forte sarebbe sta- 
to un debole nemico, ma avea un'alleanza difensiva 

col 



SESTO 2p 7 

col Rè di Napoli, col Duca di Milano , ed altri I-Vin- 
cipi d'Italia . Niente però impauriti li Veneziani dal» 
le forti alleanze del Duca, uscirono in campagna con 
fortuna dell'armi loro. Imperocché s'impadronirono 
in breve tempo della Città di Rovigo , occuparono 
Comacchio, Lendinara , ed altri luoghi del Ferrarese .' 
Ma l'anno secondo ài questa guerra fu per loro assai 
infelice. Furono essi battuti più volte, e nel mese d' 
Agosto l'esercito del Duca con li suoi alleati invase 
il Bresciano ponendo or a sacco, ora ad enorme contri- 
buzioni li paesi , e lo stesso si fece sul territorio Ve- 
ronese , e Bergamasco , talché Brescia si trovò in gran- 
de commozione . Convenne ai Veneziani chiedere la 
pace, la quale si conchiuse nei congresso di Bagnolo 
7. Agosto 1484. restando per altro ai Veneziani l' ac- 
quisto della Città ài Rovigo, la quale allora si unì 
al Veneto dominio. 

Né in questa guerra restarono inoperosi i fedeli 
Valleriani . Essi ricordevoli degli amorosi trattamene 
ti spedirono in soccorso del loro Principe mille 
soldati , cento óei quali presidiarono Gottolengo , cen- 
to altri Calcinato, e gli altri guardarono Lonato, e li 
Orzi nuovi . Anzi essi salvarono la terra di Martinengo 
in un modo distinto. Avendo penetrato i Veneti che il 
nemico volea fare una scorrerìa verso Mattinengo per 
prenderla d'assalto e saccheggiarla, commisero al- 
la truppa delle Valli di prevenire iJ nemico. Giacché 

dipen- 



238 LIBRO 

dipendeva questo affare dalla speditezza , e dal secre- 
to , trecento soldati Vallcriani li più robusti cammi- 
narono tutta la notte sotto una dirotta pioggia eden- 
trarono in Martinengo pochi minuti prima dell' av- 
vicinamento dei nemici alle porte. Accortisi questi di 
un sufficiente presidio che guardava quella fortezza, 
tosto si ritirarono . Cessata la guerra come didemmo;, 
ritornarono nelle loro Valli , e viddero poscia nel i486, 
alzarsi dai Veneziani la Rocca d' Anfo verso i confi- 
ni settentrionali della Val Sabbia, dove risieder solca 
un nobil uomo Veneto col titolo di Provveditore . 

XX. Non licenziò però la Repubblica le sue mi- 
lizie, ma le pose negli alloggi distribuite per il paese 
dei sudditi e massime del Bresciano . Questo fece nuo- 
vamente bollire l'affare tra le Valli ed il Territorio 
tentando per questo di imporre parte d'aggravi anche 
alle Valli, Si difesero queste con spedire Giacomo Ne- 
groboni a Venezia ad intendere la mente del Senato 
ed implorare 1* effetto de* suoi privilegi,. Col mezzo 
di un personaggio sì savio ottennero perciò una Da? 
cale de Ili 7. Maggio confirmativa di quelli. Lo che 
però non fa sufficiente ad acquietare il Territorio . 
Morto era il Doge Gio: Mocenigo che avea rilasciata 
la or ora nominata Ducale, a cui era successo Agos- 
tino Barbai igo. Facevano i Rettori di Brescia certi 
commenti alla Ducale del Mocenigo, che favorivano 
il Territorio, e li Deputati di quello allegavano va- 
rie 



SESTO 230 

rie ragioni onde infirmare i privilegi , col titolo di 
«cause supposte , e massime col dire , che un privile- 
gio restava senza effetto, qualora tornasse in pregiu- 
dizio del terzo. Ma il Doge Barbarigo che avea co- 
nosciuta la prontezza, e intrepidezza ad Valleriani 
nella liberazione del Castello di Breno ed in tant'. al- 
tre occasioni y e che portava amore ai fedeli Valleria- 
ni , conobbe la giustizia delle dimande , e spedì un 
altra Ducale |i. Agosto 1491. dando ordine ai Rettori 
di Brescia di mantenere i popoli Sabini e Triumpli- 
ni nel pieno possesso dei privilegi loro, ordinando 
anche che la cavallerìa e fanterìa dispersa per le Valli 
tantosto se ne partisse ed avesse in altri; luoghi lì al- 
loggi . Né per questo sì chiaro dispaccio si acquieta- 
rono quelli del Territorio , trovandosi sovente nei corpi 
pubblici certi membri sì inquieti, e sì torbidi che o 
per loro propria bilioso-atra temperie trovano, sempre 
cavilli 9 ovvero trovano nei litigi tutto il loro vile in-* 
teresse . Spedì il Territorio due Deputati a Venezia per 
fare le opposizioni possibili alle Valli : ed esse ne spe- 
dirono tré dei più prudenti ed accorti che avessero . Fu- 
rono questi Giacomo Ncgroboni , Cristoforo Robbi , 
e Lafranco Filetti , da'quaii si maneggiò l'affare eoa 
ogni destrezza, e venne felicemente consumato : Fu 
pronunziata in contraditorio la sentenza favorevole 
alle Valli sotto li 15. Novembre 1491. e così svanirono 
i nembi del Territorio , e le sue macchinazioni . Dopo 

un at- 



240 L I B Pv O 

un atto cosi sonante s'unì il Territorio alhi Città 
per sottomettere le Valli ad una parte di quella taglia 
che 'questi due corpi avevano fin allora pagata: mail 
Doge Barbarigo li dichiarò esenti , attesa la separazio* 
ne concessa alle Valli. Tanto rilevasi dalla Ducale 50, 
Maggio 1492. Così composte le differenze delle popo- 
lazioni che formano il Bresciano , si gustarono i frutti 
di una pace intiera fino al 1499. nel qua! anno si 
mosse contro la Repubblica una fiera procella che mol- 
to agitata la rese, come vedrassi in appresso. 



II fina del libro Sesto 



LI- 



SETTIMO *4i 

LIBRO VII. 

SOMMARIO. 

I. Nuovi acquisti dei Veneziani alleati col Re di Francia : 
IL Lega di Cambra i contro i Veneziani . 

III. Il Conte di Lodrone fatto Commissario Imperiale 
dimanda contribuzione alla Val Sabbia . 

IV. I Triumplini difendono il Castello di C asoldo* 

V. Sconfitta dei Veneziani sulla Geradda . 
VI- Brescia si arrende al Rè di Francia . 

VII. Vani attentati dei Nobili e del Ttrritorio contro 

le Valli . 
Vili. Li Veneziani procurano secret amente soldati neU 

le Valli. 
IX. Il Conte Martinengo viene decapitato . 

X Congiura dell' Avo£adro contro i Francesi. 

XI Gastone de Fois viene a Brescia con /* esercito 
Francese . 

XIL Vince i Veneziani , e da il sacco alla Città . 

I. v^resceva ogni giorno la fama , e la potenza de' 
Veneziani in terra ed in mare , onde quella Repub- 
blica diveniva formidabile ai vicini ed ai lontani* 
Questo molto più si avverò, quando fu al li 15. Mag- 
gio 1499. pubblicata la 1^-ga che i Veneziani aveaa 
stretta col Re di Francia a danno dei Duca di Mila- 



*4* LIBRO 

no. Per mezzo di questa alleanza doveano unirsi allo 
Stato Veneto Cremona, e Geradda , e distruggersi il 
Duca di Milano. Per fornire di Carriaggi ed altri 
attrezzi militari l'esercito Veneto, dovea il Territo- 
rio sottomettersi ad una gravissima spesa . Sperava d* 
aver compagne della sventura anche le Valli, ma que- 
ste vennero nuovamente dichiarate libere ed esenti , e 
perchè si diceva non avere alla perfine le Valli pres- 
tati que* serviggi alla Repubblica che si decantavano, 
si presero in un particolare processo li esami da legi- 
timi testimoni, e si trovarono i meriti dei Valleriani 
maggiori della comune credenza; tal che nella raccolta 
delle benemerenze psg. 107. la verità così ferisse . 
„ Quod etiam homines Valiium Trumpice et Sabii ita 
s, egerunt prò prelibato Illustrissimo Duce Domimi 
,, Venetiarum quod si itasgissent prò amore Dei ere- 
„ dit quod fecissent miracula, tam bene se gesserunt 
„ de anno 1438. tempore belli , et obsedionis Brixie . „ 
La fortuna dunque promise alii Veneziani un impero 
pui vasto , e la disfatta di un nemico vicino onde non più 
si temesse . Le cose furono prospere in quella guerra 
e dilatarono i Veneti il loro dominio. 

II. Ma questa gran macchina minacciava k stessa Re- 
pubblica che l'aveva con tanto studio e maestrìa fab- 
bricata ; Poiché verso l'anno 1508. fu secretamele te- 
nuta la famosa lega ài Cambrai , nella quale il Pon- 
tefice Romano, il R e di Francia ,.]' Imperatore ed il 

Re di 



SETTIMO feg 

Re di Spagna sì unirono a danni della troppo potente 
Repubblica Veneta. Non è di mio istituto il qui des- 
scrivere questa guerra, di cui se n' è da valenti scrittori 
pubblicata la storia , ma di ritoccare solamente quella 
parte che ha unione con le memorie, che ora mi faccio 
a pubblicare . 

III. Dichiarata adunque la Guerra alla Repubblica 
dalle Potenze collcgate, fra le quali vi era il Re di 
Francia, che di alleato troppo presto era divenuto nemi- 
co, si àìQÓQ il Senato a far gente per sua difesa ; tanto più 
perchè vedevasi circondato da molti e così potenti ne- 
mici Per le montagne di Cadore e per altre vie l'Im- 
peratóre Massimiliano si era inoltrato nel Friuli, e 
tutte le frontiere dello Stato erano incomodate da 1 ne- 
mici , anche la Val Sabbia era in questo caso , poiché 
il Conte Lodovico , Francesco Paride di Lodron fatto 
da Massimiliano Commissario Imperiale impose alla 
Valle una taglia da pagarsi sotto pena dell'invasione 
delle milizie Cesaree. Forse sperava quel Cavaliere 
di avere una volta o tutta, o parte di quella Valle in 
feudo qual ora la guerra avesse avuto queir esito , che 
ognuno facilmente credea . Inteso ciò dalla Valle si 
deliberò di usare i riguardi di sudditanza al nome Ve- 
neto , e di procurare anche il pubblico bene per le vie 
più sicure, e più decenti. Il capo della Valle accom- 
pagnato da alcuni più destri ed accorti si portò a 
Lodrone per rappresentare l'impossibilità in quelle 

Q^2 stre;- 



244 LIBRO 

strettezze di tempo di pagare la significata contribu- 
zione. Disse eh' esso non doveva mostrarsi infedele 
al suo Principe, e che non aveva ne dannaro giacente , 
rè facoltà d'imporre taglie se non gli venisse conces- 
sa almeno dalla Valle medesima. Domandò tempo di 
radunare il Consiglio, e significò al Conte tutta la 
sua riverenza . Ma quei Conte Commissario che avea 
saputo, che 400. uomini intanto eransi avvanzati alla 
Rocca d 1 Anfo mostrò il suo risentimento , e disse 
con qualche minaccia, che avea tutto il luogo d' usare 
le ostilità contro la Va/le senza scolorare il suo carat- 
tere di Commissario Imperiale, e la parola di Cava- 
liere, poiché nelle cose di guerra i movimenti d'ar- 
mi ed armati, o fossero comandati dal pubblico, o 
farti da privati , doveansi considerare come attentati 
remici. Ma tanto seppe dire quel Capo della Valle 
che dispose l'animo del Conte a concedere il tempo 
richiesto» Intanto s'ammalò quel Cavaliere e morì 
restando giacente quell'affare, e la Valle spedì perso- 
ne a dar li contrasegni di rispetto e condoglianza alli 
Figliuoli del defunto Cavaliere . Dopo questo atto 
di stima dimostrato dalla Valle , non essendovi alcuno 
che fosse in quelle parti fatto Commissario Impe- 
riale furono senza indugio portate alla Rocca d' Anfo 
armi e munizioni per difendere quel posto . 

Mentre nelle frontiere del Friuli difendevansi alla 

meglio i Veneziani contro V esercito di Massimiliano 

non 



SETTIMO s 4y 

non perdevano di mira il maggior bisogno di difen- 
dere i confini verso la Gerra d'Adda, tanto più che 
il Re di Francia avea passato 1" Alpi e discendeva nel 
piano dell'Italia per cominciare la guerra. Allestiva- 
no perciò con tutto il coraggio e prontezza i Vene- 
ziani l'esercito, ed assoldavano soldati per comporlo 
più numeroso e forte che mai si potesse. Allora fu 
che le Valli si segnalarono in dar prove di valore e 
di attaccamento per il nome Veneto . Non aspettando 
li Triumplini gli ordini supremi andarono con il mezzo 
de* loro Deputati ad esibire alli Rettori di Brescia tre- 
cento soldati da essere mantenuti a spese della Valle . 
Accolsero ben volentieri questo atto d'amore usato 
dalli Triumplini, e facendo lor sapere che per un me- 
se solo averebbero servito a carico della Patria per 
essere stipendiati in seguito dal Principe, gli eccita- 
rono alla marcia . Laonde la Valle Trompia alli 22. 
Aprile 1509. tenne il suo Conciglio generale in Taver- 
nole, e fatto il necessario ripartimento di soldati, e 
di spese, spedì tantosto li 500. soldati sotto il co- 
mando di Angelo Robbi da Brozzo terra della Val 

Trompia • 

IV. Questa spedizione non fu né senza gloria del- 
la Valle , né senza vantaggio dd Veneti . Avendo in- 
teso i Rettori delta Città , che il Marchese di Man- 
tova , come soldato del Re di Fnncia, meditava V in- 
vasione celle terre Asolane spedirono il Capitano Rob- 

Q,3 bi con 



24* LIBRO 

bi con la sua truppa a difendere il Castello di CasoL 
do. S'avanzò di fatti il Marchese di Mantova con le 
sue genti, e penetrò in quelle terre con animo, e trat- 
tamento nemico, e cinto il Castello di Casoldo, co- 
minciò a bersagliarlo con 1' artiglieria certamente spe- 
rando di venire presto all'espugnazione. Stimava esso 
assai poca un Capitano nuovo ed una milizia raccolta 
sopra montagne, creduta da lui più atta all'opra di 
guastadori e cacciatori , che di agguerito soldato . Ma 
ebbe ben presto a pentirsi e ricredersi di tale suo giu- 
dizio. Mentre il Marchese proseguiva a battere Ca- 
soldo , il Robbi fece una sortita impensata , ed attac- 
cò i nemici con tal impeto , e con tanta bravura, che 
li ruppe, e li disperse , restando padrone del campo, 
e trasportando 3' artiglierìa entro il Castello . 

Il valore di questi trecento soldati eccitò nei Ret- 
tori di Brescia il desiderio di averne in maggior nu- 
mero, e cresceva la brama da un evidente bisogno che 
±t costringeva, perchè l'esercito Francese raccolto sul 
Milanese s'era messo in cammino verso il fiume Ad- 
da per incominciare la campagna. Avvenne anche che 
i Francesi con una marcia sollecita arrivarono alle 
sponde del fiume , e gittarono un ponte per passarlo 
anzi un gran numero lo passarono senza contrasto , 
preparando così il necessario onde con sicurezza Farvi 
passare il grosso dell'esercito. Perciò cresceva il biso- 
gno di rinforzare l' esercito Veneto che si andava radu- 
nando 



SETTIMO M7 

nandù ed accampando sulla Gerra d'Adda nel paese di 
Trevi poco longi da Caravaggio . Dimandarono adun- 
que i Rettori di Brescia un nuovo rinforzo di soldati 
ai Triumplini i quali ne offersero altri cento a loro 
spese per un mese. Era questo numero troppo minu- 
to al grande bisogno dei Veneziani , e però spedirono 
Angelo Avogadro con lettere in Val Trompia a chie- 
dere un convoglio maggiore, L' Avogadro che posse- 
deva un gran credito nella Valle, ed era amato , sep- 
pe persuaderli a fare uno sforzo per contestare al 
Principe il loro buon animo, onde trovandosi presen- 
te al Consiglio generale di Tavernole ne ordinarono 
altri trecento da mantenersi a spese del Principe, du» 
gento de 'quali calando tosto a Brescia furono diretti 
al presidio di Pizzighitone sotto il comando di Ange- 
lo Robbi , egli altri cento marciarono per Asola sot- 
to il comando di Bonibcllo Gabrielli di Brozzo, che 
d'ordine de' Rettori era stato nominato Capitano d x 
queste truppe Valleriane. Anche la Val Sabbia si ec- 
citò a fare verso òqì Principe Veneto quanto avean 
fatto i Triumplini, Soccorse questa 1' esercito Veneto 
di gente, di guastadori, e di tutto ciò che poteva, e 
nel progresso della guerra s'indusse perfino a cercar 
danaro ad usura per le urgenze di quella . Era Gio: 
Sarasini Capitano delle milizie delia Valle, e suo fe- 
ciel seguace e successore fu Giacomo Greziotti , tutti 
e due nativi di Promo urrà diVestone. Questi erano 

Q^4 nati 



248 LIBRO 

nati per essere soldati , erano vigilanti , sobri, indefessi , 
amanti ed amati da loro soldati , e in questo tempo 
con trecento soldati presidiavano la Rocca d' Anfo , e 
ricevevano gli ordini dalli Rettori della Città. 

V. Seguì poi alli 14. di Maggio dell' anno stesso 
la battaglia a Vaila su laGerra d'Adda tra l'esercito 
Francese e Veneziano , nella quale i Veneti ebbero una 
sconfìtta sì grande che ridusse l'armata della Repub- 
blica a quegli estremi che descritti sono nella storia 
La nuova funesta sparsa secondo il solito con alterati 
racconti a danno dei Veneziani commosse i più costan- 
ti e fedeli al nome Veneto. Quelli delle Valli vide- 
ro i loro pericoli , e quelli di Brescia seme più es- 
posti al furor dell'armi pensarono all'avvenire . Non 
essendo più li Cittadini legati tra essi da vincolo d' 
amore, non lo erano nemmeno al loro Principe. Di- 
visi in tre partiti non convenivano nelle misure da 
prendersi. I Plebei, i Cittadini, i Nobili erano tre 
parti opposte tra loro, e quasi nemiche, e sembrava 
Ja Città abitata da tre popoli diversi di costumi , di 
Jeggi e di religione. Quindi slegata l'antica unione 
degli animi , veniva a mancare eziandio quella gene- 
rosa disposizione alle virtuose e grandi azioni. La Ple- 
be condannata alla infelice condizione di servire era 
indifferente per l'uno e l'altro dominio, imitando gli 
affittuali che niente si commovono se si cangi padrone 
perche ad essi è sempre forza pagare 1' affitto . Li Cit- 
tadini 



settimo 2i9 

tadini erano assai afFezionatti al dolce governo dei Ve- 
neziani , ma non osavano moversi, né eccitare gli altri 
per timore del prossimo esercito vincitore. La maggior 
parte dei Nobili era vogliosa di cangiar Padrone, per- 
chè si lusingava d'acquistare grandezze , e dignità e dì 
superare l' altra minor parte che era al di sopra in 
ricchezze e potestà. Anzi supponendo di farsi merito 
andavano questi ad occupare le porte per impedire che 
T esercito perdente dei Veneziani entrasse in Città , es- 
sendosi ritirata nel Castello anche la picciola guarni- 
gione Veneta che era rimasta in Brescia. 

Correndo per le poste venne in breve Giorgio Cor» 
naro uno dei provveditori dell'armata Veneta per pre- 
parare gli alloggi all'esercito che rkiravasi o piutos- 
to fuggiva da quello del Re di Francia . Pensava egli 
di qui radunare le forze ed arrestare i progressi ad 
nemico : Ma trovando chiuse e guardate le porte gli 
convenne metter gli alloggi fuor delle mura . Capitò 
V esercito in grande discapito per la sconfìtta di Vai- 
la, e per le diserzioni numerose dei soldati. Andrea 
Gritti altro Proveditore d'armata più stimato dd Cor - 
naro dimandò d J esser ammesso solo in Città per tro- 
varsi presente al Consiglio della medesima. Fu am- 
messo ed anche si trovò all' assemblea tenuta dai Bre- 
sciani, ai quali parlò con molta energìa e calore acciò 
ammettessero l'esercito dei Veneziani. Non potè per 
altro ridurli a suoi voleri , ma solo fu deliberato a. 

tinti 



250 LIBRO 

tutti voti, che la Città a sue spese averebbe assolda- 
ta gente per difendersi. Ciò inteso conobbe il Critti 
di non esser sicuro, e senza dimora condusse le trup- 
pe Venete verso Peschiera , dove tra pochi giorni ven- 
ne anche la guarnigion Veneziana, che era rimasta ne! 
Castello di Brescia. 

VI. La fama universale dell'attaccamento dei Bre- 
sciani al Veneto dominio avea fatto credere al Monar- 
ca Francese che questa Città accogliesse le truppe Ve- 
nete rimaste dopo la battaglia. Ma quando s'intese 
che quella Città avea esclusi i Provveditori, e l'eser- 
cito dei Veneziani , fu generalmente creduto che ce^ 
derebbe all'armi vittoriose del Re di Francia senza, 
opposizione. In fatti dal Campo Francese si spedì a 
Brescia un Araldo a domandare in nome del Re suo 
Signore, se Brescia volea passare sotto il suo dominio 
senza provare la forza delle sue armi. A tale diman- 
da radunatosi alli 20. Maggio il Consiglio fu eletto 
Giacomo Feroldo , che si portasi avanti il Re per 
significargli che tutti li Bresciani erano disposti a 
riconoscerlo per suo Signore . Era il Feroldo il mi- 
glior de' Bresciani Cittadini , prudente , accorto , 
e che ad una insinuante fisonomìa accoppiato avea 
la facondia del parlare, e l'affabilità del tratto. 
Questi adunque rappresentando la mente della sua 
latria si portò a Chiari, ove si trovava il Re ed espo 
^e i voti ddla sua Città, e la volontaria dedizione 



SETTIMO 251 

che facevano) Bresciani di se stessi ad un Monarca, dal 
quale aspettavano trattamenti umani , ed effetti della 
reale sua clemenza ; supplicandolo di voler permettere 
a Bresciani di esporgli alcune petizioni in capitoli per 
il bene di quella Città. Rispose il Re con quell'affa- 
bilità, con cui un vincitore accoglie quelli , che si umi- 
liano alle sue vittoriose bandiere, e generalmente ac- 
cennando le dimande che erano per farsi da 1 Cittadini, 
significò che sarebbero state concesse tutte le grazie , 
che non ridondassero in danno del terzo, e che li Bre- 
sciani sarebbero stati trattati con maggior dolcezza di 
quello erano stati fin allora trattati da' Veneziani . Ri- 
tornando contento il Feroldo dell* accoglimento usato- 
gli dal Re , e ragguagliatone il Consiglio furono eletti 
undici de' principali Signori per portare al Re le chia- 
vi della Città. Entrò quindi alli 22. di Maggio il Mo- 
narca di Francia in Città di Brescia accompagnato dal 
Feroldo col quale solo discorrendo prese il possesso di 
quella Città, avendo avuti tutti i segni da' Cittadisr 
di esser amato e venerato come supremo Padrone. 

VII. Ora nei grandi avvenimenti ogn'uno procu- 
ra di migliorare la sua sorte senza che si consulti eoe* 
tanta scrupolosità quello che fu in passato , o di pre- 
sente si veda, e facilmente si crede che nelle meta- 
morfosi cambiando faccia le cose, si preparino l'ali 
per inalsarzi e comparire in maggior eminenza » Così 

credettero i Nobili Bresciani i quali tentarono di mu- 
tare 



25* LIBRO 

tare, e migliorare h condizione del loro governo; 
Procurarono essi ogni mezzo che Ja Città, il Territo- 
rio, e le Valli, che fin allora erano stati tre corpi 
separati, formassero un corpo solo. Presentarono adun- 
que al Re una supplica estesa in vari Capitoli, ne* qua- 
li preparavansi i Nobili i migliori vantaggi , e per 
non perdere tempo il procurarono nel secondo giorno 
della dimora del Re in Brescia, cioè alli 24.de! mese. 
Chiedevano in uno di questi capitoli , che tanto gli 
abitanti nella Città , quanto chi dimorava nel dis- 
tretto fossero soggetti alli pubblici gravami esclusa 
qualsivoglia esenzione e privilegio . Dimandavano in 
un altro la facoltà di spedire un Nobile per Po- 
destà nella Vai Trompia , e un altro in Val Sabbia 
con r appuntamento di 20. scudi al mese da pagarsi 
dalle Valli, perchè giudicassero que 1 popoli secondo le 
leggi : sognarono di divenire come sovrani , scordan- 
dosi che tutt'ora erano sudditi , e non aveano che 
cambiato Padrone . Ma il Re avvezzo al governo ed 
alle conquiste, conobbe la debolezza di que' Nobili 
e non concesse il suo regio beneplacito a tali diman- 
de . Sapea egli che un vincitore deve sottomettere a se 
tutti gli ordini senza introdur fuor di ragione e sulle 
prime, novità alcuna di governo, e vedeva altresì che 
non conveniva mutar l'ordine della polizia ne' popoli 
dei monti per sua natura intraprendenti , e tendenti 
alle rivolte , Le Valli che erano state costrette a segui- 
re la 



SETTIMO ?J | 

re la comune condizione de' vinti , erano ancor esse 
soggette al Monarca Francese, ma non si erano mai 
dimenticate della guerra privata che il Territorio e 
la Città facevano a suoi privilegi. Laonde vigilarono 
anch' esse sulle mosse de' Bresciani per sapersi dirig. 
gere , e per cercare i vantaggi de' loro Cittadini. In 
tempo che il Re era in Brescia, che fu per altro bre- 
vissimo , non fu possibile alli Deputati delle Valli tro- 
vare il modo onde non divenisse peggiore la loro sorte- 
ma siccome niente di più caro e prezioso riputavano 
dei loro privilegi , così non si diedero pace fino a 
che non venissero a capo de' loro disegni. Riuscì a 
questi di guadagnare la protezione dell 5 Araldo del Re 
e di Carlo Ambois Gran-Mastro, e Luogotenente Ge- 
nerale di qui dai monti , e di far per questo canale 
pervenire al Re il memoriale delle Valli , in cui do- 
mandavano la confermazione de' privilegi ed esenzioni , 
che goduti aveano fino al tempo che passarono sotto 
la Francia . Questi ministri svegliati ed incoroni , rap- 
presentarono alla Maestà del Re come i Triumplini , e 
Sabbini erano popoli armigeri, periti nelle manifat- 
ture di ferro, che erano stati la mano feroce del 
popolo Bresciano nelle sue maggiori difese , e che 
i Veneziani intanto l' aveano durata contro l'armi 
dei Duca di Milano in quanto che aveano accarez- 
zati que' risoluti, e fedeli popoli , premiandoli, e 
riconoscendoli con privilegi; che però tornava a pro- 
fitto 



ij4 LIBRO 

fitto della corona tenerli cheti, e renderli contenti, 
perchè affezionati che si fossero al nome Francese po- 
teano servire utilmente in tempo di guerra. Intese il 
Monarca le rimostranze delle Valli , e rilasciò un re- 
gio Diploma 20 Luglio 1509. in cui conferma, conce- 
de, ed approva tutti i privilegi, esenzioni, e prero- 
gative, che i Valleriani goduti aveano fino allora. Tro- 
vasi nei pubblici libri la memoria della riconoscenza 
che volle la Valle Sabbia usare alli suoi protettori ap. 
presso il Re, essendo Sindico della Valle Girolamo Eut- 
turini di Ono , e per speciale Deputato Gio: Sarasino 
nominato a portarsi per tal effetto a Milano ^ 

Appena s'erano le Valli schermite dai primi col- 
pi vibrati in damo dai Nobili , dovettero difendersi 
dalle molestie del Territorio. Questo corpo assai, for- 
te , abile a fare e sostenere maneggi dispendiosi e lun- 
ghi , presentò a Carlo d' Ambois una supplica tutta 
diretta all'abolizione e distruzione dei privilegi de* 
Valleriani . Dicevasi in questa tra le altre esposizioni 
che li Valleriani aveano ottenuti tanti privilegi {U| 
Veneziani per essersi sempre mostrati nemici e ribelli 
del Duca di Milano , alla di cui eredità succedeva il 
Re Cristianissimo, e che tali privilegi nel favorire la 
baldanza e la fierezza di quei popoli rivoltosi, veni- 
vano ad essere di maggior gravame e peso dei res- 
to del popolo Bresciano , che finalmente era sempre 
stato fedele al suo Principe naturale, non cedendo mai 

ad un 



SETTIMO 2?f 

ad un tai dovere quando non fosse stato costretto dalt, 
armi di un nemico vincitore. Questa supplica ricévu- 
ta dall' Ambois fu da esso indirizzata al Senato à\ 
Mitrino-, che con lettere del Re era deputato ad udire 
le parti . Intese tosto il Senato le ragioni àel Terri- 
torio e quelle delle Valli, e Carlo d' Ambois in con- 
sonanza del giudizio del Senato di non doversi dero- 
gare, né togliere i privilegi delle Valli , pronunciò con- 
tro il Territorio la sentenza che tute' ora esiste nella 
raccolta delie benemerenze alla pagina 292. 

Questo giudizio non potè acquietare le torbide 
menti del Territorio . Essendosi nella guerra fatte enor- 
mi spese per l'esercito Veneto, ed essendosi mutato go- 
verno, pensò il Sindico del Territorio Carlo Coma , che 
tinche le Valli dovessero sottomettersi alla spesa, per- 
chè non potevano più garantirsi con li privilegi Ve- 
neti , restati annullati con la perdita deg'i stati . Fu 
fatta questa causa avanti Bonifazio della Valle Udi- 
tore ài Carlo 'Caretro Cardinal del Finale, che a no- 
me del Re governava Brescia, e venne anche decisa in 
favor dei Valleriani , condannandosi il Sindico del Ter- 
ritorio a rilasciare certi sequestri che sopra lì effetti 
di alcuni individui avea indebitamente praticati . Al- 
tro litigio mosse il Territorio, sopra una pretesa 
mercede, a due carrattieri dette Chiusure, contro le 
Valli . Era Sitìdkò RicobelH da Bione uomo di testa 
molto quadra , e parimenti Richiede! di Lavono in 

Val 



256 LIBRO 

ValTrompia. I! Cardinale volle in persona conoscere 
e giudicare la causa, e dichiarò esenti iValIeriani da 
ogni pretesa del Territorio. 

Questo Governatore però non era sì affezionato 
alla Giustizia, ed ai popoli delle Valli, che non ne 
temesse l'indole e la forza , e perciò volle spedir nelle 
Valli stesse due Commissari, o Podestà, che invigi- 
lassero su i loro andamenti . Bernardino Caretto fu 
spedito in Val Sabbia per risiedere in Vestone , e 
Prospero Colli in Val Trompia per soggiornare in Gar- 
done Queste precauzioni erano usate dal Governatore 
di Brescia, perchè le armi fin allora perdenti e sfortu- 
nate dei Veneziani cominciavano a risorgere con qual- 
che ascendente di fama e di speranza. Si erano i Ve- 
neziani avveduti che la macchina inventata alla loro 
disti uzione era troppo composta e complicata per agi- 
re equabilmente e per lungo tempo, e perciò con la 
savia Wo politica ruppero la prima molla rappaciftV 
candos' col Pontefice, e quello che più importava, 
eransi collegati con esso contro il Re di Francia, ed 
avevano anche gagliarde prove, onde sperare di far le- 
ga con la Spagna per cacciar dal]* Italia il ^dominio 
Francese . Massimiliano Imperatore disceso fino a Tren- 
to avea fatte praticar sul Vicentino ed altri luoghi 
delle scorrerìe, indi era ritornato in Germania. La- 
onde cresceva le speranze nei Veneziani di rimettersi 
in forze , e di ricuperare i loro Stati . Tali novelle 

da un 



SESTO 25 r 7 

da un luogo all'altro recate a misura del genio e del 
fanatismo commossero ancora i popoli delle Valli, £ 
quali sebbene non odiassero il governo Francese, tut- 
tavia erano assai affezionati alti Veneziani. Né Ques- 
ti ignoravano le tendenze dei Valleriani, poiché volen- 
do questi cogliere le occasioni per approfittarsene , spe- 
dirono persone fidate nelle Valli, tempo di Maggio 
15*11. affinchè invitassero quella gioventù ad arrolarsi 
sotto le Venete insegne . Ebbero 3a sorte di firn e un 
numeroso ingaggio . Cento sessanta furono quelli di 
Val Trompia , ed altrettanti quelli di Val Sabbia, e 
di tutta questa truppa eraCapitanio il Sarasino nomi- 
nato di sopra. 

Vili. Al Cardinal del Finale era succeduto nel 
governo di Brescia, Francesco Trivello col titolo di 
Podestà, e Federico Divaito col titolo di Capitanio e 
Governatore della Città. Questi che vegliavano sull* 
andamento dei popoli seppero che nelle Valli si face- 
vano soldati per li Veneziani . Quindi rilasciarono or- 
dini pressantissimi a ProsperoColIi Podestà di ValTrom- 
pia , acciò si facesse esatta e sollecita inquisizione di 
quelle persone che da quindici giorni si fossero ab- 
sentate dalla Valle, e ne ricercasse il titolo dell' ab— 
senza, indi intimasse nell'avvenire, che niuno avesse 
ardire di partire senza licenza, e che intanto presaia 
rigoroso processo notizia degli abscnti ne trasmettes- 
se nome, e cognome alla Cancelleria, facendo anche 

R diligcn- 



258 LI&RO 

diligente ricerca sopra le persone forastier£ che erano 
venute in Valle per farle tosto arrestare , e spedirle 
sotto buona scorta alla Città. Esegm il Podestà scru- 
polosamente tutti questi ordini facendo anche a suon 
di tromba pubblicare un editto di simil tenore , e 
compito in poco tempo il processo furono li absentati 
itfo. , giuridicamente chiamati a scolparsi in termine 
di giorni dieci sotto pena di essere tenuti e castigati 
quali rubelli e rei di lesa Maestà. Così avvenne de' 
giovani che si arrolarono sotto le bandiere Venete re- 
cando ancora danni considerabili alla Patria , ed alle 
loro famiglie. Inteso da' Veneziani un bando così so- 
noro ed una confiscazione così rigida praticata dal go- 
verno Francese contro la gioventù passata a militare 
sotto le sue insegne, fecero animare ed incoraggirc 
que'solditi con le promesse di tali ricompense , che 
eguagliassero non solo i loro danni , ma anche i loro 
bisogni. Non si mostrò più costumata la gente 
oziosa e la gioventù di Val Sabbia, mostrandosi fa- 
natica pel governo Veneziano , elegendo più tosto di 
morire che far ingiuria al nome Veneto, certi gio- 
vani massime di Vestone portati da diffidenza al no- 
me Francese andavano gridando avanti il palazzo del 
Podestà , M.irco Marco ; celando e manifestando ad un 
tempo una parzialità , che li movea a queste ripro- 
vabili grida. Il Podestà Careto giustamente irritato 
pubblicò un editto penale a chi tra la Strepito popo- 
lare 



SETIMTO 259 

lare avesse pronunciato il nome di Dio e de' Santi, 
aggiungendo che sotto la pena di lire cento niuno gri- 
dasse Marco Marco , ne avesse ardire di absentarsi dal- 
li stati di Francia conquistati, né di prender servig- 
gio sotto altre insegne fuori di quelle del Re, sot- 
to pena della forca , e della confiscazione de' beni, 
come pure intimò alle Comunità , che non potessero 
convocarsi senza previa licenza , lo che richiedea la sa- 
via politica . 

IX. Questo spirito di rivolta succitato dalli ven- 
turieri Veneti in Val Trompia , ed esteso in qualche 
modo in Val Sabbia, come dicemmo , passò sgraziata- 
mente alia Città dove per altro dovea estinguersi, es- 
sendo in quella il centro delle forze Francesi . Veden- 
do alcuni Cittadini Bresciani che le armi Venete ri- 
sorgeano con qualche onore si risvegliò in essi ia pas- 
sione di essere sotto il dominio della Repubblica , e fu- 
rono anche sì poco cauti che osarono palesarla . Uno di 
questi fu il Conte Gio; Maria Martinengo uomo poco 
avveduto e troppo amante di novità. Tradito da un 
suo servo fu arrestato , e decapitato ad esempio degli 
altri . 

Un trpgico fine fatto da un personaggio delle più 
cospicue famiglie di Brescia , dovea chiamare i Brescia- 
ni tutti a starsi ne' limiti del dovere , lasciando che 
le armi decidessero della lor so te *, ma questo non 
bastò a frenar l ira Bresciana e T odio di .alcuni che 

R z non 



sfo LIBRO 

non sapeano sofrire il governo di Francia . Luigi Avo- 
gadro narivo di Cogozzo terra di Val Trompia eh' era 
stato aggregato al corpo de' Nobili Bresciani , era d' un 
animo troppo vasto e troppo inquieto . 'Non conten- 
to di essere passato dalla qualità di Triumplino allo 
stato di gentiluomo della Città , nell'occasione che 
Cristcrmo Re di Danimarca alloggiò in Brescia per 
continuare il suo viaggio a Roma l'anno 1474 procu- 
rò, ed ottenne da questo Monarca il titolo di Conte; 
titolo che probabilmente quel Re accordò all' A voga- 
lo per le amabili qualità che possedea, atte a guada- 
dagnar l'animo de' grandi, ed a farsi padrone della 
volontà dei piccoli . In fatti essendo ancora per ric- 
chezze distinto nella Valle era riputato un gentiluo- 
mo di merito . Avea militato nelF esercito Veneziano , 
ina nella sconfìtta di Gerra d'Adda era stato il primo 
ad abbandonarlo, ed a sottomettersi alla Francia. Il 
Cardinal del Finale Governatore , come dicemmo, di 
Brescia pel Re, avea stima di lui per lo potere, che 
possedeva nelle Valli, dove abitavan soldati e gente 
intrepida, e fedele, e lo trattò sempre con distinzio- 
ne , concedendogli titoli d' onoranza , e emolumenti , 
onde renderlo affezionato al nome Francese, ma per- 
chè era posseduto da una illimitata ambizione, che 
lo solleticava a voler essere il solo esaltato , o perchè 
troppo pretendesse dal governo Francese, solito a ri- 
conoscere il merito, ma cauto ad esakailo, tanta in- 
vidia 



SETTIMO 2 6i 

vidia il prese, tanto odio e tanto abborrimento , che 
meditò di far passar Brescia per via di tradimento 
sotto il dominio dei Veneziani. 

Pensò dunque a tramare una segreta congiura con- 
tro i Francesi , e trovò facilmente chi lo seguisse nelle 
sue ree intenzioni . Valerio Paltone dì nobil famiglia » 
due nobili Duchi , due Fenaroli , tre Riva , un Russo- 
ne , un Lana , un Ganfaloniere , un Longhena , Mas- 
sola Sala ed altri tutti nobili entrarono nella congiu- 
ra condotti dalla speranza di passare sotto il dominio 
dei Veneziani ed essere beneficati e distinti più di 
quello potessero aspettare dal governo Francese. Le 
più fondate speranze però che avevano i congiurati nel!* 
esecuzione della congiura erano riposte nel coraggio e 
valore delle Valli dalle quali, dipendea l'esito dell'af- 
fare . L' Avogadro che sapea essere i Valleriani trop- 
po mal contenti, perchè i due Podestà aveano messi in 
soggezione que' popoli guadagnò ben presto i princi- 
pali ddìe Valli; quattro fratelli Negroboni di Bove- 
gno , Angelo Robbi , due Avogadri di Cogosso , Gio- 
vanni Bailo, e Stefano Muti 5 nella Val Sabbia impe- 
gnò Gio: Sarazino , Giacomo Greziotti , e Gio: de! 
Calice , e Treboldi , li quali tutti pel loro potere , e 
per li aderenti che avevano poteano armare le due 
Valli in favore del 1* Avogadro per esequir felicemente 
la meditata congiura . 

Le esterne apparenze sembravano altresì molto fa- 
R $ vorevo- 



i& LIBRO 

voli . L'armata Veneziana facessi sempre più formi- 
dabile e forte, il Pontefice e la Spagna si sorzavano 
cacciar da Bologna i Francesi j li Svizzeri scendeano dai 
loro Cantoni per impugnar Tarmi a danno del Re di 
F; ancia, ed in fine il Re d'Inghilterra con armata na- 
vale tentava di fare uno sbarco sulle costiere dd Re- 
gno di Francia. Anche in Brescia la guarnigione era 
sminuita essendone partiti per il Campo di Bologna 
alcuni reggimenti. Avea anche TAvogadro significato 
il suo disegno alli principali Senatori di Venezia , i 
quali l'esortavano fortemente a porlo in esecuzione. 
Prese coraggio l'Avogadro nella meditata impresa, e 
fece a Venezia richiesta di forze per metter mano all' 
opra. Ma quando colà si parlò di dar aiuto all' Avo- 
gadro, il Doge Leonardo Loredan mostrossi assai lon- 
tano dal farlo. Sapeva esso, che le congiure hanno d' 
ordinario esito infelice venendo o scoperte ne' suoi 
principi , o troncate ne' suoi progressi . Vedeva anche 
che le genti delle Vaili per essere ben affette ai Vene- 
ziani erano bemì pronte a dar mano all'opra, ma nel 
tempo stesso si esponevano al furore dell'armi di Fran- 
cia , e che perciò meglio era il conservarle a' bisogni 
maggiori, tanto più che 1' Avogadro prometteva T ac- 
quisto della Città, e non dd Castello , il quale per 
esser forte per arte , e per natura del luogo si sareb- 
be mantenuto in possesso della Francia, e che final- 
•meate una congiura così improvvisa , e strepitosa ave- 

rebbe 



SETTIMO *% 

rebbe chiamato l'esercito , Francese su! Bresciano , do- 
ve forse sverebbe dovuto incontrare battaglia , e avven- 
turare l'armata Veneziana. Parvero gravi al Consiglio 
le ragioni del Loredan , ma pure prevalse l'opinione 
di dar mano all' Àvogadro , massime perchè giunse la 
nuova che l'esercito Spagnolo e Pontefizio battesse la 
Città di Bologna, e che colà restava impegnato il 
General dell'armata Francese Gastone de Fois , ài cui 
diremo in appresso. Fu dunque dato ordine ad An- 
drea Gritti Provveditor dell'esercito, che stava ai coti- 
fini del Veronese d' intendersi coir Àvogadro del mo- 
do di sorprendere la Citta di Brescia. 

Seguì tosto l'accordo fra il Gritti , e V Àvogadro 
di far scopiar la congiura nella notte antecedente alli 
io Gennaro I5TI. Fu stabilito che V Àvogadro ed il 
Paitone, chetamente uniti i Valleriani calassero a Bres- 
cia di notte tempo , che due figliuoli dell* Àvogadro 
sotto la direzione di Tomaso Duchi restassero in Bres- 
cia per assalire nell'ora assegnata le guardie alla por- 
ta S. Nazaro ed aprirla , che il Gritti , e V Àvogadro vi 
si trovassero pronti per far 1' assalto ed entrare entro la 
Città . Il Gritti adunque alla testa di tre milla Caval- 
li ogn' un de 1 quali portasse un fante in groppa si po- 
se in marcia sforzata per arrivare a tempo: L 1 Àvoga- 
dro ed il Paitone fecero l'istesso seguiti da' Valleria- 
ni , e trovatisi col Gritti si andò nel silenzio ódh 
notte con tutte le cautele alla porta nominata per fa- 
ll 4 re T as- 



264 LIBRO 

re P assalto al primo segno de congiurati rimasti in 
Città. Passata qualche ora sentirono Je pattuglie a 
scorrere le mura ed a visitare i luoghi occulti , udi- 
rono alle porte farsi Sempre maggiore un tumulto , ma 
niente significante di quello che era stato da loro ac- 
cordato . Entrarono in sospetto , che potesse essersi 
scoperta la macchinazione preparata, ed in breve ne 
restarono anche certificati. Perocché dal castello si co- 
minciò a far fuoco sopra la Città, eda'baloardi e dal- 
le porte si rispose con tiri replicati d 1 Artiglieria : in- 
di con tamburri, e con trombe si pose sull'armi la 
soldatesca. Allora il G ritti , e PAvogadro furono sul 
punto di ritirarsi, ma 1a durarono qualche ora perva- 
dere se da qualche parte li collegati o dassero qualche 
segno, o tentassero la fuga. Ma niente scoprendo di 
quello che attendevano, anzi riputandosi in pericolo, 
pieni di sdegno e di dolore in vedersi delusi e tocchi 
dalla infelice sorte dei compagni-congiurati, si riti- 
rarono . 

Quelli in fatti eh' erano nella congiura al veder- 
si scoperta la macchinazione ed esposta la loro vita 
restarono colpiti da ,un mortai timore. Li animò 
bensi Tomaso Duchi > e Gio: Giacomo Martincngo a 
fare gli ultimi sforzi per unirsi ed assalire una delle 
porte per salvarsi con la fuga , ma confusi non sep- 
pero determinarsi , massime perchè la soldatesca Fran- 
cese era sotto ranni per impedire ogni movimento 

dei 



SETTIMO 2<% 

dei Cittadini . Temettero anzi l'uno dell' altro, e dis- 
persi per varie parti cercarono i nascondigli più secre- 
ti per salvare la vita . 

Fatto giorno, a suono di tromba, si proclamò 
per le piazze e pei* le contrade che chiunque sapesse 
nome, o luogo de* congiurati , e non volesse© tardasse 
a manifestarlo si dichiarava reo del medesimo delitto 
e soggetto alla pena di tal misfatto . Se ne scoprirono 
quattro e furono anche arrestati; un figliuolo dell' A- 
vogadro, Tomaso Duchi, Girolamo, e Ventura Fé- 
narolo . Questo essendosi' rifuggiato nel Carmine,nc vo- 
lendo arrendersi alla sbiragìia fu uccr'so , ed appeso 
morto alla forca. Tutti gli altri' congiurati principali 
o si calarono dalle mura , o camparono in qualche 
altro modo che non si è saputo . Questi tre capi della 
congiura, condotti in Castello ed esaminati giuridica- 
mente confessarono :i principio, il progresso della 
congiura, le persone complici sì Nobili che Popolari. 
In forza di tale deposizione uniforme > i tre rei furo- 
no proclamati per ribelli, anzi perchè in sì fatta ma- 
teria l'indizio solo diventa reità si videro molti Nor* 
bili e Cittadini arrestati > e non passava ora che non 
venisse carcerato or l'uno or l'altro massime degli 
attinenti di sangue aili capi della congiura . 

Un esito cosi infelice in vece di disanimare i con- 
giurati che erano fuori di Città servì anzi a metterli 
in furore, ed. a pensare da disperati .. Vedendo che sta- 
vano 



ifó LIBRO "" 

vano esposte le loro famiglie , le loro case , ed i loro 
parenti ali 1 ultimo cecidio , pensarono di tentar con 
k forza ciò che non avean potuto ottenere col tradi- 
mento . Quindi fatti arditi, ed esagerando la crudeltà 
Francese, la dolcezza dei Veneziani, e la facilità d* 
impadronirsi di Brescia , sparsero dove mai seppero 
Io spirito della rivolta. Li fratelli Negroboni poten- 
ti inValTrompia sollevarono i Triumplini tutti con* 
tro i Francesi, ed il Sarasini e Greziotti commossero 
la Val Sabbia, Era la Rocca d'Anfo presidiata dalla 
milizia Francese, onde conveniva aver colà qualche os- 
servazione. Il Sarasino e Greziotti niente titubarono 
B sigiarli da quella fortezza. Coa un numero de* 
più coraggiosi soldati Sabini sì portarono verso Anfo, 
e fìngendo tutt' altro assalitoti alTimproviso la Rocca , 
e dopo una valida resistenza dovettero li Francesi ce- 
dere la fortezza e darsi prigionieri , e fu preso il pos- 
sesso di quella fortezza a nome della Repubblica Ve- 
neta . Questo fu un segnale di aperta ribellione al do- 
minio Francese, ed un invito ali 1 altre terre di dar ali* 
armi. In fatti le Comunità di Pedemonte, le terre 
della Riviera di Salò, e la maggior parte del Territo- 
rio si sollevarono contro i Francesi . 

Portate queste nuove così strepitose a Venezia 
quel Senato pensò di secondare il furor popolare, e di 
fomentarlo vieppiù . Per soccorrere anche i miseri 
Bresciani fu spedito ordine al Provveditor Gritti che 

senza 



SETTIMO 2^7 

senza dilazione si portasse con tutte le forze a soccor- 
rer Brescia favorendo le mire dei sollevati. Non man- 
cò il Gritti ci farlo, anzi per animare i popoli solle- 
vati avvisò PAvogadro, il Ncgroboni , il Paitone , ed 
il Sarasino e Greziotti della commissione venuta da 
Venezia, esortandoli a venire tutti a Castenedolo alli 2 
^i Febbraro per far la rassegna dell'esercito, e consul- 
tare l'impresa . Il Sarasino e Greziotti aveano saputo 
venire un corpo ài Tedeschi verso la Rocca d'Ànfo, 
però pensarono di rimanere uno di loro alla difesa di quel 
importante posto. Rimase il Sarasino alla Rocca con 
una sufficiente guarnigione, e partì Giacomo Greziot- 
ti con 600. soldati alla volta di Castenedolo; Il "Ne- 
groboni dalla Val Trompia condusse 800. armati . Fran- 
cesco Caisoni nativo di Salò, e Colonello sotto i Ve- 
neziani raccolse le genti della Riviera, Gio: Frances- 
co Rossone quelle di Pedemonte , e Gio: Giacomo Mar- 
tinengo quelle del Territorio . La fama fece ascendere 
quell'armata al numero di ventimilla . 

Governatore di Brescia per la Francia "era allora 
il Signor de Luda, il quale avea , dopo scoperta la con- 
giura , fatto sapere lo stato delle cose al Generale dell' 
armata Francese sotto Bologna, che come si disse era 
Gastone de Pois uomo guerriero , e degno di essere 
condottiere di un esercito. Da questo il Governatore 
avea avute esortazioni e riportate sole promesse . Cre- 
scendo il pericolo avea replicate le istanze, ed intan- 
to cer- 



2<58 L,I B R O 

to cercava di presidiare la Città con quelle poche for- 
ze che avea . Li Cittadini parziali sentendo crescere 
sempre più il rumore dell' armata Veneta e dei solle- 
vati si sarebbero uniti all'armi Francesi, ma il Luda 
che giudicava i Cittadini di dentro la Città egualmen- 
te nemici, come i sollevati al di fuori, non volle che 
avessero alcuna parte nella difesa . Fece anzi pubbli- 
care un ordine risoluto e rigoroso , che niuno osasse di 
pigliar Tarmi sotto pena della testa. Doveva questo 
Comandante ragionevolmente dubbitare della fede dei 
Bresciani, co'quali è probabile, che avessero quelli di 
fuori qualche intelligenza . 

Radunata Tarmata dei sollevati in Castenedolo si 
concertò il modo di dar T assalto alla Città, Fu deli- 
beiato di farlo a tutte le cinque porte per così tener di- 
vìse le forze dei Francesi , ma realmente rivolger T attac- 
co più forte alle due sole di Torlonga e delle Pile . Fiì 
preparata una buona quantità di scaie , e di stromenti 
per romper le mura. La cura di espugnar la porta 
delle Pile fu assegnata alla milizia delle Valli sotto il 
comando dell' Avogadro, del Negroboni , e del Palto- 
ne . Quella di Torlonga al Colonello Calsone colla 
gente di Riviera ; le altre tre ad altri Capitani colla 
commissione di fare fìnti attacchi . Animarono i Ca- 
pitani la soldatesca, e molto più lo fece coi Valleria- 
ni T Avogadro e il Negroboni , i quali sapendo le 
tendenze de' Valleriani sapean altresì infiammare le lo- 
ro pas- 



SETTIMO 2(5 9 

ro passioni per approfittarne nell'impresa. Alli 3 di 
Febbraro sul bel mattino circondata la Città diede il 
Griffi il segno di passare all'assalto di tutte le por- 
te. Nel momento medesimo si vide la milizia all'im- 
presa. I Valleriani alla porta delle Pile fecero tosto 
giuocare alcuni pezzi d'artiglieria per infrangere le 
porte, altri si fecero con strumenti di ferro a rompe- 
re i condotti del fiume Garza , ed il resto con il fuoco 
delli archibugi impedivano i Francesi dal portar dan- 
no. Li soldati àdìe porte facevano anch' essi fuoco so- 
pra il corpo de' Valleriani , e benché pochi di nume- 
ro incomodavano assai li assalitori , e restavano alcuni 
morti, altri feriti. Durò per qualque tempo il confiit- 
to, alla fine non potendo più reggere al fuoco ed al- 
la moltitudine che incominciava a salire intrepidamen- 
te le mura in varie parti, abbandonarono i Francesi ìc 
porte e si ritirarono nel castello. Non così era defla 
truppa comandata dal Calsone a porta Torlonga . Neil' 
attacco fu meno fortunato, e forse più gagliarda resi- 
stenza trovò nei Francesi. O fosse che il Calsone tras- 
portato da soverchio ardire per voler essere il primo 
ad entrare nella Città non si regolasse nelP assalto , o fos- 
se maggior la bravura ne' Francesi e minor il coraggio 
nei soldati di Riviera assalitori ; certo è che furono ri- 
battimi sì gagliardamente, che lasciati morti dugento 
uomini , abbandonava V attacco ; ma giunta la nuova 
alla gt:arniggione Francese di dover tosto ritirarsi, per- 
chè 



270 LIBRO 

che il nemico era entrato per la porta delle Pile , al- 
lora potè il Calsone entrare per la porta di Torlon- 
ga con le genti della Riviera. Volarono i Francesi al 
Castello, ma nella loro celerità non si potevano tutti 
salvare essendone stati raggiunti molti alle radici del 
Castello, e messi a fxl di spada . Entrarono adunque in 
Città per diverse porte i Veneti , ed i sollevati, e die- 
dero il sacco alle case di alcuni mercanti Milanesi , e 
di quelli che tenevano pubblici uffici per li Francesi. 
La milizia composta di gente gregaria voleva passare 
all'assalto del Castello, ma la raifrenò il Gritti con 
farle riscontrare la diversità che passava dalle mura di 
una Città che si estendono in un spazioso cìixdÌo al 
piano, e la ristretezza di una mura posta in eminen- 
za intorno al Castello. Loro promise di quanto prima 
agevolarne la salita colluso dell' artiglieria aprendo 
la breccia, e perchè vedeva molti indisciplinati sol- 
dati che poteano piutosto impedire le operazioni mi- 
litari che promoverle, ritenuti iValleriani, li mandò 
con boni modi il giorno vegnente alle loro case. 

Gioirono i Veneti per l'acquisto ài Brescia, e 
ne esultarono co' cittadini i popoli delle Valli, ed in- 
sieme gli abitanti del Territorio , e della Riviera . Ma 
T allegrezza mari fondata durò molto poco. Nel giorno 
che i Francesi perdettero la Città di Brescia , Gasto- 
ne entrò trionfante in Bologna , e partirono li eserciti 
Pontificio, e Spagnolo. Intesa che ebbe questo gran 

Gene- 



SETTIMO 271 

Generale la rivolta di Brescia, e la caduta della Cit- 
tà, lasciando un conveniente presidio in Bologna con 
25. milla uomini tra Fanterìa e Cavallerìa prese il cam- 
mino verso Brescia . La sua marcia fu così improvisa , 
e così rapida , che non si seppe se non tardi , e si può 
«lire che dall' esercito Veneto, Gastone fu prima vedu- 
to nel terrore delle sue armi , che udito nella direzfo- 
ne della sua marcia . Comparve sulle frontiere del Ve* 
ronese, e inteso che il Baglioni con un corpo d'arma, 
ta Veneta era accampato vicino all'Adige, corse ad 
attaccarlo senza che neppure si accorgesse che fossero 
truppe Francesi staccate da Bologna . Lo ruppe tan- 
tosto , e lo mise in tanto disordine, che gettatosi nel 
fiume procurò salvarsi su 11* altra riva restandovi molti 
uccisi, moki annegati, e gli altri dispersi. 

Si proseguiva intanto a Brescia dal Gritti 1' asse- 
dio del Castello, e si batteva sì fortemente col can- 
none che cominciavano in diverse parti a crollare le 
mura di quello . Per un Trombetta fece dimandar ia 
resa, ma sempre gli fu negata con costanza . Giunsero 
le due nuove a Brescia , della venuta vai a dire dj 
Gastone con l'esercito Francese , e delia disfatta de 
Baglioni. Allora s'empì" la Città di timore e di con- 
fusione, e li congiurati s' avviddero che per Ipro la 
era finirà , nò vi era scampo, né perdono. Il popolo 
della Città tumultuò * temendo gli ultimi danni, ma 
convenne sottostare; -alla comune infelice condizione. 

XI, 



272 LIBRO 

XI. Dopo Cinque giorni che Gastone partì da Bo- 
logna giunse su! L'asciano, ove avendo incontrato 
Maleagro da Forlì con un grosso corpo di Cavalli leg- 
geri con tutta prestezza e facilità lo ruppe, facendo 
prigioniero il Maleagro, che per sua sventura cadde 
da cavallo . Alli 17. arrivò a Brescia ponendo ad allog- 
giar la vanguardia nel Borgo ài S. Matteo , che pre- 
sentemente si dice il porto. Quando vide la posizione 
di quella Piazza situata a pie del colle, e vicina al ' 
monte, che si erge in maggior eminenza , comprese be- 
nissimo come potesse esser presa , e come si dovesse 
con buon'arte assediarla. Già sapea che nel Castello 
vi era la guarnigione Francese, e che il Governatore 
di Luda , non che tutti li Ufficiali erano eccellenti 
nell'armi, costanti nel proposito, e vigilanti soprai 
movimenti dell'inimico. Sapea altresì essere sui mon- 
te una grossa partita di soldati nazionali per altro ines- 
perti di battaglia ordinata . Erano questi nella fortez- 
za sul luogo , ove anticamente era il Monastero di S. 
Floriano. Siccome però conosceva essere questi la mag- 
gior parte risoluti Valleriani, risolse con speditezza 
prepria dei Francesi di primamente attaccarli . Cadeva, 
una dirotta pioggia ed appunto voleva approfittare 
anche dell'inclemenza della stagione. Previde che li 
archibugi per l'umidità difficilmente avrebbero preso 
fuoco, onde pensò d'usare l'arma bianca come mez- 
zo più sicuro alia vittoria .Fu adunque fatto l'attac- 
co, 



SETTIMO 27 3 

co, quando meno si credeva , e salendo la truppa Fran- 
cese con un ardire e con una velocità incredibile, vol- 
lero i ValJeriani usar prima li archibugi li quali o non 
presero fuoco o disordinato ed infruttuoso riuscì lo 
sbaro, talché in pochi minuti saliti i Francesi ed av- 
vicinatisi al recinto della trincea la salirono , e diede- 
ro adossso a que' soldati. Sorpresi questi più dall'or- 
dinanza e dell 1 ardire , che dal numero degli assalitori, non 
fecero che una debole resistenza , onde venne ilNegroboni 
morto e trucidato , senza poter impegnare il suo valore, 
e riuscì solo al Greziotti di astutamente ritirarsi con 
pochi Soldati, favorito dalla pratica dei monti. Questa 
vittoria fu un felice presagio per V armata Francese , 
ed un fatale preludio algi assediati . Avea bene il Grit- 
ti entro la Città tutto il coraggio e la previdenza ne- 
cessaria ad un Capo d'armata: Esso animava coni più 
efficaci modi la soldatesca, ed eccittati i Citadini, 
avea dato ordine , che tutti quelli che erano abili 
prendessero le armi, che niuno, sotto pena del- 
la vita , né entrasse né uscisse ài Città . Aveva fat* 
to chiudere, e con forti e grosse travi fermare le por- 
te di quella , ed avea anche usate tutte le diligenze 
onde la guarnigione Francese non scendesse a far dan- 
no alla Città. Avea fatte ben arginare, attraversare, 
e con travi , e gabbioni pieni di terra assicurare tutte 
le vie per cui si passa dal Castello alla Città; e mu- 
nite le avea di forte presidio di veterani soldati . In 

S som- 



^ 74 LIBRO 

somma per esso lui si era messo in opra tutta quello 
che un Capitano in sì breve tempo può fare per di^ 
fendere una piazza . 

Ma Gastone era troppo forte e troppo fervido 
per rallentarsi all'impresa. Dopo la vittoria riportata 
sopra la fortezza del monte di S. Floriano , spedi un 
Trombetta in Città a dimandare che fossero a Gasto- 
tone Generale del Re di Francia ed al suo esescito 
aperte le porte della Città , salva la vita e la roba 
di tutti , tranne i Veneziani . Tale dimanda fu fatta 
da Gastone , non perchè si lusingasse di sentirla accetta- 
ta, ma per iscoprir l'animo degli assediati, e permet- 
ter tra loro la dissensione . Essendo stata accordata al 
Trombetta l'udienza alia presenza del Gritti, fu ri- 
fiutata con dispresso e con ardire. Gastone intanto 
consultò co' suoi Ufficiali più intendenti sopra il mo- 
do di espugnar la Città. Fu preso in deliberazione , 
che scelte le migliori truppe si entrasse in Castello, 
e da quella parte si praticasse V assalto , dove ì ripari dì 
fresco fatti e lavorati in premura sarebbero stati meno 
consistenti , e forse anche fabbricati senza rigor di ar- 
te . Dietro tale deliberazione passò coli' esercito a te- 
ner gli alloggi nel borgo di S. Giovanni, per essere più 
vicino al Castello. La vegnente mattina con 400. uoJ 
mini d' armi e 6000. fanti parte Guasconi , e parte 
Tedeschi, egli a piedi, si portò in faccia alla porta delle 

Pile, e salendo alla volta del castello, sen2a che alcu- 
no 



SETTIMO 27? 

no osasse d' opporsi , entrò per la porta del soccorso ne! 
primo recinto , avendo lasciato un ordine stretto al 
resto dell'esercito che circondasse la Città, e stesse 
attesto ad ogni moto ed occasione che se li presen- 
tasse . Correva il giorno 19. Febbraro, ed era il giove- 
dì della Sessagesima, detto da' Bresciani Giovedì gras- 
so . Scoperto il disegno dì Gastone dal Gritti , esso 
impiegò tutta la notte ad impedire, attraversare, e 
munire i passi del Castello alla Città, e particolar- 
mente fortificò con forti trincee le due strade, una 
che porta alla piazzetta dell'albera, l'altra alla porta 
bruciata , le quali parevano essere le vie più aperte 
e più difficili da sostenere il nemico. Venuto il tem- 
po di passare all'assalto, Gastone che avea gran credito 
appresso i suoi soldati ed era padrone degli animi loro , 
così parlò . „ Voi che fin' ora avete nell' Italia reso sì te- 
» mibile e rispettabile il nome Francese, siete nova- 
„ mente all'occasione di segnalarvi, e vendicare l' in- 
„ giuria fatta al Re nostro ed alla milizia che presidia- 
,, va questa fortezza da codesti ribelli . Dovete assa- 
„ lire una Città difesa da gente indisciplinata , che 
» cade a vista della nostra prontezza . Ne vedeste un 
,, esempio nella guarnigione sul monte di S. Floria- 
,, no, che sebbene fosse la miglior truppa, fu dalle 
„ vostre spade sacrificata . La Soldatesca Veneziana è 
,, di sua natura pavida. Il Veneto Leone è ben forte 
„ in mare , ma niente in terra , e Io vedeste presenti 

Sz „ sul 



2j4 LIBRO 

5, sul Veronese quando fu rotto il Buglioni, e quando 
„ sul Bresciano fu fatto prigioniero il Capitano Mal- 
„ cagro e dispersa la Cavalleria. Tempo è adunque 
„ di richiamare il vostro coraggio , ed il vostro na- 
30 turai ardire, e di superare gli sforzi di questo osti- 
3, nato bensì, ma debole inimico. Vostra ricompenza 
3, sarà il sacco d'una ricchissima Città , che vi sarà 
3, concesso allorché avrete compita la battaglia, e gua- 
„ dagnata la corona delia vittoria . Io sono vostro 
„ Duce e vostro compagno nel presente cimento, ma 
3, voi sarete soli nel ricchissimo bottino che potete 
3, acquistarvi . 3 , Così detto , cominciò ad uscire dal 
Castello precedendo gli uomini d'armi al li fanti. Al 
primo calare della fortezza se gli fecero incontro alcu- 
ni fanti nemici, i quali avendo qualche pezzo d' ar- 
glieria volevano disputargli l'avanzamento, ma con 
poca forza li obbligò a ritirarsi . Scese con buon or- 
dine al basso, ove erano alzati i trinceamenti nemici, 
è con indicibile prestezza ed ardire assalì in tutte le 
parti la trincea, ma trovò un'opposizione ben forte in 
tutte le parti . Il combattimento da una parte e 1' al- 
tra fu ostinato e durò quasi due ore. La pugna più 
forte e sanguinosa fu a quella trincea che aveva alzata 
il Gritti, la quale conduce a porta bruciata. Alla di- 
fesa di questa si era portato il Capitanio Gritti con 
la milizia più forte , e potè tener fermo quel posto t 
talché Gastone vedendo molti morti senza poterla es- 



pugna- 



SETIMTO 277 

pugnare 'pensò di rivolger altrove gli ultimi sforzi , 
Corse adunque Gastone verso i Padri Gesuiti (og- 
gi stanza dei Riformati ), e siccome avea notizia, 
che alla difesa di quel posto fussero stati mandati sol- 
dati nazionali stanchi e feriti dalla prima milizia spe- 
dita ad assalirlo, quivi diede un nuovo attacco e gli 
ruppe , e li mise in fugga . Cosi impadronitosi di quel 
passo potè inoltrarsi. Quelli, che erano alla difesa di 
S. Pietro temendo di essere battuti alle spalle cadet- 
tero e si dirpersero . Per due vie adunque avanzandosi 
li Francesi ruppero dentro la Città. Gastone, sempre 
presente a se stesso, ritenne una parte al possesso del- 
le vie e dei passi più importanti , e P altra parte P 
avanzò di corso alla porta Torlonga per sforzarla ed 
aprirla all' esercito che stava al di fuori . Que* sol- 
dati Veneti che la difendevano, avvisati della venuta 
dell'inimico verso le porte, l'abbandonarono. Sicché 
i Francesi, giunti a Torlonga, la sgombrarono dai tra- 
vi , ed apersero le porte ai soldati che stavano al 
di fuori e sotto P armi , attendendo la desiderata sor- 
te di entrarvi . Allora fu tutta rimbombante la Città 
di grida , di pianto e di spavento : furono abbando- 
nati i passi che comunicavano verso il Castello, restan- 
dovi il solo Gritti . che valorosamente difendeva la 
trincea della Cittadella, la quale finalmente abbando- 
nò . Così i Francesi sboccavano c^a tutte le parti del- 
la Cittadella e della Città e si potea dir vinta la piaz- 

S 3 za, 



27$ LIBRO 

Sa. Ducento Stradioti che erano stati lasciati a guar* 
dare la piazza vecchia, sentendo che i Francesi avanza- 
vano, vilmente l'abbandonarono, e fuggirono verso 
la porta S. Nazaro a 1* un dietro l'altro ? uscendo dalla 
portella. Ma la fuga non li salvò. Sorpresi dalla ca- 
valleria che era intorno alle mura, furono ammazzati 
quasi tutti, ed il misero avanzo fu fatto prigioniero . 
Non così fece ii popolo Bresciano , ne così la mili- 
zia . Essi rifuggiati nelle case disputarono V avanza- 
mento a' Francesi come e quanto poteano . Ma l'esercito 
francese, come torrente che ingrossa e rovescia ogni ripa- 
ro, sboccava da tutte le parti, seguendo il corso della 
vittoria con quell' ardire che i vincitori hanno sopra 
i vinti . Si resero padroni delle porte della Città e 
delle vie maestre , e non fecero fine al combattimento 
ed alla strage finche non si resero padroni di tutto , 
e non fecero prigionieri i soldati nemici . Ciò fatto 
( poiché niun soldato avea avuto ordine di metter a 
bottino la Città atteso il comando di Gastone di uc- 
cidere tosto il soldato che si fosse fermato a rubbare 
prima d'aver tutta vinta la Città ) si rivolsero con un 
barbaro e crudelissimo furore a dar il sacco alla mi - 
sera Città. Non vi fu mai un flagello piiì terribile,' 
ne un sacco più crudele in Brescia di quello che a' su- 
oi soldati concesse Gastone . Le truppe Francesi arrab- 
biate contro i Bresciani riputati come tanti ruoelli , 
non lasciarono casa , non palaggi , non templi sacri , 

che 



SETTIMO 2 7 p 

che furiosamente non ispogliassero . Nor, vi fu dignità 
o sacra o politica , non persona nobile o plebea , non 
età di giovani o vecchi, non sesso d'uomini o donne 
che non venisse vilipeso e maltrattato . La presenza 
del SS. Sacramento non arrestò la loro rapacità, sparè 
sero infinito sangue , commisero stupri detestandi . 
Nella Chiesa di S. Maria Calcherà e di S. Nazaro si 
trovarono Sacerdoti scannati , e nella Cattedrale fu 
detto che fossero uccisi più di cento , e in una casa 
un Sacerdote, che vestito con cotta assisteva alla con- 
fessione di moribonda persona . Que' ricchi che erano 
indicati come danarosi furono esposti alla licenza e 
crudeltà militare , e vennero battuti per indurli a con- 
fessare quello, che credevasi nascosto. I Monasteri 
delie sagre Vergini furono per comando di Gastone 
preservati dal saccheggio , ma dovettero mandar fuori 
le persone ricoverate , e le robe depositate come in 
asilo sicuro . Durò il sacco sei giorni , e non sì lasciò 
angolo che non si visitasse. Il capo della congiura 1* 
Avogadro fu decapitato, e messo il corpo in quarti 
alle porte della Cittì, lì Gritti ed Antonio Giusti- 
niani , Nobili Veneti , con altri personaggi restarono 
prigionieri , ed il numero dei morti sormontò li otto 
milla. Così finì il luttuoso spettacolo della rivolta. 
In tanto Gastone il primo di quaresima ritornò ver- 
so Bologna. 

fine del libro Settimo \ 

S/ LI- 



LIBRO 

LIBRO Vili. 

SOMMARIO. 

/. Supllcj dati agli autori della congiura. 

IL Confiscatone de' beni fatta a 400. Valleriuni . 

III. Commozione delle Valli eccitata per la morte di 
Gastone . 

IV. Alcuni delle Valli uccidono i Podestà di Vestone > 
e di Gardone. 

V. Gli Svizzeri e li Veneziani fanno partir l' armata 
Francese dall' Italia . 

VI. Trattano i Vallerìani la ricupera di Brescia a ciò 
eccitati dui Doge Loredan. 

VII. Assediano i Veneziani la Città , e vengono respin- 
ti dal presidio Francese . 

VI IL II Governatore di Brescia per la Corona di Spa- 
gna consegna la Città al Vice Re di Napoli , il quale 
inganna V esercito Veneziano . 

IX. Lega del P.e di Francia coi Veneziani , e nuovi 
soccorsi preparati dai Vallerìani per ricuperare il 
Castello di Brescia . 

X. Rotta dei Francesi vinti dalgì Svizzeri • 

XI. Morte di Lodovico duodecimo a cui succede Fran- 
cesco primo , col quale i Veneziani rinnovano l'alle- 
anza > e Zìi Spagnoli cedono Brescia alV Imperatore. 

XII. Francesco primo vince gli Svizzeri , e soccorre i 
Veneti per U presa di Brescia, al qual fine sono chia- 
mati 



OTTAVO 281 

mati li Valleriani. 

XIII. Li Veneziani sotto Brescia vengono battuti dagl 
Imperiali . 

XIV. Nuoro soccorso dato dalle Valli à Veneti . 

XV. V esercito Cesareo viene a Lodrone per passare a 
Brescia . 

XVL Contribuzione di Bagolino imposta in nome di Ce-* 
sare dal Conte Lodovico di Lodrone , il quale poi ref 
ta prigioniero alla Rocca d' Anfo . 

XVII. Venuta dell imperatore in Italia, il quale poi ri- 
torna , senra gran fatti d' armi , in Germania . 

XVIII. Li Veneti assediano nuovamente la Città, e res- 
tano battuti dagl' Imperiali , i quali poi Capitolano 
per la resa . 

XIX. Ritorna V Imperatore in Italia , ed i Veneti chia- 
mano in soccorso le Valli . 

XX. Nuova lega col Re di Francia, e vari soccorsi 
domandati alle Valli. 

XXI. Pestilenza di Brescia , ed incendio della terra di 
Col Ho . 

XXII. Guerra di Levante contro {il Turco, e sussidio 
delle Valli . 

XXIII. Guerra per la sucessione alla Corona di Spagna , 
* varie vicende delle Valli » 

I JL/opo la partenza di Gastone , Brescia non ave» 
più aspetto di Città. Il lutto, V orrore, la solitudine 

spira- 



282 LIBRO 

spiravano d'ognintorno, ed appena i Cittadini ri- 
membravano se stessi. I pochi sopravvissuti all' ase- 
sedio, al sacco, ed alle stragi , o stavano rinchiusi nel-* 
le lor case, o camminavano timorosi e palpitanti . Gia- 
ceva affatto ogni commercio , non vi erano Tribunali , 
morte erano l'arti, ed aperto soltanto il foro cri- 
minale per le quotidiane esecuzioni . Vero è che la 
moltitudine dei soldati popolari furono mandati alle 
ior case , ma si tennero in ferri tutti i capi , ed i 
principali della congiura. Moltissimi Cittadini parti- 
rono dalla Città per non essere astretti a vedere que* 
soldati , che avea-n praticato un sì aspro governo de* 
suoi concittadini . Il dominio francese era loro in 
odio , e spirava sempre più nuovo orrore pei severi 
castighi che praticava. Quelli che governavano la Cit- 
tà pensarono di tenerla a dovere non tanto con la for- 
za dell'armi quanto col terror dells pene. Otto gior- 
ni dopo il supplicio dell' Avogadro , furono i due gen- 
tiluomini Duchi e Riva , che fin allora erano stati 
nelle carceri del Castello furono, dissi, condotti in 
pubblico e decapitati, indi fatti in brani , furono ap. 
pesi 3 Ile porte presso alla parte del cadavere dell' Avo- 
gadro . Soggiacquero in Milano all' istesso supplizio 
i figli dell' Avogadro , ed altri suoi aderenti furo- 
no decapitati in Brescia , con terrore di tutti i 
Cittadini . 

II, Ma il terrore non era soltanto entro il recin- 
to di 



OTTAVO 28j 

to di Brescia ; erasi sparso per tutto il territorio , e 
nelle Valli divenute quasi stupide in sentendo tante 
stragi, e tanti suoi compatriota morti e sacrificati nel- 
la sconfitta di Brescia. Tornarono i due Podestà aite 
loro residenze, Prospero Colli a Gardone di Val Trom- 
pia , e Bernardino Caretto a Vestone, né vi fu chi osas- 
se dir parola meno che rispettosa . Ma i Valleriani 
sebbene cangiato stile rispettassero la loro autorità, 
aveano però lo svantaggio di essere riguardati come 
primi autori della sollevazione coli 1 Avogadro . Gover- 
nava il Ducato di Milano il Generale di Normandia 
Tomaso Boiler , uomo avaro e crudele . Questi mandò 
ordini e persone destinate a formar processi d' inqui- 
sizione in Valle sopra tutti quelli che avevano prese 
Tarmi in favor dei Veneziani, per passare alle pene de- 
stinate a' rubelli di Stato . Si formarono in pochi gior- 
ni gli esami e le ricerche necessarie. 11 Sarasini , e 
Greziotti che si erano sottratti astutamente dal furor 
di Gastone, ed erano rientrati in Valle, non 'potero- 
no però evitare le ulteriori loro disgrazie: il primo 
di Aprile furono proclamati con 200. de' suoi seguaci 
principali con nome , cognome e patria , e furono 
appese le liste nei pubblici luoghi, e lo stesso seguì 
in Valtrompia. Indi il Bolier commise a Luigi Pani- 
carola Regi® tesoriero , che facesse ridurre nella regia 
cairera tutti i beni ed effetti dei miseri praclamati . 
III. Non e facile il dire quanto furore, e rabbia 

si e- 



2S4 M BRO 

s i cccittasse nel cuor dei ValJeriani , e come dentro se 
stessi esecrassero il nome Francese . Fu radolcito però 
il loro dolore da una nuova molto significante, venuta 
con tutta certezza dalla Romagna. Nella battaglia di 
Ravenna era stato bensì sconfìtto l'esercito Pontifìcio 
e Spagnolo , ma nella battaglia stessa era restato ucci* 
so il famoso Gastone de Fois con il fiore dell'Ufficia- 
lità Francese. In Brescia tacevano i Cittadini in pub- 
blico, ma in privato ne esultavano infinitamente. Do- 
po pochi giorni ginnse altra nuova, che l'Imperatore 
erasi collegato coi Veneziani , e si credeva, che questa 
nuova alleanza finirebbe presto con la pace . Anche il Re 
d' Inghilterra avea intimata la guerra a! Re di Francia , 
e già avea unite le armi sue a quelle del Re di Spa- 
gna per invadere li suoi Stati , onde dall' Italia richia- 
mava il Re le sue truppe per armarsi a difesa. Fi- 
nalmente gli Svizzeri radunati in gran numero a Coi- 
rà si armavano contro i Francesi per passare a Tren- 
to per la via dei monti, indi scendere sul Veronese 
ad unirsi ai Veneziani per cacciar d'Italia i Francesi» 
e rimettere sul trono lo Sforza Duca di Milano. 

Tali e tante nuove veramente reali nella loro sostanza » 
ma esagerate dalla fama, fecero tumultuare i Valleria- 
ni » e si commossero dal desiderio di scuottere il giogo 
Francese e tornar sotto il dominio dei Veneti. Co- 
minciarono ad ammutinarsi segretamete , indi a tumul- 
tuare per modo, che il Podestà della ValTrompia, e 

quello 



OTTAVO 23 5 

quello della Valsabbia diedero al Governatore di Bre- 
scia notizie del pericolo che vi era di prossima ribel- 
lione in quei popoli. Questi , prese le misure per im- 
pedire i tumulti che stimò più opportune , spedì Gio: 
Battista Marianolo, persona distinta della sua Corte, con' 
sua lettera, 15. Maggio 1512., dove ordinava alla Val 
Trompia ( poiché in quella era stato maggiore il tu- 
multo ) che dovesse porre indubitata fede al Mariano-» 
lo, ed eseguire quanto in suo nome gli averebbe es- 
posto . 

Sindaco di quella Valle era allora Giovanni Muti 
uomo prudente, accorto, ed abile a dirigere un' assem- 
blea popolare anche in istato di turbolenze. Radunò 
esso immantinente il Consiglio Generale delia t Valle* 
nella terra ni Gardone , e congregato lo tenne alia pre- 
senza di Gio: Siro, Luogotenente per il Podestà Colli, 
dove il commesso del Governatore di Brescia disse , 
che il suo Padrone, posto dal Re al governo della Pro- 
vincia, dovea renderli conto di tutto ciò che fosse oc- 
corso a danno e disonore della Corona ; e che avendo 
inteso, che alcuni con popolare tumulto cercavano di 
mettere in disordine la Valle, perchè potesse, in rifles- 
so della loro povertà, sorpassare per quella volta la 
loro reità, g'i conveniva usar delle precauzioni neces. 
sarie: Che però si disponessero a dare gli ostaggi per 
Scurezza dello stato . Erano questi dodici persone che 
dovano star di continuo presso il Podestà della Vai- 
le di 



226 LIBRO 

le dipendendo da cenni suoi, ed altri trentadue dovcan 
essere spediti a Brescia, cioè ogni otto giorni, quat- 
tro alternativamente, per dipendere dal volere del Go- 
vernatore . Niuno ebbe coraggio di contraddire^ con- 
tribuì molto a questo il rispetto e la stima che avea- 
no verso il Muti , sebbene i più fervidi affezionati 
al nome Veneto privatamente, condannassero quest' at- 
to come vile e disonorevole alle Valli . 

Era l'esercito dei Veneziani accampato sul Vero- 
ne?? dove aspettavano gli Svizzeri ; e li Fiancesi dis- 
persi prima per le fortezze e presidj del Territorio , 
lasciata una sufficiente guarnigione a Brescia , ed ab- 
bandonato ogni altro luogo, s'erano radunati a Cas- 
tiglione per opporsi all'armata nemica, ma per esse- 
re inferiori di forze benché , fìngessero di volersi op» 
porre, non aveano intenzione di venire a giornata. I 
Veneti fermati sul Veronese non istavano colle mani 
alla cintola , ma procuravano secretamente la rovina 
dei Frsncesi . Aveano con ogni secretezza e cautela 
spedite persone nelle Valli per animarle ad unirsi seco , 
concertando in fine che i Veneti alla venata degli Sviz- 
zeri sarebbero venuti ad occupare la Riviera di Salò , 
onde con più animo e sicurezza potessero tentare 1' u- 
scita dalle mani dei Francesi . 

IV. Sul fine di Maggio sfilarono da Trento gli 
Svizzeri, e calando sul Veronese, Antonio Loredan 
creato Governatore ci Salò e della Riviera , venne 

allo- 



OTTAVO 287 

allora ad occupar quel -Castellò * e quel LittoraTe che 
per esser voto di milizie Francesi, potè pigliare senza 
contrasto . Bernardino Caretto,Pcdestà de'Francesi nella 
Val Sabbia, s'avvide che più non a'vrebbe potuto fre- 
nare quel popolo tumultuante, onde si ritirò in Gar- 
rone di Val Trompia appresso Prospero Colli, allora^ 
Podestà attuale della Valle ; ma questo non era luogo 
di sicurezza né per il Caretto , ne per il Colli, Im- 
perocché alcuni Triumplini ammutinati firmarono il 
pano di scacciare quanti Francesi si trovassero in Val- 
le » e così mettersi una volta in libertà col consacrar- 
si alla Repubblica Veneta, che avea sì da vicino avan- 
zate le sue armi per aiutarli . In fatii quando a* 16, 
di Maggio dell'anno stesso si teneva il Consiglio Ge- 
nerale in Tavernoie per estraerc i nomi òq\\q persone 
che dovevano portarsi a Brescia tri ostaggio, ii Ma- 
ri a nolo fu ucciso, e nel tempo stesso furono am- 
mazzati inGardone i due Podestà Colli e Caretto, con 
tutti i ministri che aveano per esercitare la giustizia . 
Un eccesso così terribile ed inumano, benché da al- 
cuni lodato, venne detestato dai più prudenti, perchè 
vedevano apertamente che da un sì barbaro tradimen- 
to poteva la Valle essere molto maltrattata dal Go^ 
vetno francese. Fuggirono i rei ài tali omicidi i quali 
è fama che fossero Gio: Fracassini , Glisente Bettino , 
Gioì Bailo , Giacomo Fransini e Fascino Assandri ' m 
Non era vano questo timore, poiché il Governatore 

non 



*38 LIBRO 

non avrebbe lasciata senza vendetta la morte del Ma- 
rianolo suo cortigiano, e quella dei due Podestà , né 
voleva il rispetto alla Corona, e la ragione di Srato, 
che si tralasciasse ài dare un luminoso esempio , onde 
restasse raffrenata una tanta licenza . Ma la combina- 
2Ìone delle cose portò , che il dominio Francese pen_ 
sar dovesse a cose maggiori, e più importanti. Le 
truppe Francesi furono astrette a fugirsi in Piemonte, 
e le Città della Lombardia , eccettuate Erescia e Cre- 
ma, facevano a gara a dar le chiavi agii Svizzeri . Ven- 
nero anche lettere dalli Veneziani , che annunciavano 
come ben presto sarebbero venuti a Brescia per cac- 
ciare la guarnigione Francese , e che dovessero di buon 
animo unirsi a'suoi antichi padroni. 

• V. Con tali notizie si sgombrò il timore nelle 
Valli , e parve che entrasse una calma serena , dopo 
una burrasca così minaccievole. Radunatosi il Consi- 
glio nel solito luogo diTavernole, elessero Bonfadino 
Robbi, e Stefano Muti acciò si portassero all'armata 
dei Veneziani a trattare con essi circa il modo di ri- 
acquistar Brescia . Fecero anche leva di 300. soldati sot- 
to la condotta di Angelo Robbi . Alli due Deputati 
tenne compagnia i! Sarasino rappresentante la Valsab- 
bia . Ma V esercito Veneziano chiamato dalla fortuna 
dell'armi si era portato sul Milanese, seguendogli Sviz- 
zeri , i quali incalzavano fortemente i Francesi , la di 
cui retroguardia veniva di spesso battuta . Tanto hi il 

vaio- 



OTTAVO 2*9 

valore dell'agguerrita e robusta milizia Svizzera, che 
obbligò i Francesi a salir l'alpi e ritirarsi in Francia. 
Tutto questo non fece per altro da se sola , ma co! 
valido aiuto de' Veneziani . 

VI. Quando V armata Francese ebbe lasciata l* 
Italia, ogni Potenza che era convenuta a far la guer- 
ra , si diede a ricuperare quelle Città e stati che avea- 
no perduti nel tempo di una guerra così ostinata 
e lunga. I Veneziani sul finire di Luglio ritornati 
di qua dalP Adda divisero le loro forze, -e parte s' av~ 
vicinarono a Crema, e parte a Brescia dove era resta- 
ta la guarnigione Francese . L s idea di questi era di ri- 
cuperare queste due Piazze, ed aveano sicure speran- 
ze di presto riacquistarle. In questo mezzo di tempo 
il Doge Loredan che era stato scongiurato da' Trium- 
plini a volerli difendere dal presidio Francese di Bres- 
cia', da cui temevano le più severe vendette per li 
sopra narrati misfatti , il Doge Loredano , dissi , con 
lettere 5. Agosto inviate ai Deputati delle Valli , li 
avvisò che era venuto il tempo propizio per liberarli 
vai giogo Francese , onde li esortava a risvegliare l'an- 
tico valore e l'affetto dimostrato immutabilmente al- 
la Repubblica. E' facile T immaginarsi il trasporto che 
sentirono a tal nuova i Valleriani , e però si accesero 
di voglia di combattere; laonde spedirono i loro De- 
putati a S„ Zeno ad offerire tutto il loro possibile ser- 
vigio ai Provveditori dell'esercito. Accettarono questi 

T Po* 



2 9 o LIBRO 



P offerte generose, e raguagìiarono il Senato dell'ani- 
mo de'Valleriani con esporre anche come questi aves- 
sero a loro spese mantenuta alla Rocca d' Anfo la guar- 
nigione di 400. soldati, e rotto l'acquedotto di Mon- 
piano, levando Tacque alla Città di Brescia per così 
agevolarne V assedio , e la resa . 

VII. Ai primi di Settembre i Veneziani accam- 
parono intorno alle mura della Città chiudendone tut- 
te le vie. Piantate poi in diversi luoghi l'artiglierie 
:ominciarono a batterla senza punto cessare col fuo- 
co. Già scomponevansi le mura , e poco restava ad al- 
terarle, e i Veneziani credevansi vicini al salir della 
breccia; ma la milizia Francese, che negli assedi, e 
nelle difese delle piazze ha sempre avuto la maggioran- 
za , avea sempre riparati i danni con palizzate e ter- 
rapieni , e quando la truppa Veneta tentava la salita 
veniva sempre respinta con perdita . Anzi i Francesi 
con una resistenza sì intrepida talmente avvilirono I 1 
armata Veneta che cangiò disegno . Cessarono i Vene- 
ti col cannone di danneggiar la Città , e giacché sem- 
brava loro impossibile che venisse soccorso dalla Fran- 
cia , stringere si contentarono la Città con blocco, 
acciò si arrendesse per la fame . 

Vili. Erano , come di sopra si è detto, collegati 
i Veneziani col Re di Spagna e coir Imperatore. L' 
esercito di Spagna era in Toscana , e vi avea operati 
prodigi col sottometterla alla Corona. Capitanio del 

pr.si- 



f OTTAVO 2 pi 

presidio Francese in Brescia era il Signor Obegny , il 
quale ben comprendea 1' impossibilità di mantener 
quella piazza poco provveduta , lontana dal soccorso , 
a fronte di tanti nemici in una stagione che andava 
presso P invernata . Pensò egli adunque di deludere i 
Veneziani, e di salvare il suo presidio . Seppe spedire 
secretamente commessi sicuri al Viceré di Napoli , su- 
premo comandante dell'esercito in Toscana, invitan- 
dolo a venire a Brescia, che esso gli avrebbe ceduta 
quella Città. Accettò il Viceré, anteponendo l'utile 
all'onesto, e presto condusse il suo esercito Veneto, 
che a norma dei patti della lega era venuto per im- 
padronirsi della Città , ed unirsi alle lor forze . 

I Veneti Provveditori per altro sagaci non conob- 
bero questo Generale e lasciarono che esso operasse per 
indurre gli assediati alla resa . Fece adunque ilGenerale 
Spagnuolo intendere all' Obegny , che qualor avesse re- 
sa la Città ed il Castello, avrebbe accordata una ca- 
pitolazione onorifica. Indusse facilmente il Capirano 
Francese a condiscendere , e stesi i capitoli della dedi- 
zione, seppe P astuto Spagnuolo ingannar sì bene i Pro- 
veditori Veneti, che si tenevano sicuri d' avere in ora 
in ora in suo potere la Città. Quindi fu che essi scris- 
sero alle Valli li 24. Ottobre , che dovessero metter 
all' ordine quella maggior quantità di gente che po- 
tessero per accompagnare lo Stendardo di S. Marco , 
che entrava in Brescia. Quindi fu ancora che per or- 

T 2. dine 



391 LIBRO 

dine del Consiglio generale furono chiamati nella pra- 
taria di Pregno per far la rassegna , ed immantìnenti 
portarsi al campo Veneto per un tal fine. Ma questi 
preparamenti si fecero indarno. A IT uscire del presi- 
dio Francese il Capitano Obegny consegnò le chiavi al 
solo Viceré, che fece entrare le sole truppe Spagnuole, 
escluse le Venete, dichiarandosi con arte 1' Obegny che 
consegnava Brescia alla lega , e il Generale Spagnuolo si 
dichiarò che per la lega la riceverebbe , e la cusotdi- 
rebbe con le sue truppe . 

IX* I Provveditori dell'esercito Veneto fremet- 
tero di sdegno in vedersi esclusi dalla Città, e la Ve- 
neta Repubblica ben s'avvide di questo secreto ma- 
neggio che era passato tra il comandante Francese e 
Spagnuolo . Anche il Re di Francia poco soddisfatto 
della condotta dell' Obegny per aver resa Brescia, si 
mostrava alieno dal lasciarla in mano degli Spagnuoli , 
Colta T occasione del disgusto insorto Jtra i Veneziani 
ed il Re di Spagna , il Re pensò di far lega co' Vene- 
ziani pel desiderio che avea di ricuperare lo stato di 
Milano. Non fu difficile l'ottenerla, poiché anche i 
Veneti erano estremamente bramosi di ricuperar Bres- 
cia e Crema. Superati adunque i riguardi di vicen- 
devole diffidenza, la lega fu conchiusa 'sul finir dell' 
anno 1512. Fu donata la libertà dal Re ad Andrea Grit- 
ti ed a Bortolameo d' Alviano , il primo de' quali era 
stato fatto prigioniero, come dicemmo , da Gastone in 

Brescia , 



OTTAVO 29- 

Brescia, ed il secondo nella battaglia di Vaila . Questi 
ritornati a Venezia ebbero dal Senato delle ricompen- 
se . Il primo fu riposto alla carica di Provveditore all' 
armata, ed il secondo fu fatto Capitan Generale. 

Scese adunque novamente il Re di Francia con po- 
deroso esercito nell'Italia, ed invase lo stato di Mila-» 
no dove pur s'incamminò FAIviano con l'armata de' 
Veneziani . Cominciò allora a tumultuare tutto il di- 
stretto Bresciano, e massime si commossero le due 
Valli . Il presidio Spagnuolo perciò scorgendosi poco 
sicuro anche nella Città si ritirò nel Castello . Renzo 
dei Cerri, per comando del Generale Alviano, andò ad 
occupare la Città con un corpo di soldati, ai quali si 
unirono molti uomini dei vicini paesi , e massime del- 
le Valli . Sopravenne Gio: Francesco Popani , spedito 
dall' Alviano con ordine di passare in Val Trompia e 
Val Sabbia per sollecitar que' capi delle Valli a spe- 
dire gente armata, per guadagnare anche il Castello del- 
la Città. In ordine a ciò, tenuto il Consiglio nel luo- 
go di Tavernole, fu preso di spedire trecento armati 
per il fine esposto dal Popani . Il simile era ordina- 
to in Val Sabbia, ma le cose cangiarono aspetto. 

X. Accade la famosa battaglia tra i Francesi, e 
gli Svizzeri, e l'armata dei primi venne totalmente 
battuta si, che restandovi un grandissimo numero di 
morti dovettero i Francesi salvarsi col ritornar preci- 
pitosamente in Francia , Intesa la rotta totale dell' 

T i eser- 



2% LIBRO 

esecito francese , 1* Alviano si ritirò sul Veronese co- 
mandando, che anche Renzo de' Cerri abbandonasse 
Brescia. Così il presidio Spagnuolo , che si era ritirato 
nel Castello tornò ad occupare la Città ed entrare in 
speranza di mantenersi in Lombardia . Convenne alle 
Valli quietarsi al destino della sorte, e rinunziare alle 
speranze di stare, per allora almeno, sotto altro do- 
minio. Riconobbero il governo Spagnuolo, dal quale 
non ebbero severi trattamenti. Ottennero la confer- 
ma dei loro privilegi , ma dovettero soffrire due corpi 
di milizie che si spedirono dal governo Spagnuolo per 
fini di osservazione, e per presidiare la Rocca d' An- 
fo. Per altro aveva il Comandante Spagnuolo qualche 
diffidenza dei Valleriani , onde procurò di frenarli con 
qualche timore. Conservasi ancora una lettera del me- 
desimo scritta, ai Reggenti della Val Trompia , nel- 
la quale ordina sotto alcune pene di far una diligen- 
te inquisizione di quelli che erano andati al servigio 
dei Veneziani, obbligandoli a mandargli nome, e co- 
gnome , e patria di tutti . Tale commissione sembrò 
fatta per indurre un salutar timore nei sudditi ; e pu- 
re restò senza effetto per le vicende che successero V 
anno 151(5. 

XI. II primo di Gennaro morì Lodovico XII. Re 
di Francia a cui successe Francesco I. All' esaltamento 
di questo Monarca al Trono di Francia successero va- 
rie vicende in quel Regno, ma le cose dei Veneziani 

non 



OTTAVO 29$ 

non si cangiarono . Con il Re regnante essi rinovaro. 
no (a lega con le stesse condizioni, con le quali l 1 avean 
formata sotto il suo antecessore • Erano pure due 
anni , che il Pontefice s' affaticava ad indurre la pa- 
ce tra l' Imperatore e i Veneziani , senza mai poter- 
la conchiudere , poiché V Imperatore avea occupa- 
ta Verona, e i Veneziani bramavano ardentemente 
di riaverla. In tale stato di cose la Spagna pensava al 
mantenimento delle sue truppe in Brescia , ed alla con- 
servazione di quella Piazza lontana dalla Monarchia - 
Quel gabinetto, per sempre più distaccar l' Imperato- 
re dai Veneziani , e recedere con onore dal possesso 
di Brescia , ordinò a nome del Re al Viceré di Napo- 
li, allora dimorante in Brescia , che rinunciasse in ma- 
no dell'Imperatore quella Città . Così Brescia cangiò 
Sovrano , e lo cangiarono le Valli , alle quali prima 
convenne pagare la taglia imposta dagli Spagnuoli, toc- 
cando alla sola terra di Vcstone lire planet 57. 

XII. Francesco I. Re di Francia avea portato ai 
Trono un animo grande, ma guerriero ed intrepido. 
Volle egli scendere in Italia con un formidabile eser- 
cito, e vi si opposero gii Svizzeri. Nelle vicinanze 
di Milano seguì una famosa battaglia , nella quale V 
armata Svizzera, che altre volte era stata trionfante, 
ebbe una tale sconfitta ai 6. Settembre, che lascian- 
dovi un gran numero di morti sul campo, dovette far, 
con pari fretta, ritorno al suo paese. Questa vittoria 

J 4 dei 



2 p(5 LIBRO 

dei Francesi fu un successo felice anche per li Vene- 
neziani . Essi non mancarono di significare al Re la lega 
che avean seco lui firmata , e di pregarlo d' aiuto nel- 
la felicità delle sue vittorie per ricuperare le Città , 
che erano tenute ingiustamente dalP Imperatore. Il Re 
che voleva essere riputato fedele nei suoi trattati , aveva 
anche un' ardente volontà di opporsi all' ingrandimen- 
to dell' Imperatore ed alle mire della Spagna . Accor- 
dò impertanto ai Veneziani molti mila soldati che 
dovessero essere comandati dal Marchese Triulzio in 
qualità di Generale. I Veneziani ricevettero il soc- 
corso del Re, e perchè era morto l*Alviano ; elessero 
anch'essi il Triulzio per Generale delle loro truppe, 
acciò essendo sotto l'istesso capo avessero anche l'is- 
tesso ardore che mostravano le milizie Francesi. Si di- 
ressero adunque le mire all'acquisto di Brescia , e sul 
principio di Ottobre si cominciò l'assedio di quella 
Piazza. Uniti al Triulzio andavano i Provveditori dell' 
esercito Veneto, i quali spedirono in Val Trompia a 
chiedere gente armata per quell'impresa. Furono dal- 
la Val Trompia spediti ai 13. Ottobre 500. armati 
sotto il comando di Angelo Robbi , ed un numero 
maggiore fu spedito dalla Val Sabbia . Fin d'allora fu 
posto Orsatto Priuli Patrizio Veneto a guardare la 
Rocca d'Anfo. 

XI1T. Comandava in Brescia per l'Imperatore Lui- 
gi leardo , uomo valoroso che aveva due mila soldati 

vete- 



OTTAVO i 91 

veterani parte Tedeschi e parte Spagnuoli. Questi nien- 
te temendo un numero sì grande di nemici si fidava 
nella perizia e nel valore della sua gente . Comincia- 
rono dunque i Veneti a battere la Città con gros- 
sa artiglieria, e tanta fu la furia del fuoco, che fece 
notabili rovine alle mura , ed aprissi anche una brec- 
cia abbastanza appianata per passare all' assalto : ma 
siccome la milizia era tutta composta di gente colle- 
tizia ed inesperta , quando passò a tentar la salita , 
al primo scarico fatto maestrevolmente dagli assediati, 
ne restarono morti dugento, ed il resto si ritirò in 
disordine, Locchè compreso dalla guarnigione dell' Im- 
peratore fece tosto una sortita in numero di mille uo- 
mini, ed assalì Tarmata delTiiulzio, la quale ben- 
ché ascendesse al numero di sei mila fanti sostenuti 
da trecento uomini d'armi , prese la fuga , abbando- 
nando artiglieria, bagaglio e tende. Onde impadro- 
niti di tutto, e massime dell' artiglieria, inchiodarono 
la grossa , e fecero ardere i magazzini della polvere , 
ed i pezzi minori, distribuiti a diverse partite de* sol- 
dati,;furono portati entro la Piazza. 

XIV. Una perdita più vergognosa che grande fece 
comprendere al Triulzio il poco valore della soldates. 
ca Veneziana, e che senza i Francesi non dovea più 
tentare l? impresa . Si ritirò a Cocaglio, dodici miglia 
lontano dalla Città, aspettando i Francesi, ed intanto 
i Veneti attendevano a provedersi di nuova artiglieria . 

Alla 



i 9 % LIBRO 

'Alla fine comparsero sei mila Francesi condotti da 
Pietro Navarra, ed allora ritornò subito ali* assedio 
di Brescia; Il Navarra sapea scavar mine ed era in 
grande riputazione . Ad istanza di questo dimandaro- 
no i Provveditori del campo Veneto alla Val Sabbia un 
buon numero di piccatoti # Non solo la Valle tosto 
spedì un buon convoglio di questi , ma vi aggiunse du- 
gento armati : si lavorarono adunque con tutta pres- 
tezza le mine, credendo di rovesciare le mura ; ma Scar- 
do difensor vigilante scopri questo loro disegno, e pe- 
rò seppe prevenirlo e render vani i loro lavori . Ave- 
ano anche col cannone i Francesi appianate quasi le 
mura, mai difensori si erano bon ora difesi con nuo- 
vi ripari. Confusi perciò il Triulzio ed il Navarra, ve- 
dendo quasi V impossibilità d'espugnare la Città, era- 
no risolti di abbandonare l'assedio. 

XV". Corsa era intanto la voce che dalla Germa- 
nia movesse un grosso esercito in soccorso di Brescia. 
Questo era uno specioso titolo onde con qualche ombra 
d'onore potesse il Triulzio ritirarsi dall'assedio. An- 
che gli assediati aveano voglia di minorare le loro mo- 
leste fatiche, e però fu facile che facessero una capi- 
tolazione che non dovea essere dannosa. Fu] accorda- 
to, che quallora in trenta giorni non fossero stati 
soccorsi averebbero ceduta la Città, uscendo da questa 
con tutti gli onori militari . Ma il soccorso non era 
molto lontano , perchè ottomila Tedeschi comandati 

da 



OTTAVO 2 90 

da Guglielmo Rocandolfo , e dopo lui dal Co: Lodovico 
di Lodrone s 1 avvicinavamo per le vie del Trentino ai con- 
fini delle Valli. Ciò inteso dal Triulzio, ritirò il cam- 
po a S. Eufemia , e di là fino a Ghedi per mettersi in 
sicuro. Intanto eccitati i Vaileriani dagli ordini dei 
Provveditori Veneti si mossero per impedire il transito 
dell 1 esercito di Cesare , e s'avanzarono ai confini per 
difendere Bagolino e la Rocca d' Anfo . 

Il Priuli che risiedeva con sufficiente guarnigione 
Veneziana nella Rocca a nome della Repubblica , e 
sembrava a tutt' altro nato che air armi , inteso 1' ar- 
rivo de' Tedeschi al fiume Carfaro per mezzo di alcu- 
ni suoi soldati che stavano nei posti avanzati , e che 
si erano d3ti a gambe per quattro miglia incirca fino 
alla Rocca , dove arrivati ingrandirono il numero dei 
nemici per coprire la loro codardia , preso da timore 
abbandonò queir importante posto con tutta la sua 
truppa, e corse ad unirsi coli' esercito Veneto che er,i 
in Ghedi. Di questa fuga cotanto vile beffandosi gl l 
Ufficiali dell'esercito Cesareo passarono per là Valle 
senza alcun contrasto, e giunsero a Brescia . Qui ave- 
rebbero forse concertate altre mire , ma alla moltitu- 
dine dei soldati Tedeschi non eo?ispondeva la cassa 
militare , onde lagnandosi i soldati di non aver le lor 
paghe , il Roccandolfo ritornò in Germania per aver 
danaro, ed il Conte di Lodrone rimase alla testa dell' 
esercito Tedesco, il quale di tratto in tratto si ara- 

muti- 



$ QÒ LIBRO 

mutinava per tale mancanza , e si andava quietando con 
la lusinga di aver tra poco la promessa paga . 

Tale ammutinamento non era nel solo campo di 
Cesare; era anche tra Tarmata Veneta, essendosi V 
erario molto scemato, tristo effetto delle tante guer- 
re, e massime per l'ultima sì ostinata e lunga. JI 
soldati Triumplini cominciarono a far bravate, ed a 
minacciar il ritorno a casa quando non avessero avuto 
danaio j pei impedire l'ammutinamento e la diserzio- 
ne dei suoi Valleriani, la Valle Trompia impose una 
taglia di sei lire per ogni fuoco ai 22. di Novembre, 
ed esatta con rigore, passò il da.wo invìi ino dì Gio: 
Muti per pagare li soldati Triumplini, 

Avea in quel tempo la Repubblica 1 Veneta ricu- 
perata la fortezza di Peschiera , e desiderava di ben mu- 
nirla per timore dei Tedeschi, che erano in Verona • 
Il Provveditore dell' armata chiese alla Val Trompia 50. 
archibugieri per alcuni giorni, ciò che nel primo De- 
cembre 15*5. fu adempito dalla Val Trompia , la qua- 
le niente allora dipendeva dal governo Tedesco , come 
rilevasi dai pubblici documenti, nei quali si legge la 
ripartizione fatta d'ordine dei Provveditori alle rispet- 
tive Comunità ; cosa che certamente nonsarebbesi fat- 
ta , se il dominio Alemanno avesse posseduta quella Vai* 
le'. Non così si può dire della Val Sabbia , la quale 
se non era adetta al dominio dei Tedeschi, era alme- 
no esposta alle loro armi » 

XVII. 



OTTAVO 30T 

XVII. Quindi nacque alla grossa terra di Bago- 
lino , che soggiacer dovesse alla contribuzione dimanda^ 
ta in nome di Cesare dal,Conte Lodovico di Lodrone . 
Sotto pena del saccheggio e dell' incendio > furono chic* 
sti ducati 400. d'oro , e furono anche da quella terra 
pontualmente sborsati . Nella Rocca d'Anfo stava il 
presidio Tedesco , onde furono ^dimandati dal Conte 
guastadori a quei di Bagolino per demolirla . Questi 
però risolsero in ciò di non ubbidirlo . Rimase sospe- 
sa la demolizione per la venuta di Roccandolfo! dalla 
Germania , che seco conduceva una ricca cassa da guer- 
ra con la scorta di un corpo di fanti. Questa nuova 
comparsa de' Tedeschi ai confini fu alquanto tardi por- 
tata al campo dei Veneziani . Quindi i Provveditori deil* 
esercito mossero le Valli ad armarsi ed occupare il pas- 
so della Rocca d'Anfo, per impedire a' Tedeschi che 
non s'inoltrassero. Era allora fla Rocca abbandonata 
dal presidio Tedesco; Sarasino e Greziotti sumentova- 
ti , Mabelini e Treboldi concorsero a far la possibi- 
le leva di gente per occupare la Rocca , e giunsero a 
tempo di occuparla . Mentre s'avanzava la truppa Ale- 
manna, forse persuasa che non vi fosse milizia nella 
Rocca, il Sarasino e Greziotti presero 'tra due fuo- 
chi quella truppa ; resistettero i Tedeschi con ordine 
e con forza, ma furono incalzati e respinti ; tentaro- 
no di nuovo i Tedeschi l'avanzamento , ma più vi- 
vamente incalzati dal fuoco piegavano ritirandosi, e 

, mentre 



$oi LIBRO 

mentre i Capitani Valleriani erano per inseguire il 
Lodrone animosamente sopravenne un corpo di mili- 
zia Francese , e Veneziana comandata da Gio: Fregoso, 
il quale incalzando maggiormente i Tedeschi in poco 
tempo restarono affatto rotti rimanendone molti mor- 
ti , altri feriti , ed altri prigionieri , nel numero dei 
quali fu anche il Conte Lodovico di Lodrone; Questo 
Cavaliere si era avanzato nella mischia , ma aveva avu- 
ta però la precauzione di salvare la cassa di guerra 
consegnatagli dal Roccandolfo. Onde il tesoriere che la 
conduceva retrocedendo si ritirò a Lodrone. Seguito 
questo fatto d y armi di qualche conseguenza, attese a 
riparare ed aumentare le fortificazioni alla Rocca, e 
volendo usar il diritto di rappresaglia per la contri- 
buzione estorta a quelli di Bagolino , passò il Frego- 
so a saccheggiare le terre di Lodrone ed il Borgo di 
Storro . 

XVIII. Intanto che si praticavano questi piccoli 
combattimenti, calava dalla Germania P Imperatore con 
un esercito formidabile per passar in Italia a scacciare 
i Francesi fuori dello Stato di Milano . La fama che 
cresci t curdo aveva esagerato il numero delle truppe 
Imperiali per modo, che tutti i paesi confinanti eoa 
la Germania si erano messi sull'armi. Dovettero ar- 
mare anche le Vaili, e la sola Vai Trompia armò 
mille soldati per difendersi, e spedì anche a 4 Vene- 
ziani ioo. guastatori , per fornire di ripari la for- 
tezza 



OTTAVO 30J 

tezza di Asola . In un Consiglio Generale, tenuto in 
Tavernole alli 25. di Febbraro 1515., fu deliberato di 
spedire slla Rocca d' Anfo il Sindaco Bonfadino Rob- 
bi per concertare col Fregoso il modo di chiuder ogni 
via* ai Tedeschi anche per la parte di Vai Trompia , 
e quindi furono poste guardie a Bagolino ed in Ma- 
niva y ed al ponte di Pregno 200. soldati sotto la con- 
dotta di Giraldo Tozzi da Gardone , che avea per Can- 
celliere Stefano Muti . Volle la Valle difendersi con 
/janto suo dispendio, perchè provando il furor Tedes» 
co nelle vicinanze di Brescia, temeva maggiori ingiu- 
rie all' inoltrarsi di un nuovo esercito della stessa na- 
zione; e di fatti que' Tedeschi che presidiavano la Cit- 
tà, di tratto in tratto facevano per mancanza di pa- 
ghe scorrerie sì funeste nei paesi vicini , che nulla la- 
sciavano di ciò. che potesse supplire ai loro bisogni,», 
venisse sotto le loro mani rapaci. 

Da Trento calò a Verona l'Imperatore alla testa 
di 5.0000. soldati tra Cavalleria e Fanteria, ed alla 
sola comparsa dell' esercito Imperiale sul Veronese 1* 
esercito Veneziano e Francese si ritirò in un modo , 
che parve un'aperta fuga . S'avanzò l'Imperatore pas- 
sando il Mincio , e innoltrandosi nelle Bresciane pianu- 
re . Pose 1' assedio ad Asola pensando di fecilmente impa- 
dronirsene, ma vi trovò una resistenza ostinata , onde 
per non perder tempo passò sullo Stato di Milano, la- 
sciando indietro una fortezza dove erano soli 400, fanti 

che 



504 LIBRO 

che Ja difendevano . Non fece alcun progresso in que- 
sta impresa l'Imperatore, che anzi svanirono questi 
grandi apparecchi di Guerra, e l'Imperatore ritornò 
in Germania d'onde s'era partito. 

XIX. L'impensata partenza dell'esercito imperia- 
le dalla Lombardia non poteva dispiacere all'esercito 
Veneto , né poteva la Repubblica aver più bella occa- 
sione per ricuperare la Città di Brescia . Sapeano i 
Veneti che in quella piazza vi erano pochi soldati, e 
che non potevano lungamente difenderla ^ Si accinse- 
ro pertanto all'impresa senza ritardo , ed usarono dell' 
aiuto dei Francesi, che erano uniti alle loro armi . Il 
Signor di Lautrèc era il Comandante Francese , il qua- 
le pensò doversi battere la Città in quattro parti di- 
verse , ed aprir altrettante breccie, per fare l'assalto 
nel tempo stesso in tutti e quattro i luoghi , per così 
divider le forze degli assediati, e renderli insufficienti 
alla difesa . Dimandarono i Veneti alla Val Trompia 
400. piccatori,i quali furono, a' iS. Maggio, spediti 
da Stefano Mutti che era il Sindico. Lo stesso fece la 
Val Sabbia giorni dopo con pari prontezza e volontà. 
Era piantata l'artiglieria in quattro parti, ed il fuo- 
co non cessava un momento, talché erano già jguaste 
e quasi appianate le mura . Passarono quindi all' assal- 
to i Veneti co 1 Francesi, e furono con tanta perdita da 
leardo respinti, che fu generalmente creduto che la 
guarnigione fosse molto maggiore di numero della fa- 
ma 



OTTAVO 305 

ma ,e che ad arte si fosse sparsa la voce cP un picciol 
rumerò per ingannare l'esercito Veneto e Francese. 
Ma niente di meno volcano i Veneti aver in possesso 
la Città , e tentavano ogni via per [venire a capo di 
un impresa sì importaute . Deliberarono di tentar il 
secondo assalto , e disposero ogni cosa per effettuarlo . 
leardo Governatore di Brescia per 1* Imperatore, quan- 
to era valoroso, altrettanto era prudente. Conside- 
rando imperciò, che i suoi soldati altri erano morti, 
altri feriti, ed il resto spossati ed esauriti dalle fati- 
che e vigiglie, spedì fuori dalla Città un Trombetta 
a far l'offerta della resa della Città nelle condizioni 
onorifiche che propose in iscritto; I Veneziani che 
erano anziosi d'aver la Città, accordarono la capito- 
lazione, e nel giorno 16. Maggio 1516. rientrarono al 
possesso di Brescia ; dopo dì esserne stati privi per set- 
te anni intieri. Così s'acquietarono anche le Valli al- 
le quali per allora convenne pagare il Taglione imposto 
dall'Imperatore di Ducati 500., oltre l'imposta dovu- 
ta al Commissario della Rocca d'Anfo, altra al Com- 
missario Spagnuolo , ed a Monsieur Pietro d' Auveir , le 
quali imposte però non aveano potuto pagare in avan- 
ti a motivo della lunga e dispendiosa guerra . 

XX. Venuti i Veneziani in possesso di Brescia 
pochi anni ebbero quiete . Circa il 1521. si riaccese 
la guerra tra il Re 'di Francia, e l'Imperatore, il* 
quale calava coli' esercito dallo stato Trentino in Ita- 

V Ha. 



So6 LIBRO 

Ha. Venuta la nuova, i Veneti spedirono ordine alle 
Valli di armare tutte le persane abili alla difesa . Que- 
sto comando lo portò Giacomo Negroboni ali i ir. Ago- 
sto dell'anno stesso, e con tutta prontezza si spediro- 
no alla Rocca cT Anfo mille soldati comandati da Gia- 
como Greziotri . Vi si fermarono tutti, finché ài cer- 
to si seppe che i Tedeschi erano da Trento passati per 
la Val Sugana sul Vicentino, e che tenevano diritto 
cammino verso il Milanese . Questa spedizione dell* 
Imperatore non fu né così lenta nelT operare, né co- 
sì infruttuosa come era stata quella del i$i6. L'ar- 
mata Tedesca si segnalò , e le cose dei Francesi eran 
accompagnate da poca fortuna . Imperocché tra gli al- 
tri luoghi, che questa tolse ai Francesi vi fu la Cit- 
tà di Como con altri Castelli. S'avvidero i Veneti 
che era in pericolo la Città di Bergamo, e perciò cer- 
carono ogni mezzo per assicurarla . Il popolo Berga- 
masco non appagava le brame dei Veneziani , e però 
fecero ricorso alle Valli, dove la gente era più fedele 
e più atta alla guerra. Il Conte Antonio Maria Avo- 
gadro avea gran credito appresso i Valleriani , onde 
volendo farsi merito appresso la Repubblica ed anche 
approfittare dell' attaccamento che avea per lui il po- 
polo Triumplino e Sabbino, offerì, col consenso delle 
Valli medesime, tutta quella gente che occorresse al pre- 
# sidio di Bergamo, e che fosse però possibile a quelle 
Valli. Onde i Veneti col mezzo dell' Avogadro accet- 
talo- 



OTTAVO 3 o1 

tarono V offerta , quale tosto si eseguì con ispedire a 
Bergamo un corpo d'armati. 

I! potere intanto dei Francesi in Italia era quasi 
ridotto a nulla. Laonde i Veneti prendendo le misu- 
re dallo stato delle cose e dal loro interesse, lascia- 
rono l'alleanza Francese , e strinsero una lega col l'Im- 
peratore, e col Duca Sforza che risorto era dalla sua 
depressione . Dispiacque al Re di Francia la nuova le- 
ga de 1 Veneziani , ma molto più perchè avea perduto 
io stato di Milano ed il potere in Italia . Ritornò per- 
tanto con un esercito nella Lombardia ed invase lo 
stato di Milano. Forza fu allora alla Repubblica di 
ripigliare l'armi e di rivolgerle a danno dei Francesi . 
S' unirono i Veneti con li Tedeschi , e l? armata loro 
fu secondata dalla fortuna . Pensavano i Francesi dj 
rimettersi in possesso ddk piazze perdute con l'aiuto 
de' Grigioni, i quali in numero di cinque mila do- 
veano calare dal loro paese in aiuto della Francia . 
Questa milizia forte e guerriera poteva mettere in 
isconcerto le cose dell'armata vittoriosa. S'unirono in 
fatti i Grigioni, e passando per la Valtellina seco al- 
leata meditavano di scendere per le Valli del Berga- 
masco per passare sul Milanese . I Rettori di Brescia 
intesi la mossa de" Griggioni , con lettere 8. Aprile 
1524. dimandarono 100. soldati a cadauna delle Valli 
per [impedire l'avanzamento dei Grigioni. Furono 
tosto spediti i soldati richiesti , e sì disponevano le. 

V 2 nuli- 



3 o8 LIBRO 

milizie sul Bergamasco per disputare l'ingresso a que- 
sto nuovo nemico. S'avanzarono i Griggioni fino a 
Gravià, villa del Bergamasco , ma non avendo qui ri- 
trovata quella provvisione' di danaro e dì cavalli che 
era stata loro promessa dal General Francese, sdegna, 
ti della mancanza di parola, ritornarono al loro pae- 
se. Così il popolo Bergamasco restò libero dalla guer- 
ra , ed i Valleriani Sabini , e Triumplini ritornarono , 
senza spargimento di sangue, alla lor patria. Il Ter- 
ritorio ài Brescia avea ottenuta una Ducale per obbli- 
gar tutti i popoli del distretto Bresciano privilegiati 
e non privilegiati, al mantenimento della cavalleria: 
ma siccome le Valli aveano sempre sostenuti i suoi 
privilegi in tante altre occasioni, così non dubita- 
rono di avere la stessa giustizia ache in quell'emer- 
gente . Ricorsero al Doge Andrea Gritti , che era 
stato occulare testimonio dei servigi prestati alla Re- 
pubblica , ed ottennero quanto chiedevano . Furono 
spedite lettere ai Rettori di Brescia sotto li 12. Mag- 
gio nelle quali loro veniva ordinato di conservar le 
Yalli libere ed esenti da ogni gravame . 

XXI. La lega dei Veneziani coli' Imperatore non 
poteva più sussistere, perchè nella mutazione strepito- 
sa che fecero le cose d'Europa nell'anno 1525. più 
non dovea digerire la politica della Repubblica a ri- 
tirarsi dall'alleanza. Era. venuto in Italia Francesco I. 
Re di Francia con un esercito formidabile , cui appe- 
na 



OTTAVO 3 o 9 

na potea reggere a fronte l'Imperatore. Dopo diverse 
azioni furono i due eserciti a fronte verso la Certosa 
di Pavia, e fu fatta una delle più sanguinose, e delle 
più grandi battaglie di Lombardia. In questa venne 
rotto 1* esercito de/ Re, ma quello che sarà sempre 
memorabile, il Re di Francia fu fatto prigioniero. 
Allora i Principi d'Italia cominciarono a temere la 
potenza di Cesare, la quale era prima soltanto osser- 
vata, e rispettata. Si temeva da tutti che potesse 1' 
Imperatore facilmente impadronirsi dell'Italia , caccian- 
do que* Principi piccoli , che regnavano in qualche por- 
zione di quella . A tale timore diedero spinta le mi- 
nacc:, e l'arroganza dei Capitani Tedeschi . I Vene- 
ziani furono dd primi a riflettere su questo artico- 
lo , e perciò il 17., Maggio 1526. ritirandosi dall'alle- 
anza dell' Imperatore , si allegarono col gabinetto di 
Francia contro di lui . Questa mutazione nelle mire 
della Repubblica portò che si devesse ben presidiare 
Ja Città di Brescia . Laonde ì Rettori di quella Città 
dimandarono alle Valli 300. soldati archibugieri per 
ciascheduna. Queste non tardarono punto a spedirli in 
Brescia, e colà dimorarono fino al finire di Novembre. 
Maggiore era il bisogno verso la parte settentrionale 
della Valle Sabbia. Dal Trentino discendeano diversi 
reggimenti di Tedeschi sotto il comando di Giorgio 
Fronspergh per passare per la Val Sabbia , ed indi a 
Castiglione delle Stiviere per andar sul Mantovano e 

V 3 Mi- 



Siò LIBRO 

Milanese. Questo passaggio era troppo sospetto ai 
Veneziani, onde pensarono d' impedirlo . I Rettori 
ci Brescia spedirono ordine alle Valli di armare mille 
uomini sotto il comando di Gio: Antonio Negroboni 
per guardare i confini . Corsero alla difesa i Val'eria- 
ni e coprirono i posti verso il Carfaro e verso Bago- 
lino, fortificandosi per impedire ai Tedeschi di avan- 
zarsi . Non vi fu bisogno di venire alle mani, perchè 
il Fronspergh fece intendere al Negroboni , che esso 
sarebbe passato come amico per la Val Sabbia , non 
uscendo dalla strada maestra, e pagando tutto ciò che 
venisse somministrato alle sue truppe . II Negroboni 
volle render consapevoli delle proposizioni dei Frons- 
pergh i Rettori di Brescia , ed avutone il consenso , 
le accettò dopo che avea guardato per undici giorni i 
confini. Non fidandosi però il Negroboni delle pro- 
messe del Capitano scese a Gavardo con la sua gente 
per osservarne gli andamenti ; ma il Fronspergh che era 
onorato Officiale passò con la sua milizia per la Val- 
le senza offendere alcuno, calò verso Salo, ed indi 
marciò a Castiglione. Contento il Negroboni, si portò 
quindi co' suoi alla propria casa . 

Nell'anno 1527. si accese più che mai la guerra 
in Lombardia, e siccome dall'esito dell'armi di Fran- 
cia prendeano i Veneti ora speranza ora timore, cosi 
le Valli dovettero ora star sull'armi ora riposar quiete 
e tranquille a misura che loro venivano trasmessi diversi 

£oman- 



OTTAVO £i* 

comandi . Sui principio della campagna i Rettori di 
Brescia diedero ordine di arrolare 1500. soldati per 
difendere la Città ed il suo distretto , lochè fu con 
tutta prontezza dai fedeli Valleriani esequìto , temen- 
dosi un'invasione dell' armi nemiche. 1 Francesi in- 
tanto, ed i Veneti battevano Alessandria, dove ave- 
ano bisogno di guastadori , e quindi a richiesta dei Ret- 
tori di Brescia furono spediti al campo 30, guastado- 
ri per ciascuna delle Valli. Dubitandosi poi in ques- 
to tempo che potesse Tarmata Imperiale investire la 
Città di Bergamo per obbligare i Veneti a levar l'as- 
sedio di Alessandria, e vedendosi certi movimenti ne> 
Tedeschi, che minacciavan questo colpo , i Rettori di 
Bergamo dimandarono a chi governava Brescia in no- 
me della Repubblica , che loro venisse mandato rinforzo 
di gente. Laonde convenne ai Rettori di Brescia ordi-* 
naie 200. archibugieri per ciascuna Valle* e spedirgli a. 
Bergamo . L'età le, fatiche fecero riposare alle case lo- 
ro i due Capitani Sabini Sarasini e Greziotti , e fu 
perciò posto al comando Ciò: Antonio Negroboni , il 
quale con la truppa delle Vaili andò a Bergamo, e 
stette in quella Città fin che cessò il motivo di più' 
trattenervisi , ma il tempo fu assai breve , perchè si co- 
nobbe dai movimenti dei Tedeschi che vano era del 
tutto il concepito timore . Presa Alessandria dai Fran- 
cesi , fu posto l' assedio a Pavia , ed in questa occa- 
sione tornarono agli stessi timori i Rettori di Berga- 

y 4 «no • 



$12 LIBRO 

gamo . Chiesero l'aiuto delle Valli Trompia e Sabbia , 
e per mezzo dei Rettori di Brescia loro furono spediti 
400. archibugieri, quantunque a mezzo il cammino ve- 
nissero rimandati , svaniti essendo i sospetti . 

Questi timori che di tratto in tratto agitarono 
i Rettori delle due Città Brescia e Bergamo , sebbene 
fossero vani riguardo ai meditati movimenti dei nemi- 
ci 'in tutto Panno 1 527., ebbero però un vero fonda- 
mento all'aprirsi della nuova campagna nell'anno se- 
guente. Calò sul Veronese per la parte di Trento il 
Duca di Brunsvich con diecimila fanti , e 600. caval- 
li , né si poteva bene scoprir il disegno di questo nuo- 
vo guerriero . Quindi la Repubblica con lettere 15. 
Maggio avvisò i Rettori di Brescia che al caso che ta- 
le armata andasse alla volta di quella Città, chiamas- 
sero i Valleriani tutti alla difesa, ed il tenore istesso 
serbassero circa le fortezze del territorio . I soldati del 
Duca passarono tosto a Peschiera , e la presero pas- 
sando il Mincio. Gio: Antonio Negroboni perciò fu 
spedito da' Rettori nelle Valli acciò la mattina seguen- 
te fosse con le genti di Valle in Città . In questo 
brevissimo tempo il Negroboni compì quella com- 
missione , la quale fu molto utile alla conservazione 
di Brescia e di Bergamo, poiché i Tedeschi inteso 
che il Negroboni era a quella volta con un rispettabile 
corpo di Valleriani , non si accostarono ne all' una , 
uè all' altra Città, ma passarono per il territorio me- 
na n- 



OTTAVO $xf 

,nando desolazione a que' paesi dove giungevano, in- 
cendiando ie abitazioni , e recando infiniti danni ai 
;miseri abitanti . 

Finalmente nell'anno 1529. ebbe fine quell'osti- 
natissima guerra, e le Valli addette cotanto al veneto 
servigio poterono prender riposo, e ripigliare il com- 
mercio , dal quale risulta il maggior suo sostenta- 
mento. Prima però che terminasse l'anno, vennero agi- 
tate qual nave che e per entrar in porto e respinta da 
nemico vento . Erano stati sconfìtti i Francesi a Lan- 
traino , ed il campo loro co' Veneziani era a Cassa- 
no. GÌ* Imperiali per obbligare l'armata Veneta ad 
abbandonare gli alloggiamenti di Cassano , con una 
finta marcia si portarono verso Bergamo . Allora 
si temette che quella Città potesse essere assedi.ua 
dc\gT Imperiati . Ricorsero a Brescia per la soccorso , 
ed ottennero dalle Valli 600. archibugieri , che per due 
mesi guardarono quella piazza, che per altra non fu 
incomodata da* nemici . Cessata la guerra di Lombar- 
dia e pubblicata la pace , ripullularono le dissensioni 
mosse dal Territorio alle Valli , le quali però sempre fu- 
rono riguardate come le liberatrici della Città , e perciò 
sempre dichiarate libere come prima , malgrado tanti 
litigi che mosse V invidia al loro valore e fedeltà pel 
veneto dominio . 

XXII. Nell'anno, però 1575'. Brescia risentì un 
danno peggiore ancor della guerra, e fu la pestilenza 

che 



314 LIBRO 

che sempre e accompagnata da altre calamità. A vis- 
ta di un flagello sì terribile , si commossero tutti quelli 
che sentono l'umanità, ma molto più si mostrarono 
tocchi da fraterno amore gli abitatori delle Vaili • 
Questi soccorsero i Cittadini di que' prodotti che cres- 
cono nel loro paese, e fra tutti si distinse h grossa 
terra di Bagolino. Questa pestilenza, che per l'Italia 
£qcq tanti; danni, estinse un gran numero di Cittadi- 
ni, e nel Territorio perirono, come è già noto, un 
grandissimo numero di persone . Nelle Valli non si 
propagò, il miasma venefico così generalmente come in 
altri luoghi , ma entro pochi anni intervennero ad al- 
cuni paesi disgrazie Jagrimevoli, come quella accaduta 
alla terra di Collio . Questo paese che non contava 
meno di 4000. anime, era composto da un gran nume- 
ro di case ma, tutte coperte a paglia ed a tegole, det- 
te scandole di legno ♦ Intervenne che appiccatosi il 
fuoco od a caso o da qualche maligna persona , e sof- 
fiando P Ovest , tutte le case restarono incendiate , ed 
anche la Chiesa Parrochiaìe, senza che mai si potessero 
estinguer le fiamme , e ciò accade nel i5ip. 23- Mar- 
20 . Trovandosi i miseri abitanti senza tetto, si rico- 
vrarono nei fenili che nelle praterie circonvicine pos- 
sedeano , e con l'andar de) tempo fabbricandovi in questi 
delle comode abitazioni , ed innalzando delle nuove 
case , diedero principio a quel paese, che oggi dicesi 
S. Colombano . 

XXIII. 



OTTAVO 31 j 

XXIII. Essendosi poi circa il 1601. mossa la guerra 
.ri levante contro l'Imperatore dei Turchi , ed andan- 
do il Doge Francesco Morosini alla testa dell' armata 
per combattere contro il nemico del nome Cristiano > 
mentre le suddite Città offerivano alla Veneta Repub> 
blica volontari tributi, la Valle Trompia e la Valle 
Sabbia offersero anch' esse 6co. Ducati per cadauna. 
Piacque al Principe Veneto l'animo de' suoi sudditi 
e con lettere 20. Giugno 1692. incaricò il governo dt 
Brescia di significare alle Valli il sovrano aggradimen- 
to, il quale sarebbe stato maggiore col convertire la 
detta somma in tante canne da fucile lavorate eoa 
tutta la loro diligenza e maestria. 

Terminò la guerra di Levante, e se ne accese una 
di maggior impegno per la successione alla^Corona di 
Spagna, essendo morto Carlo IL Austriaco senza fi- 
gliuoli. La Repubblica aveva addottato un sistema pa- 
cifico, ne volle seguire alcuna delle potenze guerreg- 
gianti, ma osservare un'esatta neutralità. La sola 
Francia e la Casa d'Austria furono le sole che fecero 
quella formidabile guerra. Eransi i Francesi impadro- 
niti dello Stato di Milano , e la Casa d' Austria di- 
scendea con potente esercito per iscacciarli d'Italia,! 
Francesi perciò si avanzarono per lo Stato Veneto , e 
tentarono di occupare le vie della Germania che con- 
ducono in Italia: perlochè l'esercito Francese s'in- 
sinuò anche nella Val Sabbia nell'anno 1701. corren- 
do il 



l\6 LIBRO 

do il mese di Maggio e pose gli alloggiamenti in La- 
venone , abitando il General Comandante nelle case 
de' Signori Roberti . Non vi durarono però che soli 
tre giorni, poiché giunse notizia al Comandante Fran- 
cese , che i Tedeschi aveano superati i posti verso il 
Vicentino , e discendevano nelle pianure , onde conve- 
niva ritirarsi dalla Valle per unirsi al campo . Parti* 
rono adunque i Francesi senza recare alcun danno, an- 
zi pagando generosamente quando doveano. 

La ritirata dei Francesi dalla Valle lasciò li- 
bera la via che discende dal Trentino a Brescia. Ca- 
larono perciò due reggimenti Tedeschi ed andarono 
avanzandosi fino a Vestone . Sindaco della Val Sabbia 
era in quell'anno il Signor Rar.dinidi Barghe , uomo 
di onestà, e di valore. Egli pensò di far cosa grata a 
que' Reggimenti colP avvisarli che un grosso distacca- 
mento de 1 Francesi erasi portato nelle vicinanze di 
Brescia per attaccarli nel viaggio . Il Comandante Te- 
desco si conobbe inferiore di forze qualora fosse sta- 
to costretto a combattere , massime in luoghi dove il 
nemico potea tendergli insidie . Pensava perciò di ri- 
tornarsi verso gli stati del Principato di Trento per 
meglio provvedersi di munizioni e rinforzi . Ma poi- 
ché nel Randini avea scoperto un carattere di uomo 
prudente, candido e coraggioso, volle comunicar se- 
co i suoi pensieri. Il Randino lo consigliò a tenere 
una strada diversa, e perchè non avesse quell'Oncia- 
le Te- 



OTTAVO ji 7 

le Tedesco a dubitare, volle in persona accompagnar- 
lo, e dirigerlo nella sua marcia, la quale fu secretis- 
sima , e così ben intesa , che mentre i Francesi stava* 
no in aguato sulle strade , aspettando di ora in ora di 
caricare i Tedeschi reggimenti , questi erano già oltre- 
passati, e quasi giunti a Chiari, dove accampava T 
esercito imperiale. 

Non è di mio instituto di scrivere i fatti, e le vicende 
che seguirono in quella guerra, ma solo di ritoccare que* 
fatti che hanno qualche relazione alla storia delle Valli, 
Nei due seguenti anni 1701. 1702. non ebbero ipopoli 
Sabbini ne Triump/ini a provare alcuna molestia dall' 
armi delle due potenze guerreggianti , ma in progresso, 
cominciando P esercito Cesareo a penuriare di danaro, 
ovvero usando la milizia tal pretesto, i soldati coli 
forza prendeano i foraggi, dando la sola promessa che 
sarebbe stato pagato dal loro monarca. Da tali violen- 
ze andava libera la Val Trompia , ma la Val Sabbia 
ebbe a risentire non pochi danni, massime nel 170^., 
nel qua! tempo si accamparono in Nave e nelle terre 
vicine alcuni corpi Tedeschi. Allora corse una voce 
che la milizia Alemanna volesse inoltrarsi per le Valli 
ad esiger foraggi, e forse stabilirvi i quartieri d'inver- 
no. Commosse i Triumplini questa fama, e si por- 
tarono con T armi ad occupare ; paesi per impedirne 
l'ingresso , qualora i Tedeschi si fossero avanzati . Al- 
cuni Sabini, in numero di duecento all' incirca, corsero 

a soc- 



j'rt* LIBRO 

a soccorrere i loro compagni , e forse imprudentemen- 
te si determinarono, poiché non vi fu per parte dei 
Tedeschi ali un movimento, né ebbe la Val Trompia 
a risentire danni dall'armata imperiale, Ja quale non 
avea da fare trasporti , nò passaggio per quelle strade 
che servono ai soli abitanti della Valle medesima . 

La Val Sabbia però quanto fu pronta a seguir I» 
esempio dei Triumplini, tanto fu incauta a pigliar 1' 
armi contro gì' imperiali. Avendo un Commissario 
Tedesco dimandato per la sua cavalleria 500. carra di 
fieno alla Vai Sabbia, ed essendosi ristretto alla sola 
meta, attesa l'impossibilità che si adduceva , i Sabini 
piuttosto irritati che intimoriti presero Tarmi perin- 
pedire l'esecuzioni militari che venivano minacciate. 
Questo popolare tumulto non turbò però la mente dei 
più sensati che si erano interposti, i quali con pru- 
denti maniere accordarono 50. carra di fieno da con- 
dursi a Vobarno, con la promessa in iscritto riporta- 
ta dal Generale dell'armata, che in avvenire non sa- 
rebbero più pressate le Valli alla contribuzione dei 
foraggi. Ma facendo nel 1705. ritorno nel Tirolo la 
cavalleria tedesca, dopo essere stata nell'inverno sulle 
pianure Bresciane, quando arrivò questa verso Odolo , 
trovò la strada occupata dagli abitatori delle terre vi- 
cine, i quali tumultuariamente avean prese 1' armi .11 
Generale Tedesco dissimulando cotesto ardire fece sa- 
pere che esso intendeva passar 'sul Trèntiné^eon le sue 

trup. 



OTTAVO BX0 

truppe senza alcun danno della Valle ; che Sarebbe pa- 
gato a pronti contanti, quanto av/essero somministra- 
to , dando in ostaggio delle sue promesse un Ufficiale , 
Accordato il transito de' Sabbini fu fatto il primo al- 
loggio in Sabbio, il secondo in Vestone , il terzo in 
Lavenone i ma allorquando la milizia Tedesca ebbe 
occupati tutti i passi, e le terre principali, mutato 
tenore, volle i foraggi > la libertà dell'Ufficiale che era 
restato in ostaggio, e quanto bisognava alla truppa. 
Anzi con militare licenza furono rubbati mobìli in 
diverse case. Fremeva il popolo Sabbino per tale vio- 
lenza , ed in Barghe contro un Commissario Tedesco 
si era armato il popolo, ma il Sindaco Rondini volea 
con la prudenza salvare quella patria , che altri cerca- 
vano di esporre a gravi pericoli e danni , e perciò mos- 
trargli essere cattivo consiglio impugnar l'armi contro 
un esercito, che per essere superiore di forze, potei 
spargere il sangue di tanti innocenti abitatori delle 

Valli . 

Questo ardire e questa facilita d! prender Tarmi 
condro le milizie estere, fu di notabile danno alle ter- 
re di Nave, Boezzo, e Cortine .• Essendosi avanzata 
fino a quelle Ville la cavalleria francese per inseguire 
gl'Imperiali, ed avendo ideato di inoltrarsi nella Val- 
le, cento e piti paesani sul mal esempio presero l'Ir- 
mi per impedirle il cammino. Il comandante francese 
volle in primo luogo procedere umanamente col far loro 

interi- 



520 LIBRO 

intendere che esso passava per la Valle per inseguirà 
V armata nemica , non per offender e il popolo che ris- 
guardava come amico, promise che non sarebbe stato 
fatto il minimo danno agli abitanti , né alle loro so- 
stanze, e che darebbe in ostaggio due Ufficiali dell" 
armata. Ma questa turba di sconsigliati, dubitando» 
che la milizia Francese procedesse come poco prim& 
avea fatto T armata imperiale, ricusò le proposizioni * 
Anzi fatta più tumultuante e più ardita , occupò una. 
trincea che era stata abbandonata dai Tedeschi, pensan- 
do che fosse insuperabile ♦ Il comandante francese ri- 
putando vergognoso il ritardo di un'armata per Top- 
posizione di pochi paesani, pensò di assalirli. Dato 
adunque il segno delT assalto, spinse a briglia sciolta 
tutta la cavalleria sopra la trincea, e per un luogo 
che avea notato, ruppe in un istante al di dentro, 
Alllora i paesani intimoriti si diedero alla fuga res^ 
tandone otto di morti sulla trincea, trenta nell'atto 
di fuggire, e forse niuno averebbe campata la vita , se 
l'umanissimo comandante non avesse sonata la ritira- 
ta . Così Tarmata francese insegnò agli abitatori tut- 
ti a non opporsi sconsigliatamente ad un armata che 
era supcriore, e che procedeva umanamente, e lascio 
un esempio memorando di moderazione per quegli spi- 
riti che a loro capriccio praticar vogliono ostilità , e 
si suppongono invincibili : Ma la storia , modello del- 
la vita politica a non vien letta che da pochi , e po- 
chi 



OTTAVO 311 

chi perciò sono al caso di prendere norma che regoli 
i loro passi, e talvolta alcuni di questi, benché am- 
maestrati dalle storie, seguono quel partito cui il ge- 
nio fervido, e le speranze li trasportano. 



// fine del Libro Ottavo: 
Catera alias 



X Seguo-' 



3 22 



Seguono le Lapidi e Lamine riferite, 
alle pagine 18. e 19. 

Lapide in Vobarno . 



Eleuconio . F. FAB. 
. .' . Ciloni vcter . le?. XXL 
. . . leuconio . . . firaic . . . ; 
* . . leuconiae L. F. Suauss • , * 
^ . . Viro . Filiis Sibi . 
Il Rossi nella linea quarta legge Lquconiae L. F, 
Procula nella linea quinta poi legge Allia L. F. Su- 
auss , . . , 

Abbiamo uno Staio Esdra Prefetto, e si crede 
custode alle strade, in un marmo esistente nella ter- 
ra di Bovegno incastrato nel muro della disciplina. 
Vi sono al di sopra tre teste in grosso rilievo scolpi- 
te , quella di mezzo ha la barba. 

Staio . Esdra . cass . F. Vobeai 
Z * . nei . . . Triumplinorum . Praef* 
: . . tori . . . Triumplinorum . 
. I . B. V. ... nsa. Legato . Pro 

Vin . . . Do . . . . onis Caesaris 
l . . . su Me ss ava ♦ Veci Uxor 

In Zenano si scoprì un marmo colla incrizione 

d^un 



in 

d'un soldato veterano della Tribù Fabia; ora ritrova- 
si nella casa dei Signori Gagliardi in Brescia per gra- 
zioso dono de' Signori Conti Avogadri . 

C. Niestrius . C. F. Fabia Veteranus . Leg. XX. 

T. F. I. et Esdroni Canginae 

Qitem habuit prò Uxore vivos vive , fieri rogavi* l 

In Vobàrno nel muro della Chiesa riferita anche 
dal Rossi leggesi 

P. Atinìus L< F. FAB. 
Hìc situs est. 

Si Lutus . Si pulvis tardat te forte viatoi 
arida sive sitis nunc tibi iter minuit 
perlege cnm in patria tulerit te 
dextera fati , ut requietus queas dicere 
sape tuis , finibus Italiae Monumentimi Vidi 
Voberna, in quo est Atini conditum . 

Furono ritrovate nella terra di Zenano in Val Trom. 
pia, le cui prime due esistevano nella Casa de' Nobi- 
Signori Resa a S. Nazaro , ed ora in Verona nel Mu- 
sco Moscardi. Quali sono 

M. CRASSO. FRUGI. L. CALPURNIO 

PISONE . 

COS 



k z ni. 



III. NON. FEBR. 

Civitas Themetra ex Africa hospitinm fecit , 
cum C. Silio . C. F. Fab. Aviola 1III1I. M, 
li ber os postereste eius sibi liberi s 
posterisque suis Patronum cooptavexunt 
C. Si li us C. F. FABé Aviola . Civitatem 
Themetrensem . lìberos posterosque eorum 
sibi liberis posterisque suis. in fidem 
Client elamque suam recepì t . 

Egerunt 
Banno". Bimilis . F. A%d rubai . Bai silicei si 

E SUFES IDDIBAL. BOSIHARIS, F 

LEG 

Questa dal Lasor e chiamata Themis , dal Magi- 
gini pag. 137. Tehemia Themisa di Tolomeo o Tini- 
za ; sta nel Villaggio Maometta da Arabi detta Ma- 
manimetta , fra Tunis capitale , e Susa . 

Muratori ann. 27. segna Consoli M.Licinio Cras- 
so chiamato M. Crassus Frugi , onde questa conven- 
zione fu l'anno 27. di Cristo. 

M. CRASSO, FR.UGI 
L. PISQNE, 

COS 



Se»*- 



Senatus Popoltisque Thìmìligensis bospitium 
Fecerunt cum C SILIO. C. FAB % Avida 
Praef. Tabr. eumque libero s posterosque eorum 
sibi liberi s posteri sque suis Patronum 
cooptaverunt C. Silius Aviola . Praef, Fab. 
Thimìlìgenses . universos sibi libzris postcrisquc 
suis suommque ree e pi t . 

Egerunt Legati 
AZDRUBAL SUFES . Annobalisl F. Agdibil 
Eoncarth. Iddi bali s . F. Risiiti ...mio Azdr ubali s 
ex Uc ettaro • • • • /. Animile ari s . F. Agdibil . . . L, 
Balithonis . F. Sirni 

Del Senato e popolo Timiligense è da Lasor not- 
tata che siaThimisca nel regno di Tunisi , o siaTy- 
nidrumese di Plinio lib. 5. e. 4. 

L. SIGLANO FLAMINI 

Marnali . C. Vellaeo Tutore . COSS 

Non . Deceiubr 
Senatus Populusque Siagitanus bospitium fecerunt 
cum C. Silio C F Avida trip. miì. Lcg. Ili Auf 
PraefeUo Fabr, eunque posterosque eius sibi 
posterisque suis Patronum cooptaverunt . 
C. Silius, C. V. Fab. Aviola eos posterosque eorum 
in fidem clientelamque suam recepii . 
Agente Celere Imìlcbonis . Guilisae F. Suffete . 
Il Popolo Siagitano era di quella Città , che La- 

X 1 zor 



$i6 
zor nomina Siagul e Susa con porto e castello, vedi 
Siagul, e Facciolati. 

Del nome di Sufete, ossia SufFete leggi ciò che 
scrìve Livio lib. 8. e. 37. e lib. 50. e. 7 . e Lazor al- 
la voce Poeni, e SurTetula , e Plinio lib. 5. cap. 1. 3. 
4. , chi ha piacere saper di più , legga il Facciolati nel 
suo Calepino . 

ti. SILLANO FLAM. MART. 
C. VBLLEO Tutore COSS. 
Prid. non. decemb. 
Civitas Afisa, maìus hospitium fetit cura C. Silio C. 
F. Fab. Aviola Trib. Milit. kg. III. Aug. Praefec.Fab» 
eum liberosque posterosque cius sibi liberis 
posterisque suis Pàtronum cooptaverunt 
C. SilÌHS C. F. Fab. Aviola Trib. Milit. kg. III. Augi 
Prefec. Fabr. Apisam maius liberos posterosque 
eorum sibi liberis posterisque suis in fidem 
clientelamene recepit . Egerunt , 

Hasdrubal lummo Iadcriummi 
Hasdrubal Hannonis Bannogabali 

Chinisdo Suffes Illllllll 
Saepo Cbanaebo 

LEGATI: 
Anisa in idioma latino dal Panico tradotta , era 
quella che chiamavasi Pisi , o Pisidon , o Pisida riferita 
da/tazor, ora dagli Europei detta Zoara, Da' nazio- 
nali 



nali Zuarat con porto nel Mediteranno del Regno Tri- 
politano . 

Di L. Sillano parla il Muratori nell'anni. 43. 

1M. CAES DIVI SEPTIMI SEVERI 

Pdrth. Ai ubici . Adiabenici MAX. Brìt. Max. FiL Dir. 
M. Antonini. Pìi Germanici Sarmat. Nepot. 
Divi Antonini prò Nepoti. Divi Adi Hdriani 
Abnepoti . Divi Trai ani . Part , et Divi Nervae Adnepoti 
M. Aurelio Antonino. Pio. Fel Part. Max. Brit. 
Max. Germ. Max. IMP. III. Cos. IIII P.P. 
Civitas Siagitenorum D.D. P.P. 
Vi elori ae . Armeniacae . Particae 
Medie ae Angus t or um . Sacrum • Civitas 
Siagitana. D.D. P.P. 

Altri marmi e Prefetti alla Pieve d' Idro riferi- 
ti dal Rossi . 

F.Statio .P.F.Fab. Panilo Po siimi Inni ori x.Vir Stlit. 
ìndie. Trib. Mi Ut. Leg. VII. Gem. Fclic. VI. Viro Equi*. 
Romanor. §K Provine. A/rie. Trib. Pleb.Praet. Legata 
PR. PR. Pont, et Pitiyn. Procos . Provine Baetic. 
D, TITUL. USUS. D. 

In Vobarno altra riferita dal Rossi ; 
M. DJEtil Vab. Cassianus Praef.jEdilt Fot. Brix siti 
ut Laetil . Primule Mairi Rat ini ae Ingerirne Uxori M. 
laJEtil . Quinti ano LJEydiis Firminae et Severae Filli s ; 

X 4 Mar* 



Marmi dedicati a Minerva e che sta in Insino die- 
tro il coro . 

Minerva Postumia Prisca V. S. L. M. 

Nella medesima terra , marmo a Mercurio , inca- 
strato nella muraglia del coro. 

Mercurio Strntis Briscae F. V. S. L. M: 

Altro alle Ninfe fu marmo in Gardone allegato 
dal Grutero pag. 9$. n. 7. 

Melanalia Severa NymPbis V. S. L. M. 

Altra alla Chiesa di Bovegno al Dio Genio. 
GENIO PAGI LJFII. 

Altra in Insino sotto il portico della Pieve eravi 
un marmo citato dal Grutero pag. 750. 1. 5. 

Dis . Man. M..; % Lan. Prì Acuta . Caesia Marito 

optimo et sibi • 

Altra in casa di Gio: Pietro Comparoni in 
Vestgne . 

D. ( un bambino ) M 
L. Petronio Primioni et Menniccius Vici Filiae Vxori 
Petronia Primicsnia posisi t Parentibus suis • 
F. I. ( due teste ) /. V. 



la 






In Vobarno alla Chiesa . 
C. Spuri Primlminci et SeutrinUe Paterna* 
g>. Clod. Festianus Soceri et Spuri Prima 
Patemus Valentio, Fratres 

Nella Pieve- cMnsino . 



Criscentio et Patema 

Cum Suis 

E. G. P. C. 



Gre se enti a et Cresccntina 
Cura Suis 
E. C. P. C. 



J(la Pieve di Lumezane allegata dal Muratori pagina 
•470. n. 2. , e dal Rossi, pag. 28?. n. 50. 

V F. 

Huimenus ., Luhiani F m sili, et Bitumo Lubiani • 

F. . Fratri et Peinoni F et Messarae . . I . ... Veinonis 

F. Vxori. 

Nella Chiesa di Vobarno riferita; dal Rossi • 

L. Clodio Str&toni et Clod. Secundae . L. CI. 
Crescens Parentibus et Lctiac Secmdae 
Vxori et. 

In Preseglie nella casa Moscardi - 

Dijs manibus Eufcmi Aug. Lib. Tabulari 

Armoniae Gimnas. Filliae Pijssimo Patri 

FUvia Prima Coniugi . Fido 

et sibi Vira Effccerunt laudario Aug. 

Lib. Belarlo A Patrimonio 

Alle 



55° 
In Pertica di Savallo. 

L M 

Hermerotìs in FR. ?. XXV. in Àg. P. XXXXV 

Alle case d' Oddo riferita dal Rossi . 
Donatus Aug. Lìb. et Anici Primitiva Iauc sedem 
fruffium labori s sui rivi sibi posuenmt « 

Alla Porta della Pieve d' Idro , ove sono tre es- 
te coi busti . 

Vessi s ponti s . F. Sassus , et Cussae Gas sunti • F. 
Vxori et Luidiae Vossis . F. Edrani* 

In Lavone portato dal Rossi . 
]Vl. Barbius Soter Barbiae Asole Piodor^t 
Filiae Pientissimae 

In Zennano? 
Nigei Salvi . F. Sibi et Esdronl Tendi F. Vxori 
T. B. L 

Alla Pieve d'Idro; 
T. Claudi us C. F. sibi et Tertullai Scxti FiU 
Vxori et suis J 

Alla Chiesa di Vobarno : 
Tresus Endubronis . F. Tiro Arbitratu Endubron . 
r p . • S Patri s et Silonis $ et Secundi F rat rum 
T a E. i 

Altra. 



31Ì 

Altra riferita dal Rossi a lib. Cromi pag. 253, 
Vitloriae prò salute <g. Minici . Muori . J J ? 8 
Sex Carinacius Friraus ex Vote , 

Altra a pag. 264. 
M. JEmil. Me aviari. Qui vixit Ann.XXVIIL M. VII, 
DX M. JEmilius Valentinus Filìo Obsequientisst* 
et sibi* 

In Zennano r 

V. >. 

Velia Cladonis F. sibi et Cariassi Bìtionis 
F. Gennanati : Viro Suo et dado Cariassi. 
F. Patri pò s iter uni 

Alla Chiesa di Lumizane di S. Gio: Battista 1 
M. Cornelius Sextus sibi et Marciae Firminae 
Vxor et g.. IVN. et Cornelie Priscilla Marti 

Due altre di fresco ritrovate in Poia presso la 
Chiesa di S. Giorgio nel terriforio della Valle Lomas J 

FORTUNA REDUCI . L. VALERIUS IUSTUS 
EX VOTO : 

e l'altra in Castello d'Arco. 

SEX NIGIDIUS FAB yEDIL BRIX. DECUR HO- 

NORE GRAT. D. D. EX POSTULATION, PLEB 

ARAM BERGIMO RESTITUIT 

Un 



sr- 

Un* altra in casa del Signor Domenico Polotti di 
Salò, non nottata dal Rossi „ 

V. F. 

TRIUMUS. 

CELERI. S. T. 

SIBI. ET DUCI. 

ÀVAE. IU1U. té 

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